1° maggio 2020, festa internazionale dei lavoratori.

1 maggio 400 mindi Ermisio Mazzocchi – Oggi essa con l’emergenza sanitaria ed economica, prodotta dal coronavirus, ha un valore simbolico superiore e diverso rispetto al passato.

Una dimensione delle sofferenze e delle criticità imprevedibili, di portata globale, richiede una gestione della futura ripresa con una impostazione completamente innovativa.
La questione lavoro balza subito in primo piano, minacciata da licenziamenti e una contrazione della produttività.
E’ il punto focale su cui si riversa una nuova dimensione del modello produttivo e diverse modalità di sviluppo.
Questo comporta una nuova e più marcata composizione del mercato del lavoro e una maggiore concentrazione di interessi finanziari e di profitto economico.

Un pericolo reale che porterebbe, senza interventi e regole di salvaguardia, a un arretramento dei rapporti all’interno della domanda e dell’offerta del lavoro, che ricadrebbe sui lavoratori e sulle lavoratrici, e soprattutto sui giovani.

Gli interventi pubblici a sostegno dell’economia e del lavoro risultano essenziale e vitali.
Questo significa presentare un progetto di sviluppo del Paese secondo uno schema del newdeal, che eviti di essere sottoposto alle necessità delle multinazionali e dei settori decisivi nella struttura produttiva del Paese, che potrebbero perseguire obiettivi rivolti più salvaguardare i loro privilegi che non gli interessi dell’intera comunità.
Le conseguenze sull’occupazione potrebbero essere durissime e le prospettive incerte.

Usciti dal tunnel dell’emergenza e avviata la fase 3, si presenta uno scenario inedito di tutto il sistema produttivo, non più riconducibile a condizioni conosciute nel passato.
Se modifiche non saranno messe in atto, cambierà l’approccio al lavoro, con una probabile, non auspicata, contrazione dell’occupazione. E sarà inevitabile una conflittualità sociale senza pari rispetto al passato.

Gli interessi del capitale di un mercato liberista e le rivendicazioni e le garanzie del mondo del lavoro, saltati, causa virus, gli equilibri faticosamente raggiunti, anche se permanevano contrasti e divergenze, comporteranno una inevitabile frattura e una più evidente conflittualità.

I segnali che appaiono, anche se non molto evidenti, ci dicono che si va in questa direzione, come è facile dedurre dalle stesse dichiarazione del presidente della Confindustria, dalle martellanti informazioni fornite dai mezzi di comunicazioni concentrati nelle mani del mondo imprenditoriale, e dalla insinuante e subdola campagna della destra e dei suoi fiancheggiatori, volta presentarci un paese buono, il Nord, e un paese cattivo, il Sud.

Deve essere, altrettanto chiaro che questi comportamenti sono la tipica espressione di un contesto socio economico che già prima del virus aveva sostenuto politiche che non assicuravano livelli occupazionali soddisfacenti e garanzie dei diritti dei lavoratori.

Una crisi che aggredisce la salute e la vita delle persone, generando un calo consistente della produzione dei beni materiali e immateriali, a differenza delle crisi del sistema sociale – economico finora conosciute, si sviluppa simultaneamente nel sistema economico dal lato dell’offerta e dal lato della domanda.

Non saranno utilizzabili per fare fronte a una crisi pesante e aggressiva le tradizionali manovre monetarie e finanziarie. Tanto più che gli interventi finanziari del Governo e dell’UE, rivolti a fronteggiare le criticità e a sostenere politiche di intervento contingente, non garantiscono una spinta all’economia reale e non delineano una diversa qualità dello sviluppo del Paese.
Non è sufficiente un piano di emergenza con il pensiero rivolto a fare quello che si faceva prima del virus.

Per alcuni, compresa la destra, “aprire subito tutto”, ha in sé proprio l’idea di non cambiare nulla, ma anzi porre condizioni più gravose per la parte più esposta, ossia i lavoratori e per quella dei più deboli.
Fronteggiare o meglio ribaltare questa impostazione impone alle forze democratiche e a quelle sindacali una scelta molto chiara e credibile, capace di mettere in campo un movimento di energie, forze, di uomini e donne, di giovani, per contrastare una politica liberistica e una deriva populista e nazionalista.
Serve un piano di programmazione di tutto l’assetto produttivo, che punti a salvaguardare lavoro e diritti costituzionali.

Un progetto di ricostruzione e rinascita che metta al centro il lavoro vale a dire i lavoratori, rivolto all’occupazione, ai livelli retributivi, alla dignità, alla sicurezza, sino a una rimodulazione dei servizi, sanità, scuola, trasporti.
Il lavoro protagonista delle dinamiche sociali, concentrato su uno sviluppo sostenibile e di progresso.
Un nuovo modello di sviluppo che, realizzando una redistribuzione della ricchezza, non sia a danno dei ceti medi, né all’impresa, ma colpisca la rendita e l’evasione disonesta e favorisca la crescita e l’equità.
Questo è il campo su cui si confronteranno, credo in modo aspro e si scontreranno le diverse aspettativi, o se si vuole, le diverse realtà i cui interessi non coincidono né convergono.

Si tratterrà di inedite e inesplorate sfide che la sinistra dovrà sostenere per affermare i suoi valori di eguaglianza, solidarietà, di diritti sociali.
Il PD, una delle forze più robuste dell’insieme della sinistra italiana ed europea, dovrà avere la capacità di combattere il liberismo speculativo e di sfruttamento, che elabori una cultura di governo dei nuovi processi con una necessaria altezza intellettuale e morale.

Deve, il PD, farsi carico di spazzare via indecisioni, equilibrismi, prudenze e porsi come forza determinante e coraggiosa, combattiva per sconfiggere le tendenze di un liberismo feroce e della cultura di nuova destra italiana ed europea.
Un obiettivo che richiede un partito, con uomini e donne a tutti i livelli di direzione politica, che sia in grado di suscitare un vasto movimento di forze e di interessi comuni per riaffermare valori universali del lavoro e della dignità umana.
Occorrono segnali forti che tardano ad arrivare, quale quello di una Conferenza di tutti i partiti europei della sinistra, volta a ridare un ruolo al PSE e a coordinare le strategie di una europea unita sul lavoro.
L’UE non prevede tutele europee, uniformi livelli salariali e retributivi e il dopo virus permetterà che si accrescano le divisioni e la competizione tra i lavoratori, alimentate dalla sovranità del mercato e dalle finalità globali del profitto.
La sinistra europea e italiana, lo stesso PD devono ricostruire una nuova egemonia cultura con i valori che si vogliono ricordare e festeggiare in questo 1 Maggio.
Ermisio Mazzocchi

Di Ermisio Mazzocchi

Ermisio Mazzocchi: nato a Vetralla (VT) il 7 agosto 1946. E' laureato in Filosofia presso l'Università di Roma "La Sapienza". Nel 1972 è dirigente nel PCI nella Federazione di Frosinone. Dal 1985 assume l'incarico di Presidente della Confederazione italiana coltivatori (oggi CIA) che lascerà nel 1990 per ricoprire incarichi politici nel Comitato regionale del PCI e in seguito PDS del Lazio. Si è occupato di agricoltura e dei suoi prodotti come Presidente della Consulta regionale e nell'ambito dell'ARSIAL. Nel 2004 tiene su incarico dell'Università di Cassino un corso sul tema "Storia della bonifica pontina". Nel 2003 pubblica il suo primo libro sulla storia dei partiti cui segue il secondo nel 2011 sullo stesso tema. Il suo impegno politico è nel PD. Studia avvenimenti storici ed economici.

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