
PCI centanni
A Canfora di Berlinguer non piacciono molte cose e neanche il “compromesso storico”, la più togliattiana delle politiche
di Aldo Pirone
Nel centenario della fondazione del Pcd’I (Pci) il prof. Luciano Canfora ha scritto un libro, “La metamorfosi”, incentrato su Togliatti e la sua opera di trasformazione del partito bordghiano e settario nato a Livorno il 21 gennaio nel “partito nuovo” popolare e di massa, di classe e nazionale, del 1944. Non ho ancora letto il suo libretto, ne ho letto solo qualche recensione. Poi, però, ho letto una sua intervista a “il manifesto” di cinque giorni fa nella quale c’è una critica esplicita, acida quanto sbagliata, a Enrico Berlinguer e al suo operato. La stessa cosa dovrebbe essere nel libro. Naturalmente la politica di Enrico Berlinguer si può e si deve riesaminarla criticamente, come quella di qualsiasi uomo politico di grande livello, ma non stravolgendola in quello che non fu. Per esaltare il ruolo fondamentale avuto da Togliatti nella rifondazione del Pci, come giustamente fa Canfora, non c’è bisogno di immiserire la figura di Berlinguer che, tra l’altro, cercò sempre, innovando quello che andava innovato, di seguire una linea di continuità, non di continuismo, con l’opera del “migliore” portando il partito comunista ad essere un terzo circa (34,4%) dell’elettorato.
A Canfora di Berlinguer non piacciono molte cose e neanche il “compromesso storico”, la più togliattiana delle politiche dell’allora segretario comunista. “L’idea del compromesso storico – dice nell’intervista – era errata fin dalla sua formulazione. C’è poco da fare, la parola significa accordo di vertice. Magari l’intuizione era giusta dopo il Cile […] Togliatti però non avrebbe mai parlato di compromesso, ma di incontro con le masse cattoliche”. Non è così. Sulla parola “compromesso” Togliatti aveva disquisito nel suo discorso alla Costituente dell’11 marzo ’47. In sostanza aveva detto che c’è compromesso e compromesso. Qualcuno gli dava un senso deteriore “Per me si tratta, invece, – affermava Togliatti – di qualcosa di molto più nobile ed elevato, della ricerca di quella unità che è necessaria per poter fare la Costituzione non dell’uno o dell’altro partito, non dell’una o dell’altra ideologia, ma la Costituzione di tutti i lavoratori italiani e, quindi, di tutta la Nazione”. Poi c’era quello deteriore consistente “nel lavorare esclusivamente sulle parole: nel togliere una parola e metterne un’altra, la quale direbbe approssimativamente lo stesso, ma fa meno paura, oppure può essere interpretata in altro modo; nel sostituire così la confusione alla chiarezza”.
Non c’è dubbio che il “compromesso” di Berlinguer per le sue motivazioni – seconda tappa della rivoluzione democratica e antifascista – e per i suoi obiettivi riformatori (i famosi “elementi di socialismo”) non poteva in alcun modo essere classificato nell’ambito dell’inciucio deteriore. C’è da dire che all’epoca la parola non piacque neanche a Longo, divenuto Pr
esidente del Pci, che avrebbe preferito il gramsciano, ma anche più dottrinario, “Blocco storico”, ma non ne fece una questione dirimente. La discussione, però, per non essere astratta e lessicale deve rapportarsi alla realtà. Che effetti ebbe nel Paese quell’iniziativa politica di Berlinguer? Ebbe l’effetto di aprire la strada a un mutamento consistente nei rapporti di forza con la Dc nel quadro di un forte avanzamento democratico, sociale e civile delle forze popolari fatto di battaglie concrete. Quanto al fatto, secondo Canfora, che Togliatti avrebbe parlato, invece che di “compromesso”, “di incontro con le masse cattoliche” appare risibile e sbagliato per due motivi. Primo, perché d’incontro con le masse cattoliche Togliatti ne parlava in continuazione e lo stesso Berlinguer al XIII Congresso di Milano del ‘72 aveva proposto il “governo di svolta democratica” basato sull’intesa fra comunisti, socialisti e cattolici; con il limite che quest’ultimi sembravano un po’ figli di nessuno mentre gli altri erano partiti ben identificati. Ma gli era che in quel momento la Dc, dopo aver eletto Leone presidente della Repubblica con i voti neofascisti del Msi, si apprestava, su impulso di Fanfani, a dismettere il centro-sinistra per tornare a un tardo centrismo. Secondo perché si fa intendere vagamente di una concezione di Togliatti che contrapponeva le masse cattoliche ai vertici della Dc che quelle masse organizzava attraverso una dialettica complessa e fondamentalmente interclassista che mediava in continuazione fra componenti interne moderate, conservatrici e progressiste in rapporto con un elettorato solcato da impulsi diversi, fondamentalmente moderati ma anche reazionari e d’ordine così come riformatori e progressisti. Ma Togliatti era un politico non schematico – “totus politicus” l’aveva definito B. Croce – abituato a valutare la concretezza della situazione politica e non rifuggì dall’appoggiare spericolatamente anche fenomeni di rottura della Dc come il milazzismo in Sicilia nella seconda metà degli anni ’50 quando l’obiettivo principale era quello di rompere il monopolio del potere democristiano.
