Analisi Opinioni Dibattiti
Il pensiero di sinistra è il nuovo avversario nel post-Trump?
di Toni Pironi
Chi è un minimo attento alle parole della politica avrà certo notato come negli ultimi mesi le righe affidate ai principali commentatori di ‘Repubblica’ siano pieni di riflessioni circa lo scenario futuro entro il quale il campo dei progressisti debba indirizzarsi.
Questo giornale si è assunto probabilmente il compito di ‘suggeritore’ politico dei progressisti (qualunque cosa questo aggettivo significhi) italiani e per farlo sta spesso sostenendo tali suggerimenti con l’analisi di scenari internazionali.
Quale strada questa riflessione voglia indicare non è ancora del tutto chiara ma quello che appare fuori dubbio è che questa riflessione sta indicando quale strada assolutamente il campo progressista non dovrebbe imboccare: quella del populismo di sinistra.
Questa considerazione è diventata una sorta di mantra dopo la vittoria di Biden alle presidenziali statunitensi.
Il giorno dopo la certezza del successo democratico, Repubblica ha ospitato il pensiero di Tony Blair che ha sentenziato come: “la caduta di Trump non è la fine del populismo perché un populismo di destra non può essere battuto da un populismo di sinistra”.
Qualche giorno dopo è uscito un pezzo a firma Mario Platero nel quale si cita un ‘Washington insider’ che cosi descrive il percorso che il neopresidente sta attuando per comporre la sua squadra di governo: “L’obiettivo è chiarissimo: tenere i matti chiusi nel fienile”. I matti sarebbero gli esponenti della sinistra del partito democratico. Nel pezzo non si cita nemmeno più il vecchio Sanders e i riferimenti sono alla Ocasio Ortez e alla Warren.
Ma la summa di questa riflessione che parla ai progressisti italiani la si è avuta il 22 di novembre quando il direttore Mario Molinari ha preso carta, penna e calamaio per vergare di suo pugno l’editoriale del giorno, dal titolo “Biden-Starmer, la nuova via progressista”.
Prima di entrare nel commento del pezzo sia consentita una riflessione sui termini utilizzati, sempre e comunque, in questi articoli. Due sono le parole-chiavi: progressisti e sinistra. In opposizione. L’un concetto esclude l’altro. Ove c’è pensiero progressista non c’è pensiero di sinistra. Di più: il pensiero progressista deve opporsi al pensiero di sinistra che è diventato il nuovo avversario nel post-Trump.
Interessante.
Interessante per chi (in Italia, in Europa e negli States) ha gioito alla vittoria di Biden, e ha avuto la tentazione di pensare che forse la sinistra un pizzico ha contribuito alla suddetta vittoria e che (eresia) forse si era davanti ad un turning-point che prevedeva una ricalibratura delle future politiche occidentali un minimo più attenta alle istanze della sinistra. Niente di tutto questo.
Stando all’editoriale chi, come il sottoscritto, è di sinistra è quantomeno un populista con l’aggravante che, al contrario di quanto fatto dal populismo di destra, non è nemmeno capace di parlare ad un elettorato che chiedeva protezione puntando su ‘famiglia, comunità e sicurezza’. La chiave della vittoria di Biden (un fenomeno ancora tutto da analizzare) secondo Molinari è stata nella capacità di ‘recuperare il patriottismo che alberga nella nuova classe operaia la quale si distingue per condividere valori morali come il rispetto delle tradizioni, la lealtà alla comunità ed alla nazione’.
Non una parola sul movimentismo sociale (etnico, di genere, culturale) che in questi mesi ha scosso alle fondamenta tanta parte degli States. Non una parola sulla mutazione antropologica che negli ultimi quattro anni ha cambiato il volto del partito democratico americano. Non una parola sull’agenda sanitaria che pure qualche consenso a Biden lo ha portato. Non una parola sugli errori dei progressisti che negli ultimi anni hanno spianato la strada ai vari Trump, Bolsonaro, Orban, Salvini.
Niente.
La chiave di tutto è stata, per Repubblica, tranquillizzare l’operaio del Michigan spiegandogli che mai e poi mai si sarebbe dato seguito a ‘posizioni estreme sulla proprietà pubblica, sulla tassazione dei ricchi e gli interventi ambientali’.
Ecco, ci siamo.
Dopo lunghissime righe sul significato storico della vittoria di Biden, con rimandi anche al 1933 e al discorso di Roosevelt all’East Portico, Molinari giunge al punto cruciale del messaggio.
Il problema sono le ‘posizioni estreme della sinistra’ sui temi di cui prima come se trent’anni di esperimenti lib-lab et similia non c’entrassero nulla con il risorgere della peggiore destra dagli anni ‘30 del secolo scorso. Come se la strada intrapresa negli anni ‘90 dai progressisti occidentali che hanno scommesso sull’alleanza con il mercato e con la globalizzazione non abbia nessuna parte in questa storia. Come se tutte le analisi che ci raccontano di paesi ricchi con giganteschi problemi di squilibrio nel benessere reale e di disuguaglianze sociali non abbiano diritto di cittadinanza in questa discussione. Come se un pianeta sull’orlo di una catastrofe ecologica la quale, forse, un minimo ruolo nell’attivare la pandemia in corso l’ha pure avuta non sia reale, non esistesse.
No, niente.
La storia inizia 5 o 6 anni fa con l’improvviso comparire sulla scena mondiale di personaggi brutti, sporchi e cattivi che hanno destabilizzato un piano dell’esistenza idilliaco e senza problemi.
Il problema sono le ‘posizioni estreme della sinistra’ che bisogna combattere. E come? Secondo Repubblica guardando al centro. Quel luogo indistinto che accontenta tutti e che diluisce le differenze annullando il pensiero critico in favore di una più rassicurante New Western Way of Life che guarda al passato per affrontare il futuro.
Perché, aldilà dei divertissement retorici, qui sta la questione vera su cui si dovranno interrogare i progressisti, con dentro la sinistra mi sia consentito, negli anni a venire. Come si può affrontare un futuro che pone questioni mai poste prima con una cassetta degli attrezzi che non solo non ha funzionato ma ha anche contribuito a generare tali questioni?
I temi che abbiamo di fronte sono di portata planetaria e non basterà rassicurare l’operaio del Michigan o la casalinga di Voghera per risolverli.
Occorrerà coraggio.
Occorrerà coraggio per affermare che l’alleanza e il sostegno al mondo delle imprese è certo necessaria ma che ciò si deve coniugare con la dignità di chi lavora.
Occorrerà coraggio per affermare che sicurezza e migrazioni sono i due volti di una stessa medaglia e che non si garantisce il primo volto se non si tutela l’umanità di chi è protagonista del secondo.
Occorrerà coraggio per affermare che l’auspicata riconversione ecologica dei sistemi di produzione comporterà decenni di catastrofi sociali anche nei paesi ricchi e che per farvi fronte si dovrà mettere mano al portafoglio pubblico.
Occorrerà coraggio per affermare una dignità della militanza di sinistra anche se ciò equivarrà ad essere percepiti come dei pericolosi estremisti.
Occorrerà coraggio, infine, per non rispondere alle chiamate di queste sirene capaci di un canto molto suadente e che invocano al ritrovato ‘laboratorio liberal anglosassone’ – questa è la proposta avanzata da Molinari – come modello anche per il Partito Democratico italiano.
Mi auguro si comprenda che abbiamo già dato.
Grazie, ma anche no.
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