FilippoTurati 390 min

 STORIE DEL FRUSINATE. Rubrica

Quando Bernardo Nardone polemizzò con Filippo Turati

di Romeo Fraioli
FilippoTurati 390 minNel giugno 1901, i deputati socialisti, ispirati da Filippo Turati, votarono a favore del governo Giolitti nonostante il disaccordo con la direzione del partito. Arturo Labriola, in una lettera all’Avanti!, chiese in seno al partito una discussione chiarificatrice anche per rispettare la mozione votata nel Congresso nazionale di Reggio Emilia, sfavorevole ad accordi con forze politiche di estrazione monarchico-borghese. Nel luglio dello stesso anno la Critica Sociale pubblicava un articolo dello stesso Turati, in cui l’esponente socialista proponeva la piattaforma riformista in linea diretta con l’indirizzo politico seguito dal nuovo governo. Contemporaneamente la reazione della borghesia alla diffusione del socialismo spinse le autorità governative a mettere in atto una feroce repressione delle forze operaie e socialiste che mirava soprattutto alla dissoluzione delle strutture organizzative della classe operaia. L’Avanti!, La Luce e La Propaganda resero pubbliche, in questo primo periodo del governo Giolitti, le discriminazioni cui furono sottoposti gli operai delle leghe di Isola del Liri, del Polverificio di Fontana Liri e delle altre unità industriali, mentre i proprietari fondiari riuscivano a indebolire la resistenza dei braccianti, complici le autorità, organizzando contro di loro, i coloni e le guardie campestri.

In Terra di Lavoro il prefetto Sciacca impedì la vendita de La Luce. Nel Cassinate, a Roccasecca e a Fondi i primi numeri del foglio socialista rimasero negli uffici postali senza che fossero consegnati ai destinatari; a Capua venne proibito un comizio di Ciccotti con Nardone e Farina; a Sora una circolare del sottoprefetto invitò i consigli direttivi di circoli e associazioni varie a rivelare il numero dei soci, le loro generalità e perfino i giornali che leggevano; a Fontana Liri gli operai del Polverificio vennero interrogati dai carabinieri perché rendessero noti i nomi di chi leggeva la stampa socialista, mentre in qualche occasione alcuni giornali furono addirittura sequestrati. In ogni comune i socialisti avevano assodato che le autorità di polizia avevano preteso dagli ufficiali postali la lista di coloro ai quali il foglio socialista veniva indirizzato.