La distinzione fra base e vertice dei partiti aveva una lunga storia nel partito dei comunisti. Di solito aveva a
limentato le resistenze settarie a una politica unitaria prima verso i socialisti e poi verso gli altri partiti. La divisione fra base e vertice da necessaria distinzione didascalica del pensiero – per parafrasare il Gramsci della distinzione fra struttura e sovrastruttura – diveniva schematismo astratto quando la si applicava alla realtà effettuale che si manifestava sempre in un intreccio dialettico e unitario fra questi due momenti. Un intreccio la cui comprensione del come si esplicava nel momento politico dato era la sostanza stessa della politica. La rottura della Dc, per altro non realistica, non fu mai obiettivo strategico di Togliatti. Il suo obiettivo, come quello di Berlinguer, fu lo spostamento a sinistra di quel partito attraverso il cambiamento dei suoi equilibri interni e lo sfruttamento anche spregiudicato delle sue contraddizioni interne quando si manifestavano. Così era stato, per esempio, con l’elezione di Gronchi alla Presidenza della Repubblica nel 1955.
Non c’è bisogno di ricordare a Canfora quello che si scatenò – le forze più oscure del cielo e della terra disse Natta – a Ovest ma anche all’Est contro l’avanzata dei comunisti in quegli anni sotto l’egida del “compromesso storico”. L’uccisione di Moro fu il culmine di quest’attacco antidemocratico che ebbe come obiettivo, riuscito, di colpire l’intesa fra il Pci e la Dc di cui si era fatto garante il Presidente democristiano anche contro i moniti americani, tedeschi e anglofrancesi in Europa. Naturalmente si può e si deve esaminare criticamente come la politica del “compromesso storico” fu applicata, la sottovalutazione per esempio della componente socialista e lo schiacciamento sui governi di unità nazionale, ma è difficile dire, come fa Canfora, che la si abbandonò per “l’alternativa di sinistra” e che l’assassinio di Moro “non era sufficiente a cambiare strategia”. Intanto perché con l’assassinio del Presidente democristiano fu rovesciata la sua linea, per altro assai lenta e prudente, d’intesa con i comunisti, tanto è vero che venne fuori il famoso “preambolo” anticomunista di Donat-Cattin, Piccoli e Forlani che liquidarono Zaccagnini e poi perché Berlinguer non ripiegò affatto sull’alternativa di sinistra, che era stata di Craxi solo come elemento di disturbo del “compromesso storico”, bensì sulla linea politica dell’alternativa democratica. Anche qui la questione non era lessicale ma di sostanza. Nel momento in cui si andava profilando un centro-sinistra spostato a destra tanto da diventare ben presto pentapartito, con un cane da guardia di tutto riguardo come il segretario del Psi Craxi, Berlinguer ebbe l’assillo di radunare tutte le forze democratiche “alternative”, comprese quelle del cattolicesimo democratico, per cercare di rimutare i rapporti di forza nel Paese che avevano visto un arretramento elettorale del Pci dal 34,4 al 30,4%.
Fu fatto bene? Fu fatto male? Si può discutere di ogni passaggio di quella politica, ma non si può negare che siamo dentro le coordinate storiche di una linea togliattiana che perseguiva l’intesa fra le grandi forze popolari non sulla base delle chiacchiere, ma di un’azione multiforme di lotta e di iniziativa politica concreta nel paese attenta ai rapporti di forza. In quella fase di arretramento politico e di esaurimento della spinta propulsiva della proposta di “compromesso storico” occorreva adeguare la linea politica del Pci. L’alternativa democratica era insieme la presa d’atto di una sconfitta subita e il tentativo di rilanciare una linea politica che marcasse l’alterità della forza comunista e di un’altra Italia rispetto a quella che aveva ripreso il sopravvento e che qualcuno chiamava del tutto impropriamente riformista, con i risultati che abbiamo visto appena un decennio dopo. Una linea che Berlinguer cercò di nutrire con l’analisi dei mutamenti che si andavano verificando nel mondo e in Italia con l’avvio della “rivoluzione conservatrice” neoliberista.
Berlinguer intendeva la politica, come Togliatti, nella sua essenza di “analisi concreta della situazione concreta” e perciò non solo come manovra politicista fra vertici politici ma unita all’azione complessiva nel corpo sociale.
Non fu uno scavezzacollo moralista come lo fa apparire Canfora.

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it
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