Belle Arti. Pittori
Egli ama ritrarre borghi, paesaggi generalmente inanimati ove si percepisce un profondo silenzio
di Errico ROSA*
Ricordo bene la figura minuta ed asciutta di Saverio Arò: un fascio di nervi pronto a scattare e sempre in movimento. La forte personalità era sottolineata da un potente sorriso, incorniciato tra baffi e pizzetto da moschettiere seicentesco; lineamenti che rimandavano al vate nazionale o alla figura coraggiosa del partigiano “Pedro”.
Ero ancora bambino quando, nei primi anni ’60 del Novecento, ebbi modo di conoscerlo per via dell’amicizia che lo legava a mio padre. Una frequentazione, la loro, iniziata proprio per la comune passione per la pittura; una stima reciproca consolidata da un’affinità caratteriale che li portò a condividere prima alcune partecipazioni a mostre artistiche estemporanee e successivamente a condividere vicende umane che rafforzarono il legame amicale, interrotto solo dalla tragica precoce scomparsa di Arò avvenuta secondo un copione “bohémienne” ed anticonformista.
Con lui ho conosciuto la sua pittura di scuola espressionista, pastosa e vigorosa, fatta di larghe macchie stese con forte vigore. Tocchi di colore dati ora con il pennello, ora con la spatola, ma tutti capaci di conferire luci o ombre, masse o volumi e da cui apprezzare la robusta perizia, la consolidata tecnica e la capacità di ritrarre le “forme” con le giuste proporzioni.
Con incredibile varietà della gamma di colori era capace di cogliere l’essenza di ciò che ritraeva. Abile nell’interpretare espressive policromie che inducevano, a quel tempo come oggi, a forti emozioni: un artista che sapeva vedere il mondo con gli occhi di un poeta.
Il suo personale stile pittorico risente di molteplici influenze che hanno connotato la pittura dell’inizio del secolo scorso, dagli accostamenti cromatici fouves alla spazialità cubista per poi vivere e maturare le esperienze artistiche contemporanee del secondo dopo guerra a Roma.
Inizialmente più asciutta e sintetica e a tratti drammatica, la pittura di Arò è fatta di luminosi cromatismi grassi e terrosi, qualche volta bui e tenebrosi, per cedere successivamente a un cambiamento stilistico il cui lirismo cede al “dettaglio illustrativo”, ancor più evidente nei ritratti dei volti come pure nei paesaggi di case, quest’ultimi inizialmente connotati da sfaccettature prismatiche di evocazione cubista. 
Egli ama ritrarre borghi, paesaggi generalmente inanimati ove si percepisce un profondo silenzio; nature morte, barche, lampare e marine, tuttavia non disdegna di trattare figure di genere come pure problematiche sociali di una umanità marginale, rappresentata da donne di vita, pastori, pescatori, emigranti, umili lavoratori e senzatetto: personaggi muti e mai urlanti, soggetti sicuramente poco graditi alla società gaudente di quegli anni, ormai pronta per imminenti cambiamenti culturali e sociali.
Arò è un pittore che merita di essere ricordato per i numerosissimi riconoscimenti che critica e pubblico gli hanno tributato ma, soprattutto, per aver saputo cogliere e raccontare con originalità la realtà del secondo dopo-guerra, quella della ricostruzione, e delle periferie industriali, dei cantieri e della trasformazione del territorio. Analisi realizzata sempre con forte carica emotiva dagli accenti spesso drammatici, ma ancora intrisa di una umanità eticamente sana e priva delle contaminazioni distruttive contemporanee, con il coraggio intellettuale di non cedere mai al ricatto di un’arte, allora, troppo spesso sostenuta da sigle ideologiche.
*di Errico ROSA, architetto e docente di Storia dell’arte
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