Cronache&Commenti
“revolving door politics” un commistione tra il mondo politico e il mondo privato
di Roberto De Rosa
Matteo Renzi, l’uomo del momento che ha innescato la crisi di governo e lo ha sostanzialmente fatto cadere a seguito delle dimissioni del presidente Conte, qualche giorno fa si trovava a Riad, capitale nonché primo polo finanziario dell’Arabia Saudita.
A quanto pare Renzi era a Riad come consulente, e non in veste istituzionale, ad una conferenza organizzata da un particolare organismo: il “Future Investment Initiative” controllato dal fondo sovrano saudita. Un evento con oltre 150 leader mondiali per riflettere insieme su come affrontare le sfide del 2021, ma che in sostanza punta al tentativo del regime, guidato dal principe ereditiere “Mohammed bin Salman”, di riscattarsi a livello nazionale in quanto accusato di violare i diritti umani sia in patria che all’estero. Il governo saudita, infatti, si è macchiato di gravi avvenimenti quali la disastrosa gestione della guerra in Yemen, con bombardamenti ai danni della popolazione civile, e l’omicidio nell’ambasciata saudita in Turchia del giornalista Jamal Kashoggi, critico del principe ereditiere.
Questo genere di convegni, dunque, altro non fanno che rilanciare un’immagine diversa del governo saudita all’estero e di tante altre aziende e multinazionali che vi partecipano. Ad esempio, pare che il governo saudita abbia deciso di abbandonare il petrolio, che ha reso di fatto ricca la famiglia reale, e di mirare invece alle energie rinnovabili. Il “revolving door” è un’espressione inglese che aiuta a comprendere bene cosa avviene in questi determinati contesti. Il “revolving door” sono quelle porte girevoli che spesso si trovano all’entrata degli alberghi da cui si entra da una parte per poi uscire essenzialmente dalla stessa parte.
Esiste un “revolving door politics” legato alla commistione tra il mondo politico e il mondo privato e più che altro aziendale. In
pratica le grandi multinazionali hanno ovviamente degli interessi lobbistici e cercano in qualche modo di incentivare la politica a legiferare favorendo i propri interessi e il modo migliore per farlo è coinvolgere ex leader politici, ex ministri ed ex parlamentari a rientrare in gioco, con le loro competenze politiche, nel mondo privato o aziendale ed esortarli ad occuparsi di partecipare a conferenze e congressi. Questo fenomeno è ovviamente oggetto di critica e di dibattito, tant’è che in alcune nazioni è stato quasi normalizzato per non creare eccessivo scalpore.
Matteo Renzi però non è un ex politico, ed è stato scoperto essere membro dell’advisory board* del Future Investment Initiative Institute. Se partecipasse a tutti i board previsti guadagnerebbe ben 80mila dollari l’anno. Se si pensa agli ultimi due anni tra stipendio di parlamentare e consulenze in Europa, Cina, Medio Oriente e Stati Uniti d’America, il segretario del partito liberale Italia Viva avrebbe guadagnato quasi due milioni di euro. In poche parole, si viene pagati per la propria presenza in base al prestigio di cui si gode ma soprattutto per il peso politico che si è ancora in grado di esercitare.
Il peso politico di Renzi è estremamente rilevante, in quanto non si tratta di un parlamentare qualsiasi, ma un membro della Commissione Difesa che si occupa in generale della difesa nazionale e leader di un partito che sembrerebbe ora essere l’ago della bilancia del panorama politico italiano.
L’intera questione non è di fatto illegale, nonostante si tratti in breve di una subdola strategia di mercato da milioni e milioni di euro, ma è indubbiamente morale. Negoziare e trattare realtà complesse, come ad esempio quelle dell’Arabia Saudita o di altri paesi, magari anche nel fiducioso tentativo di plasmarle, fa parte del sistema economico e politico. Ma un conto è farlo nel nome del proprio paese e un altro e farlo a proprio nome andando a coltivare rapporti privati e personali e soprattutto il proprio conto in banca.
*membro consultivo
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