Cosa ti piace dell’arte contemporanea e cosa invece di quella del passato?
Dell’arte contemporanea mi piace una cosa che è anche il suo limite: la libertà. L’arte contemporanea è legata, secondo, me alla molteplicità degli strumenti, alla tecnologia. Nella produzione artistica davvero non abbiamo davvero limite di espressioni: che siano arti visive, teatrali, musicali e così via e questo permette a tutti di potersi esprimere e poter dare una proprio contributo. Ma secondo me, è anche un limite; a volte mi chiedo se in raffronto alla capacita pittorica del passato, quindi i grandi maestri della pittura, qualcosa non sia andato perso. Cioè ad esempio oggi vediamo delle cose stupende che sono in arte digitale o sono installazioni e videoinstallazioni straordinarie, però mi chiedo se ci sono ancora persone con grandissime capacità pittoriche. Certamente ci sono, però ha senso interrogarsi. Se davvero tutto è arte, cosa è arte e cosa non lo è. L’arte del passato secondo me si distingue da quella di oggi per una caratteristica precisa: la committenza. I grandi pittori, i grandi maestri hanno avuto il sostegno di potenti committenti per i quali lavoravano affrescando chiese o palazzi, monumenti, dipingendo quadri, ritratti; oppure dei mecenati che amavano l’arte, la creazione di paesaggi artistici, dove l’opera d’arte facesse anche parte del patrimonio del casato. Credo che questo negli usi e costumi culturali del nostro tempo sia mutato; l’opera d’arte non è forse più accessibile a tutti, forse anche per un fatto di costi e sono sempre meno le occasioni di commissionare grandi opere d’arte. Quindi oggi l’arte rimane più legata ad un bisogno espressivo dell’artista che cerca una sua carriera, una realizzazione, ma solo minimamente legata ad una idea di sostegno anche economico. Per certi versi quindi è più facile da un punto di vista della libertà mediante la tecnologia essere artisti oggi ed è più difficile dal punto di vista della realizzazione personale vera e propria. Se poi ampliamo il discorso in ambito commerciale è ancora peggio. Nel senso che, se arriviamo a definire che c’è qualcuno che decide chi è arte e chi non lo è, a prescindere dalla validità o comunque dalla qualità del prodotto questo è un altro discorso, ancora un po’ più triste sicuramente.
Parlaci della tua particolarissima tecnica
Non ho fatto studi in campo artistico, vengo da un percorso formativo diverso. Sono sempre stata appassionata d’arte ma inizialmente, durante la carriera scolastica non sembrava che potessi avere particolari riscontri soprattutto nella rappresentazione tout court della realtà. C’è stato però tutto un percorso circa la tecnica. Da ragazzina mi sono iscritta ad un corso di decorazione artistica su ceramica e quindi il lavorare con pennelli microscopici (lo 0, il doppio 0, il triplo 0) utilizzare l’oro e questi colori così fini mi ha introdotto e abituato ad un metodo di concentrazione su di sé e su tratti sottilissimi e molto piccoli che comunque mi piacevano moltissimo.
Da lì ho cominciato a giocare con pennelli molto piccoli e successivamente con le penne stilografiche che ho sempre amato. Inizialmente i soggetti sembravano atomi, molecole, grovigli tracciati con la stilografica, tracciati quasi lasciando andare la penna. Poi sono passata ai pennini e alle chine per poi trasporre il tutto dalla carta alla tela, facendo una base in acrilico e procedendo con le chine sull’acrilico, fissate, e sono rimasta ancorata tantissimo a queste dicotomie bianco/nero, con una bidimensionalità del mondo che rappresento perché la tridimensionalità la vedo a livello percettivo ma non con l’anima. Per cui è stato interessante per me vedere come, cominciando a disegnare “senza una meta”, partendo dal centro del foglio ed allargandosi verso l’esterno, la concentricità del disegno sembra portare “tutto dentro “oppure spingere fuori questo “tutto”, a secondo dello stato inconscio di chi osserva l
‘opera.
Ndr: Æno dipinge “in negativo” partendo da una serie di preparazioni, di inserimenti e sovrapposti che vanno a comporre lo sfondo solo apparentemente nero, a volte con texture particolari anche tridimensionali, animato da figure appena percettibili e movimento i quali via via lasciano spazio alle forme chiare, che così emergono da quel “tutto” profondo che non è buio e non è vuoto.
Una tecnica inusuale, sulla quale poi sembra appoggiare delicatamente corone dorate o fare esplodere veri e propri accenti vitali di rosso vivido.