Queste intimidazioni costrinsero Bernardo Nardone, con un articolo apparso su La Luce, a polemizzare aspramente con Filippo Turati che, appoggiato anche dall’Avanti!, aveva affermato come nell’Italia di Giolitti vi fosse ormai una maggiore libertà. A questa affermazione rispondeva Nardone, denunciando le condizioni dei socialisti di Terra di Lavoro, specialmente di quelli del Sorano, spiati in ogni loro atto: «Ai Turati d’Italia – Il serafico Turati, seguito dall’Avanti, afferma con grande sicurezza che in Italia oggi – imperante Giolitti, il manipolatore cioè dei pasticci-delitti del 1892 – v’è libertà; e solo per questo, in buona fede, egli sostiene che bisogna appoggiare il Ministero liberale (!). E se è vero che in Italia v’è libertà, siccome la provincia di Terra di Lavoro, per sua fortuna, fa parte anch’essa del bel paese; così anche in questa sventurata provincia dovrebbe respirarsi liberamente.
Ma a me col dovuto rispetto alla opinione di Turati, Bissolati, ecc. non pare che godiamo oggi, più di ieri, una qualsiasi libertà in Italia, almeno – volendo dimenticare tanti gravi strappi ad essa in tante parti d’Italia – relativamente alla provincia di Terra di Lavoro: a meno che della libertà, Turati a Milano e Bissolati a Roma, non abbiano diverso concetto da quel che ne abbia io: consisterà forse per loro la libertà semplicemente nel non vedere al Ministero Pelloux o Sonnino? O nel fatto che essi, ma forse essi soli vengano lasciati liberi di viaggiare ed operare a loro bell’aggio?
Io in verità non so se a Milano il Turati – giacché è bene notarlo – Turati giudica della libertà da Milano, donde quasi mai esce – ed a Roma il Bissolati, vengano sorvegliati, molestati dalla P.S., come avviene generalmente a tutti i nostri compagni, ed anche ai semplicemente amici in quasi tutti i paesi di Terra di Lavoro; i quali vengono spiati cretinescamente in ogni loro atto; io non so in verità se quei nostri autorevoli compagni, quando escono dalle loro città, vengano pedinati, come è accaduto sempre, e specialmente ora, a me, che non posso muovere un passo, quando mi reco nel circondario di Sora, senza avere alle calcagna diverse spie di variabile conio; io non so insomma se ad essi sia avvenuta mai – parlo del periodo degli amori ministeriali – che in qualunque paese, come a me proprio in questi giorni, ad Isola del Liri, a Sora, ad Arpino, siano stati preceduti e seguiti da un inutile per quanto buffo apparato di forze, scaglionate sui diversi punti – con alla testa un misero delegato – capo, ed alla coda la servetta di un imbecille di Sottoprefetto dalla faccia di bronzo, se non dalla barba di rame, quasi si andasse alla caccia dei famosi Chiavone e Musolino; io non so infine se i miei egregi compagni tutto ciò lo ritengano come la maggiore esplicazione della vantata libertà, che impone al liberal Giolitti di offrire, a spese dell’Erario, in cambio dell’appoggio al Ministero, la dovuta scorta d’onore a ciascun socialista un tempo ritenuto pericoloso, ma oggi elemento prezioso, indispensabile alla vita della libertà, pardon … del Ministero!
Io non so inoltre se essi, tutti i Turati d’Italia per tutto questo, che è semplicemente, oltre che ridicolo e buffo, anche indecente e dannoso – si anche dannoso; perché lo scopo vero di tanto zelo è appunto quello di additarvi alle popolazioni ignoranti come pericoloso, sorvegliato, un qualunque delinquente insomma, e togliervi così gli affari, e farvi capitolare per fame – abbiano sentito mai, o sentano partire dalla loro anima, una volta fiera e ribelle, una protesta qualsiasi e senza ritenersi impulsivi, anarcoidi … abbiano fatto sentire, ove di diritto, la loro voce.
Che se tutto ciò essi avessero sopportato o sopportassero, e nello stesso tempo inneggiassero ancora alle libertà giolittiane, io malinconicamente dovrei conchiudere allora che ormai in Italia è perduto per i maggiori del nostro partito ogni senso di libertà. Né a smentirmi potrebbero valere i soliti argomenti: «Ma ci si è concessa la libertà di organizzare gli operai, i contadini» in primo luogo perché non si è iniziata solo sotto questo Ministero l’organizzazione delle leghe; in secondo luogo, perché questo movimento proletario è il portato necessario del glorioso ostruzionismo e con seguente vittoria elettorale, e non certo una generosa concessione ministeriale; ma specialmente poi, perché quella famosa libertà di organizzazione è semplicemente una spudorata menzogna del Ministero ingannatore, quando a giovani professionisti, che potrebbero essere anche propagandisti ed organizzatori, si impedisce perfino di andare liberamente a pranzo e a dormire, e di avvicinare un qualsiasi operaio!
Vengano, vengano un po’ questi Catoni del socialismo italiano ad Arpino, ad Isola del Liri, a Sora, a Piedimonte ecc. e vengano ad organizzare, essi, che sono ministeriali, essi che non sono gl’impulsivi, gli anarcoidi, e ci vengano a dimostrare col fatto che abbiamo torto.
Allora soltanto lealmente ciascuno di noi potrebbe ricredersi; ma fintanto che essi parlano di libertà rimanendosene nei paesi, dove la libertà è stata conquistata dal Popolo, che la difende, e confondono i loro voti con quelli di un Rosano, di un Di Laurenzana, di un Grossi, non hanno diritto di insultare molto alla leggera quelli che, mantenendosi fedeli ai princìpi ed alla tattica del Partito Socialista, questa tattica e questi princìpi vogliono che rimangano alti e rispettati». (Bernardo Nardone, 2La Luce2, 11 ago. 1901).

La reazione dei riformisti casertani alla polemica sollevata da Nardone nei confronti di Turati non si fece attendere: nel settembre 1901, in una riunione preparatoria del I° Congresso provinciale del partito, gli stessi condannarono la linea fino allora seguita da La Luce, dimissionando Nardone dal comitato di redazione; ma La Propaganda pubblicò immediatamente una lettera in cui Nardone affermava che La Luce sarebbe stata ripubblicata sotto la sua diretta responsabilità politica e sotto il controllo del comitato campano-sannita e che, viste le pressioni esercitate nei suoi confronti dalle Sezioni, sarebbe rientrato nel gruppo redazionale. Invece, la vittoria delle posizione di Enrico Ferri al Congresso tenutosi a Santa Maria Capua Vetere il 24 novembre 1901 determinò l’orientamento del nuovo gruppo redazionale de La Luce.

La frattura esistente tra le diverse anime del Partito socialista portò alla crisi delle sue strutture territoriali. Domenico Santoro, in un articolo su La Propaganda, recriminò contro le lotte interne che, a seguito dell’emarginazione dei gruppi antiriformisti e intransigenti, avevano determinato la morte della Federazione provinciale e de La Luce. Per questi motivi Nardone si distaccò dalla sezione napoletana del Partito socialista per formare, in opposizione, l’Unione socialista napoletana. Il 28 febbraio 1902 venne nominato redattore del nuovo giornale Il Sovversivo di Napoli e nel marzo dello stesso anno fu eletto componente della commissione del Circolo autonomo “Aurora”. Immediatamente espulso dalla Sezione socialista napoletana, l’Unione lo candidò al Consiglio provinciale per il mandamento di Montecalvario, non riuscendo però ad eleggerlo. (Cfr. Carmine Cimmino, Democrazia e socialismo in Terra di Lavoro, pp. 145-146).

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