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Il Recovery plan

Se il Recovery Plan sarà soltanto un progetto calato dall’alto non funzionerà

di Alessandro Mazzoli
cgil cisl uil 1mag17 IsolaLiriI giorni e le settimane che abbiamo davanti saranno quelli decisivi per la stesura definitiva del Recovery Plan italiano. Passo obbligato per avere accesso ai fondi europei contenuti nel programma Next Generation EU che per il nostro paese prevede 209 miliardi di Euro.

Il nome stesso, Next Generation EU, chiarisce quale debba essere la prospettiva. Nelle parole della Presidente della Commissione Europea, Ursula Von Der Leyen si tratta “non solo di riparare e recuperare l’esistente, ma di plasmare un modo migliore di vivere il mondo di domani”. Quindi il compito che abbiamo di fronte è costruire un’Unione Europea per le prossime generazioni.
Le enormi risorse stanziate a questo fine sono un’occasione e, insieme, una grande responsabilità.

Per l’Italia in particolare, oltre a recuperare il terreno perduto con la crisi pandemica, si tratta di voltare pagina rispetto al passato. Non possiamo permetterci di tornare allo status quo ante questa crisi.
Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, anche noto come Recovery Plan, rappresenta il cardine di questo progetto, associandosi agli altri strumenti di programmazione economica a nostra disposizione, a cominciare dai Fondi europei disponibili all’interno del Quadro Finanziario Pluriennale.

Dietro al ritardo italiano ci sono problemi strutturali noti, ma mai affrontati con sufficiente determinazione. Questo è il momento di farlo, seguendo tre direttrici di riforma e mantenendo al centro dell’azione la persona umana, la sua libertà, le sue aspirazioni.
In primo luogo è necessario un paese moderno dotato di una pubblica amministrazione efficiente in cui possono operare imprese innovative e sempre più competitive; un paese con infrastrutture sicure, tecnologicamente all’avanguardia, che sfruttino le potenzialità della rivoluzione digitale.

In secondo luogo bisogna puntare ad un paese più verde, con sistemi di produzione e trasporto dell’energia compatibili con gli obiettivi di riduzione delle emissioni e più resiliente rispetto agli eventi climatici esterni.

Infine serve un paese più coeso, più attento al benessere dei cittadini, sia nei grandi centri urbani che nei borghi e nelle tante, troppe, “periferie” d’Italia. Non è più possibile tollerare l’aumento di disuguaglianze di genere, nella società, tra regioni e territori, indotto da politiche errate del passato, che non hanno saputo frenare una dinamica dannosa per la crescita economica e per la tenuta del tessuto sociale. Nessuno deve essere lasciato solo.

Si tratta di obiettivi impegnativi per i quali il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza serve a dargli concretezza, traducendoli in azioni di riforma e di investimento, con tempi di esecuzione certi sottoposti a controllo costante e pubblico sulla loro realizzazione. Il Piano si sviluppa secondo tre assi strategici: digitalizzazione e innovazione; transizione ecologica; inclusione sociale. All’interno di questa logica sono previste sei missioni: 1) Digitalizzazione, innovazione e competitività del sistema produttivo; 2) Infrastrutture per la mobilità; 3) Rivoluzione verde e transizione ecologica; 4) Equità sociale, di genere e territoriale; 5) Istruzione, formazione, ricerca, cultura; 6) Salute. Ma queste missioni, nel loro insieme, mirano anche a tre grandi obiettivi orizzontali secondo un approccio integrato: la parità di genere; l’accrescimento delle competenze, delle capacità e delle prospettive occupazionali dei giovani; il riequilibrio territoriale e la coesione sociale, con particolare attenzione al Mezzogiorno.

Se questa è la portata della sfida che abbiamo davanti se ne deduce che non sarà sufficiente, per quanto fondamentale, la sola opera delle istituzioni nazionali ma serviranno la partecipazione e il coinvolgimento dell’intera società e dei territori per riuscire ad utilizzare al meglio le risorse che abbiamo a disposizione. Del resto è nella natura stessa di tutti i fondi comunitari quella di sollecitare processi di partecipazione dal basso capaci di unire soggetti pubblici e privati per effettuare realizzazioni concrete e favorire la crescita di comunità consapevoli di quei risultati. La collaborazione territoriale deve essere alimentata per costruire veri e propri sistemi locali in cui partecipazione, confronto e condivisione degli obiettivi siano la cifra di un percorso di sviluppo che garantisca competitività e sostenibilità.

