di Maria Giulia Cretaro – Stato versus Stato. La vicenda della nave Diciotti, ormeggiata al largo di Catania da 5 giorni, è finita. O almeno è finita l’emergenza. I 137 migranti ancora a bordo, dalla notte tra sabato e domenica, hanno iniziato ad abbandonare il loro presidio galleggiante. Saranno ripartiti tra Irlanda, Cei ed Albania, quest’ultima agendo in virtù di quando “gli Eritrei eravamo noi”. Nella stessa mattinata del 25 era stato autorizzato dalla Sanità Marittima lo sbarco di 17 persone per necessità mediche, nonostante questo 5 donne erano state ulteriormente trattenute sul pattugliatore della Classe Saettia. 4 giorni fa era stato il turno dei 27 minori, che dopo un braccio di ferro tra Tribunale dei Minori e il Ministero degli Interni, avevano raggiunto la terra ferma e guadagnato le prime cure.
177 vite che hanno rappresentato il manifesto del Governo Lega-5 Stelle in materia immigrazione.
Un caso emblematico per battere i pugni in cattedra europea, per chiedere senza mediazioni, un intervento diretto e economicamente consistente.
Il rimpallo maltese alle autorità italiane, con versioni discordanti e fasi di crisi alterate, ha costituito il primo passo dell’epopea migratoria. La nave Diciotti, in forze alla Marina Italiana per tanto già suolo dello Stato, ha accolto sulla propria stiva quanti necessitavano dell’aiuto imminente. Da qui il casus quo: permettere a Salvini di prendere l’ennesimo imminente sbarco per rivendicare un ruolo di potenza nell’Unione.
Il risultato internazionale è stato ben diverso da quello prospettato dal Vice Premier. Alla voce grossa dell’Italia, l’eco semplice e lapidaria del silenzio immobile dell’Europa. Non basta imporsi per ottenere, la ripartizione dei migranti non ha avuto riscontro in nessuno Stato, il suolo italiano rappresentato dalla Diciotti, era già la risposta a tutto. Diritto Internazionale, lezione base.
E se nel panorama europeo, tale vicenda ha solo causato scarsa fiducia nella nuova gestione delle relazioni internazionali, la situazione in patria è stata un suicidio dello Stato di Diritto.
Fascicoli aperti in 3 procure siciliane per abuso d’ufficio, sequestro di persona e detenzione illegale a carico di Matteo Salvini. Il PM di Agrigento Luigi Patronaggio non ha potuto far altro che muoversi secondo la legge, seguire le norme vigenti in materia. Mentre per gli altri reati si seguiranno i canonici tempi giudiziari, l’abuso d’ufficio sarà delegato al tribunale ministeriale a Roma.
Ora la palla al Senato e alla Camera, per l’articolo 96 della Costituzione, spetta a loro verificare il luogo a procedere. La prima vera prova di lealtà per un Parlamento che in una vicenda dal forte stampo morale, ha manifestato le prime divergenze etiche. Il Presidente della Camera Fico, ha più volte invitato il leader del Carroccio 2.0 a interrompere questa estenuante azione, operando più da terza carica dello Stato che da pentastellato. Il resto del Movimento sussurra, per ora un tiepido senso di coalizione va mantenuto.
2 correnti che hanno tentato per i primi mesi di Governo, di tenersi ognuna sulla propria onda, cavalcando i baluardi di una lunga campagna elettorale. Ma il 4 Marzo è ormai lontano, non sono più solo forze politiche, sono Stato, ovvero la prima linea, l’azione e la conseguenza. Una fusione di principi e provvedimenti che non può essere un esclusivo e costante rimando ai dissidi del passato.
Ad oggi, rappresentare gli umori della Nazione non può bastare, questo dovrebbe essere il compito delle minoranze.
Lo Stato deve far fronte ad ogni evenienza, muovendosi nei ranghi e nei modi della Costituzione, dalle leggi da essa derivanti.
Tradire questi dogmi è autolesionismo, pugnalare al cuore un Paese che si regge sulla rigidità della Carta, e vi ripone la sua unica certezza.
Il nuovo è incappato negli stessi errori dei predecessori, non rispettando ciò che rappresenta. Sanguina e ancora non si accorge delle ferite.
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