UCRAINA. CRONACHE&COMMENTI
Non stendere l’oblio su ciò che è successo prima e sulle concause di errori, sottovalutazioni, opportunismi
di Aldo Pirone
Sulla rivista americana Atlantic l’ex Presidente statunitense Bill Clinton scrive – ripreso diffusamente dal nostrano “Corriere della sera” – che “l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, senza nessuna provocazione e senza nessuna giustificazione, lungi dal far sorgere dubbi sulla saggezza dell’espansione della Nato, dimostra che quella politica era necessaria“ per fermare, aggiunge, l’eventuale futuro rinascente “ultranazionalismo” russo.
È singolare che un leader, sia pure ex, della più grande potenza planetaria, gli Usa, uscita vincitrice dal confronto bipolare mondiale con l’avversario russo-sovietico – scioccamente invocato, all’epoca, nientemeno che capo dell’Ulivo mondiale da qualche avventato esponente della sinistra italiana – possa essere così sprovveduto. È proprio questa “confessione” a dirci quanto sia stata sbagliata e miope la politica americana, non solo in Europa nei confronti della Russia ma anche su scala mondiale, complice la sonnacchiosa e grassa Ue. Gli Stati Uniti si sono considerati vincitori all’interno di un mondo divenuto, dopo l’implosione sovietica, unipolare, e, invece, si ritrovano dopo varie disfatte, soprattutto nelle guerre mediorientali, con un globo terracqueo multipolare (Cina) infestato più che mai dai risorgenti nazionalismi anche dentro casa propria: vedi Trump e il trumpismo.
Intendiamoci, ribadisco a premessa di questo scritto che la brutale e pericolosa aggressione di Putin all’Ucraina non ha alcuna giustificazione. Che l’aggressore va fermato e sconfitto nelle sue ambizioni imperiali da “grande russo”, ricondotto a un compromesso che salvaguardi la sicurezza di tutti e la sovranità dell’Ucraina, e che la resistenza ucraina merita ogni sostegno, anche militare. Punto. Ma questo non deve stendere l’oblio su ciò che è successo prima e sulle concause di errori, sottovalutazioni, opportunismi e provocazioni che hanno favorito il risveglio dell’orso russo sotto veste imperial-nazionalista tardo zarista.
Gli è che fra comprensione delle molteplici cause che hanno portato alla guerra in Ucraina con relative responsabilità occidentali, dettate da un atlantismo miope all’ombra della Nato, e giustificazionismo storico dell’aggressione di Putin, il confine è sottile. A volte questo confine viene sorpassato, anche involontariamente, e tutto viene a confondersi e a rovesciarsi.
Vediamo, almeno nei suoi elementi essenziali, come sono andate le cose fin dall’implosione del regime sovietico.
Il decennio di Eltsin, tanto benvoluto in occidente, è considerato dai russi come deleterio. All’interno è stato segnato, sotto il profilo economico, non dal liberismo per quanto selvaggio ma da una vera e propria espropriazione di pezzi interi di economia statale da parte prevalentemente della nomenklatura ex sovietica. Di qui sono nati gli oligarchi, veri e propri novelli boiardi di stato. Un assalto selvaggio ai beni pubblici nelle città e nelle campagne accompagnato da un rapido degrado dello stato sociale. Certo, i negozi desolatamente vuoti in epoca sovietica si sono riempiti di ogni ben di Dio, ma i russi si sono sentititi depredati nelle loro case e nei palazzoni senza più manutenzione, tra ascensori non funzionanti e scale segnate dal degrado, e lasciati in balìa, soprattutto nei centri urbani, delle mafie, della delinquenza di ogni tipo e specie; fenomeni estesi da loro vissuti come conseguenza della nuova libertà “occidentale”. Contemporaneamente, l’ex impero sovietico-russo andava in frantumi, soprattutto sul versante europeo e scoppiavano conflitti nazionalisti nella sua parte asiatica (in Cecenia, in Nagorno Karabakh fra Armenia e Azerbaigian, Georgia, in Moldavia con la Transnistria, fra Ossezia e Abkazia).
I russi hanno sentito tutto ciò come un’umiliazione nazionale e Eltsin come un venditore a prezzi stracciati della Russia agli americani.
Putin si è presentato loro come un restauratore della legge e dell’ordine. Ha messo in riga gli oligarchi, senza mettere mano al liberismo selvaggio con i suoi negozi e i centri commerciali sfavillanti e tutti i luccichii delle imprese occidentali, non ha diminuito le diseguaglianze e le ingiustizie sociali, anzi, ma ha ridato un minimo di sicurezza sociale a russi e, soprattutto, ha restaurato l’ordine nelle città e l’autorità dello Stato. Certo, ne ha ridotto via via l’incerto tasso di democrazia liberale introdotto da Eltsin ma che alla maggioranza dei russi non era gradito rimanendone sostanzialmente indifferenti perché lo confondevano con il disordine e l’insicurezza succeduti all’implosione sovietica. Solo una minoranza urbana, per lo più intellettuale, ha cercato di opporsi, pagandone un prezzo sanguinoso in termini di giornalisti e dissidenti uccisi o fatti sparire. Se non si tiene conto di tutto ciò, non si capisce il consenso di Putin che non è frutto solo di coercizione.