Se il Recovery Plan sarà soltanto un progetto calato dall’alto non funzionerà perché per spendere bene quelle risorse bisogna essere in grado di fare propria l’idea di cambiamento che quelle risorse portano con se. Altrimenti si fallisce. E noi non ce lo possiamo permettere.
“Digitalizzazione, innovazione e competitività del sistema produttivo” significa un altro modo di intendere e fare Pubblica Amministrazione e impresa, e quindi, un altro modo di lavorare dentro la Pubblica Amministrazione e dentro l’impresa. E siccome gli uffici pubblici e le attività imprenditoriali non sono sospese per aria ma vivono e impattano sui territori, gli stessi devono comprendere il tipo di trasformazione in atto altrimenti, paradossalmente, ne rimangono esclusi.

— “Infrastrutture per la mobilità” vuol dire ridisegnare le relazioni fra aree diverse del paese e all’interno di esse, e questo implicherà l’assunzione di decisioni qualificanti e di fondo che orienteranno lo sviluppo territoriale per i prossimi decenni.
— “Rivoluzione verde e transizione ecologica” significa riorganizzare tutte le attività, produttive e non, in un modo completamente nuovo e diverso che richiede consapevolezza e adesione da parte delle persone.
— “Equità sociale, di genere e territoriale” vuol dire riscrivere le priorità, i tempi e i modi della vita quotidiana e dell’organizzazione delle città.
— “Istruzione, formazione, ricerca e cultura” vuol dire rimettere al centro le generazioni più giovani perché il problema non è semplicemente quanti voti prendo alle prossime elezioni ma quale paese lascio a chi verrà dopo. Nelle grandi città come nel più piccolo comune di provincia.
— “Salute” significa più servizi di prossimità per difendere il bene primario, la vita. E i servizi di prossimità alle persone non possono essere decisi soltanto a Roma ma è indispensabile che un territorio sia in grado di organizzarsi e parlare per indicare le vere priorità e le soluzioni migliori.

I 209 miliardi di Euro che l’Italia ha ottenuto in sede europea investiranno la vita delle persone ma non è detto che di per sé avranno un effetto positivo diffuso e duraturo nel tempo. Questo dipenderà dalla lungimiranza delle decisioni che saranno assunte e dalla capacità di includere via via fette più ampie di società in questo processo di cambiamento. Qui sta il ruolo delle forze politiche, dei sindacati, delle organizzazioni di categoria, dell’associazionismo, dei luoghi di cultura e ricerca e delle istituzioni ad ogni livello. E’ un ruolo fondamentale e non derogabile se si vuole davvero perseguire l’obiettivo di ricucire e rilanciare l’Italia. E i territori possono e devono svolgere una funzione essenziale per indicare priorità a Regione e Governo, unire le comunità e portare interessi diversi a condividere una stessa strategia di sviluppo capace di produrre realmente la fuoriuscita dalla crisi e l’avvio di una nuova stagione di maggiori opportunità per tutte e tutti.

Non si possono davvero fare calcoli di corto respiro, perché sono sbagliati in partenza. L’unico modo per vincere questa sfida è giocarla tutti insieme, ognuno con la propria storia, la propria identità e le proprie responsabilità. Sapendo che dalla qualità di questa ricostruzione dipenderà la qualità del paese che lasceremo ai nostri figli e ai nostri nipoti.

 

 

 

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Di Alessandro Mazzoli

Alessandro Mazzoli. Di Frosinone, vive a Viterbo dove è stato Segretario della Federazione Viterbese dei DS; Presidente della Provincia di Viterbo dal 2005 al 2010. Dal 2009 al 2010 ha ricoperto anche l’incarico di Segretario regionale del PD Lazio. Dal 2011 al 2013 nel coordinamento della segreteria nazionale del PD a guida Bersani. Già Deputato del PD durante la XVII Legislatura dal 2013 al 2018. Oggi nello staff del Ministro per gli Affari Regionali e le Autonomie Locali Francesco Boccia.  

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