scontrivoluti da Trump 2 390 min

Cronache&Commenti

 Considerazioni sui fatti di Washington

di Giovanni Morsillo
scontrivoluti da Trump 2 390 minPrima di farci intossicare da pseudo-analisi dei soliti informati del giorno dopo vorremmo avanzare qualche considerazione sui fatti di Washington.

Intanto rigettiamo la semplificazione che considera questi avvenimenti come un “caso”, non solo nel senso di casualità ma, e soprattutto, come fenomeno da considerarsi come evento, come episodio unico per quanto “spiacevole”.

Da tempo andiamo riflettendo sulla questione democratica e della crisi valoriale e applicativa che la democrazia borghese affronta da decenni. Naturalmente non vi è in giro molta voglia di discutere dei fondamenti di questa crisi, essendo assai meno impegnativo derubricare la questione a responsabilità del nazionalista di turno. Gli aggettivi sostantivati si sprecano, e non a caso molti di questi sono neologismi coniati dagli stessi soggetti che giorno dopo giorno smontano gli istituti e i concetti democratici: sovranisti, populisti, nazionalisti, razzisti, fondamentalisti e via sciorinando in fotocopia concetti semplici, che proprio perché semplici e rozzi non consentono di comprendere l’effettiva portata e gli aspetti storici del fenomeno.

Perché di fenomeno si tratta, di processo storico, non di accadimenti episodici dovuti a soggetti certamente discutibili. Che esistono e si rafforzano, complice anche la progressiva trasformazione della politica democratica in banale preoccupazione amministrativa con un occhio elegante ai diritti civili (ma questo è un altro capitolo). Citiamo per tutti, ma la letteratura è ampia, il bellissimo reportage di Adrienne LaFrance sul giornale statunitense The Atlantic riportato per i lettori italiani da Internazionale dell’11 settembre 2020 nel quale si guarda dentro organizzazioni come Qanon, convinte che il mondo sia in mano ad una cricca sionista, comunista, miliardaria e pedofila, in un fritto misto che costituisce il fertile terreno di propaganda di soggetti surreali come D. J. Trump.

Ma il punto non è nemmeno l’esistenza di tali organizzazioni. Da sempre gli Stati Uniti non solo hanno coltivato al loro interno organizzazioni anti istituzionali e reazionarie, dal Ku-Klux-Klan ai Tea Party, passando per tutto ciò che c’è in mezzo. Certo preoccupa il loro avanzare sul terreno dell’iniziativa e dei consensi (74 milioni di cittadini hanno votato per Trump). Ma essi sono un effetto della crisi democratica, non la causa. Un effetto capace, a lungo andare, di logorare progressivamente Istituzioni e princìpi, ma come strumento, non come motore della crisi.

La democrazia che conosciamo, impropriamente detta “liberale” con un’acrobazia da contorsionisti visto che l’idea democratica nasce con Rousseau e quella liberale con Locke, è l’evoluzione storicamente determinata del modo di organizzare la società secondo gli interessi della borghesia produttiva (Rivoluzione francese), che come ovvio ha subìto e prodotto mutamenti anche radicali del suscontrimvoluti da Trump 390 mino stesso modo di esercitarsi nel corso della sua lunga progressione.

Essa risponde agli interessi che la classe imprenditoriale (produttiva, commerciale, finanziaria) ha coltivato dalla sua formazione in poi, e per questo si è determinata secondo il modificarsi delle condizioni stesse di produzione e scambio, concedendo ai cosiddetti cittadini-consumatori gli spazi minimi di soggettività sociale (quella che chiamiamo di volta in volta libertà, autodeterminazione, rappresentanza, partecipazione ecc.) per ottenere il loro consenso.

Questo finché fosse necessario. Oggi non è più così, e non certo perché lo vogliono strani individui come Trump, Erdogan, Putin ecc. (l’elenco sarebbe lungo, ma sempre di individui si tratta), ma per il nuovo mutamento delle condizioni stesse di esercizio degli interessi dominanti. Nessun complotto, soltanto nuove forme di produzione e accentramento della ricchezza che portano con sé, strutturalmente, la necessità di cambiamento dell’organizzazione di quello che, con qualche superficialità, chiamiamo società.

Se il modo di produrre e distribuire ricchezza del modello industriale necessitava del consenso, il livello ulteriore, quello finanziario non solo può farne a meno, ma lo vive come un impaccio, pertanto dove questo modello si afferma le Istituzioni ed i valori democratici finiscono fuori corso. Non a caso mentre ci si stracciano le vesti per la compressione della democrazia (borghese, sia chiaro) a Hong-Kong o in Turchia, si afferma l’obsolescenza dei parlamenti e delle assemblee rappresentative nel famigerato “Occidente”.

Non è solo qualche frase detta da imprenditori della politica nostrana (Casaleggio jr., Bonomi, ecc.) a fare da spia del fenomeno in casa nostra. Abbiamo già espresso a suo tempo considerazioni in tal senso riguardo l’abolizione del voto per le Province, vere e proprie prove tecniche di cancellazione degli elettori (del consenso) e di pratica della nomina autoreferenziale dei poteri burocratici. Ma non è difficile ampliare lo sguardo registrando, ad esempio, il mancato rafforzamento delle Istituzioni europee in chiave di unione effettiva della rappresentanza e degli interessi nei processi decisionali, lo svuotamento progressivo dei poteri delle Assemblee trasferiti agli esecutivi, la legiferazione per decreto e non per legge, ecc.

Insistiamo, pertanto, nel sostenere che Trump, per quanto ingombrante e nocivo, non è il protagonista di quanto accade, ma il risultato di quanto in movimento nell’ennesima ristrutturazione capitalistica. Le nuove dinamiche rese possibili dall’uso di classe delle nuove tecnologie e dalla gestione della globalizzazione stanno producendo lo sgretolamento dell’assetto nato dalla fine degli Imperi centrali europei per esaurimento della loro funzione storica. Ma forse sarà il caso di valutare il fatto che per costruire il nuovo assetto funzionale allo stato dell’economia, sono state combattute ben due guerre mondiali.

Nel nostro piccolo abbiamo promosso, negli anni, moltissime occasioni di riflessione su questi temi, ma non pretendiamo certo di aver compreso tutto e, soprattutto, di poter spostare la situazione concreta. Pensiamo però che le nostre ragioni, insieme e confrontate con quelle di altri possano servire almeno come strumento per orientare chi, anche inconsapevolmente, possa simpatizzare con politiche reazionarie in grado di produrre gli spettacoli politicamente terrificanti che gli amici di Trump hanno allestito a Washington.

Crediamo quindi necessario profondere ogni sforzo per relazionarci con chiunque abbia cose serie da dire e da fare in questa direzione, consapevoli del nostro ruolo e dei limiti della nostra forza, di farlo pubblicamente e di assumerci l’onere di sfidare la politica su questi terreni, prima e più che su quelli più immediati.

 

 

 

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