Sul piano internazionale il Putin di oggi non è quello dei primi anni. Le sue profferte e disponibilità di collaborazione con l’occidente euroatlantico espressesi nel vertice di Pratica di Mare del 2002, sono state lasciate cadere nel vuoto. Bisogna riconoscerlo. Lì si era realizzato a un consiglio fra i 19 paesi della Nato e la Russia per la lotta al terrorismo, gestione delle crisi, non proliferazione delle armi di distruzione di massa, controllo degli armamenti e misure di rafforzamento della fiducia reciproca, difesa contro i missili di teatro, operazioni di salvataggio in mare, cooperazione militare e riforma dei sistemi di difesa, piani a fronte di emergenze civili, sfide e nuove minacce. Invece, dopo, gli americani hanno fatto di testa loro andando in giro in Medio Oriente a “esportare la democrazia” e ad allargare la Nato in Europa. Già prima, Clinton medesimo aveva posto agli europei la condizione che ogni nuova adesione all’Ue dovesse essere anche all’Organizzazione militare atlantica.
Il primo allargamento a est della Nato (Polonia, Ungheria, Rep. Ceca) è del 1999. Il secondo, e più massiccio, è del 2004 (Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia, Slovenia). La Nato arriva ai confini della Russia. Alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco nel 2007 Putin fa un discorso ad ampio raggio. Dice che il mondo non è unipolare, che l’unica organizzazione internazionale autorizzata a usare la forza a fini di pace è l’Onu. Parla di collaborazione internazionale per far fronte alle minacce globali (terrorismo, fame), di disarmo ecc.. Al tempo stesso avverte con durezza su quanto sta succedendo in Europa. “Io penso che sia chiaro – dice nel suo discorso – che l’espansione della Nato non abbia alcuna relazione con la modernizzazione dell’Alleanza stessa o con la garanzia di sicurezza in Europa. Al contrario, rappresenta una seria provocazione che riduce il livello della reciproca fiducia. E noi abbiamo diritto di chiedere: contro chi è intesa questa espansione? E cosa è successo alle assicurazioni dei nostri partner occidentali fatte dopo la dissoluzione del Patto di Varsavia? Dove sono oggi quelle dichiarazioni? Nessuno nemmeno le ricorda. Ma io voglio permettermi di ricordare a questo pubblico quello che fu detto. Gradirei citare il discorso del Segretario Generale Nato, Signor Woerner, a Bruxelles, il 17 maggio 1990. Allora lui diceva che: ‘il fatto che noi siamo pronti a non schierare un esercito della Nato fuori dal territorio tedesco offre all’Unione Sovietica una stabile garanzia di sicurezza’. Dove sono queste garanzie? “.
Certo, alle spalle aveva la guerra spietata in Cecenia, la distruzione di Grozny e il progressivo giro di vite illiberale e autoritario in corso all’interno della Russia. Ma dall’altra parte c’era l’intervento Nato in Afghanistan e quello dei “volenterosi”, Usa-GB-Spagna, in Irak, promosso a dispetto dell’opinione pubblica internazionale e senza la copertura dell’Onu. Inoltre, poiché con la caduta dell’Urss veniva meno il messaggio universale della Rivoluzione d’ottobre e del comunismo, Putin ha ripiegato sul nazionalismo “grande russo”, sulle tradizioni zariste e sulla retorica retrograda e antilluminista della “Grande madre Russia”.
Il discorso di Monaco del 2007 è il contrario di quello del 22 febbraio 2022 intriso di nazionalismo “grande russo” e non a caso anticomunista e antileninista. Di mezzo ci sono gli ulteriori allargamenti della NATO: Albania e Croazia nel 2009, Montenegro nel 2017, Macedonia del nord nel 2020. Nel frattempo l’Unione europea si allargava ma non s’accorgeva di tante cose, fra cui ciò che bolliva nella pentola del nazionalismo russo.
Questo, succintamente, per la storia. Ma poi c’è la situazione di oggi.
Quando si crea una coalizione così vasta contro un aggressore, l’interesse comune è quello di batterlo. Ma non sempre il “come” è uguale per tutti. Dipende di solito dai fini strategici. Per americani e inglesi, nonostante quel che dicono, non prevale l’amore per la libertà e la democrazia ma un interesse strategico: logorare il più possibile Putin che ha commesso l’errore della guerra. L’obiettivo per loro è far durare la guerra e per questo parlano di vittoria di “genocidio” in corso e di destituzione del “macellaio” Putin. L’interesse degli europei e degli ucraini – sempre che Zelenskj se ne renda conto, stretto com’è fra gli efficacissimi aiuti militari angloamericani e il terminare al più presto il conflitto che sta distruggendo il suo paese – è quello che la guerra cessi subito per tanti motivi, anche economici. La trattativa per un compromesso che salvaguardi la sicurezza di tutti, Russia e Ucraina, e l’indipendenza e la sovranità degli ucraini, dovrebbe essere l’obiettivo della Ue che però non riesce ad esprimerlo attraverso un’iniziativa e una proposta di soluzione adeguata anche per le divisioni interne dovute a tanti interessi nazionali e, soprattutto, alle rispettive collocazioni geografiche: a est o a ovest.
Poi c’è la Cina. È preoccupata per molte ragioni, soprattutto economiche. Ma se non si muove è anche perché non si muove l’Europa.

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it
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