CRONACHE&COMMENTI
Ma a chi pensa la Meloni Forse quando dice di volere unu patriota al Quirinale?
di Aldo Pirone
Ieri sera, a “di martedì”, il solito Bruno Vespa, stravolgitore ufficiale della storia d’Italia, ha cercato di portare il suo sassolino a sostegno della “patriota” Giorgia Meloni che dice di volere un “patriota” al Quirinale. L’ha difesa dicendo che fu il Presidente Ciampi a sdoganare presso la sinistra l’idea di Patria e il patriottismo. Gli ha subito risposto Bersani osservando, anche troppo bonariamente, che avrebbe potuto citare una montagna di documenti per smentire l’incommentabile Vespa. Cioè che l’idea di Patria e il patriottismo furono fin da subito patrimonio della Resistenza e dei partigiani, come testimonia anche la definizione che ne dà l’Enciclopedia Treccani.
Non a caso la rivista ufficiale dell’Anpi, fondata nel 1952, si chiama “Patria Indipendente” . Nel mio recente libro “I cinque anni che sconvolsero l’Italia. La Rivoluzione democratica / 1943-1948” ho dedicato un capitolo a questo tema, riportando alcuni passi delle lettere dei condannati a morte della Resistenza. Condannati dai nazisti e dai “patrioti” fascisti che, solerti collaborazionisti, stavano al loro servizio contro la Patria italiana.
L’amore per una patria libera. Lo spirito che animò gli uomini e le donne della Resistenza fu ben differente da quello dei nazifascisti. Fra i fascisti repubblichini a regnare era la rabbia feroce per una sconfitta che si sentiva ineluttabile e che spesso si sfogava contro la popolazione civile ritenuta complice dei partigiani. Non si guardava al futuro. Il presente era buio e senza speranza segnato dalla ricerca della “bella morte”. Ben altro lo spirito che nutriva l’animo dei resistenti. Lo si trova ben espresso nelle lettere di chi, catturato, uomo o donna, è condannato a morte e ha il tempo di vergare qualche riga di saluto ai propri cari. Gli affetti familiari sono in cima ai pensieri di chi va alla morte con dignità e perfino serenità, ma non secondario è l’amor di patria che si confonde con quello per la libertà. L’Italia per cui si combatte è una patria che si riscatta dal fascismo.
Il diciottenne comunista Giordano Cavestro “Mirko” scrive ai compagni: «Ora tocca a noi. Andiamo a raggiungere gli altri tre gloriosi compagni caduti per la salvezza e la gloria d’Italia. […] Tocca a voi rifare questa povera Italia che è così bella, che ha un sole così caldo, le mamme così buone e le ragazze così care». Armando Amprino “Armando” ha vent’anni, è cattolico e combatte nelle formazioni “autonome”. Scrive: «Carissimi genitori, parenti e amici tutti, devo comunicarvi una brutta notizia. Io e Candido, tutt’e due, siamo stati condannati a morte. Fatevi coraggio, noi siamo innocenti. Ci hanno condannati solo perché siamo partigiani. […] Pregate per me. […] Viva l’Italia! Viva gli Alpini!». “Anty” è casalinga, combattente garibaldina, vicecomandante del battaglione “Matteotti” operante nel modenese. «Mia adorata Pally, – verga su un foglietto – sono gli ultimi istanti della mia vita. […] Ho sentito il richiamo della Patria per la quale ho combattuto, ora sono qui… fra poco non sarò più, muoio sicura di aver fatto quanto mi era possibile affinché la libertà trionfasse». Giancarlo Puecher Passavalli ha vent’anni, ex aviatore organizza un nucleo partigiano a Erba nel Comasco. Prima di essere fucilato scrive: «Muoio per la mia Patria. Ho sempre fatto il mio dovere di cittadino e di soldato […] L’amavo troppo la mia Patria; non la tradite, e voi tutti giovani d’Italia seguite la mia via e avrete il compenso della vostra lotta ardua nel ricostruire una nuova unità nazionale». Lorenzo Viale, ventotto anni, ingegnere alla Fiat e partigiano della Brigata autonoma “Vall’Orco” scrive ai genitori: «Ho combattuto lealmente per un ideale che ritengo sarà sempre per voi motivo di orgoglio, la grandezza d’Italia, la mia Patria». Franco Balbis “Francis” è un capitano di artiglieria. Ufficiale monarchico ha combattuto valorosamente a El Alamein. Fa parte del Comitato militare regionale piemontese del Cln come ufficiale di collegamento. I fascisti gli offrono di passare con loro; avrà un avanzamento di grado, gli promettono; risponde: «Preferisco il muro». «Con la coscienza sicura – scrive – d’aver sempre voluto servire il mio Paese con lealtà e con onore, mi presento davanti al plotone d’esecuzione col cuore assolutamente tranquillo e a testa alta. Possa il mio grido di “Viva l’Italia libera” sovrastare e smorzare il crepitio dei moschetti che mi daranno la morte».
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Per Giorgia Meloni i “patrioti” erano quelli che stavano nella Rsi, come Almirante redattore della rivista antisemita “La Difesa della razza” e “fucilatore di partigiani”. Ancora l’anno scorso lo definì “patriota”. Forse pensa al suo profilo quando dice di volerne uno simile al Quirinale.

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it
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