di Elia Fiorillo – Il dialogo “formale” con i 5Stelle pareva possibile, almeno quello. Il reggente e mediatore del Pd, Maurizio Martina, pensava di essere riuscito a portarlo a casa. Un inizio per provare ad arrivare a prospettive più concrete. Matteo Renzi però è rimasto sulle sue posizioni: “niet” e basta. Il rischio serio di tornare alle urne non spaventa l’ex segretario del Pd. È quasi sicuro, in caso di ritorno al voto, di conservare intatto il suo patrimonio elettorale, e questo gli basta. C’è chi ha ipotizzato la sua fuoruscita dal partito per fondarne uno suo. Ci avrà pure pensato l’ex presidente del Consiglio, ma un’operazione del genere l’avrebbe fatto passare per uno scissionista inveterato. Uno che non unisce ma che spacca sempre e comunque. Meglio aspettare gli eventi.
Nel frattempo, quando può, manda messaggi più che chiari ai suoi compagni di partito: “Siamo seri: chi ha perso le elezioni non può andare al governo”. Lo afferma nella trasmissione di Fabio Fazio “Che tempo che fa”. E, continua, a dispetto degli oppositori, affermando che “sette italiani su dieci hanno votato Salvini e Di Maio, lo facciano loro il governo se sono capaci. Noi non possiamo con un gioco di palazzo rientrare dalla finestra dopo essere usciti dalla porta”. Dichiarazioni queste che hanno fatto scattare la reazione Di Maio che si è visto certificato il “no” alle sue ipotesi governative. “Il Pd non riesce a liberarsi di Renzi con il suo ego smisurato. Il Pd ha detto no ai temi per i cittadini e la pagheranno”. Martina, dal canto suo, è rimasto letteralmente basito dalle esternazioni renziane. Il suo stato d’animo l’ha espresso con parole dure ma si è fermato ad un passo dalle dimissioni. Tutto rimandato alla prossima direzione.
La confusione regna sovrana nel mondo dei partiti. Salvini e Meloni ripetono il leat motiv del rispetto del voto popolare e della necessità di un governo di centro-destra. A sua volta Di Maio, prima del secco “no” del Matteo gigliato, parlava del bene del Paese e tutto poteva far brodo per poterlo raggiungere, anche un “contratto” con il tanto disprezzato – in campagna elettorale – Partito democratico. Berlusconi, a sua volta, si abbraccia con Salvini, ribadisce la forza determinante del centro-destra, anche se non gli dispiacerebbe un accordo con gli ex comunisti, come li definiva un tempo. L’ex Cav., al di là delle posizioni e dichiarazioni ufficiali, non si fida del capo del Carroccio che vede come un concorrente pericoloso sul fronte del suo elettorato. Salvini da posizioni estreme si sta spostando sempre di più al centro, provando a scalzare Forza Italia. La vittoria elettorale in Friuli Venezia Giulia fortifica il Centro-destra e potrebbe pesare sulla formazione del nuovo governo.
Nel giro vorticoso d’interessi – palesi e nascosti – dei partiti rimane invariato un tema: “che governo le forze politiche che hanno vinto le elezioni vogliono dare al Paese?”
Saltato il “contratto” con i democratici Di Maio qualche cosa si deve inventare. Sì, va ripetendo di un necessario ed opportuno ritorno alle urne, ma forse è il primo a non crederci. Bisogna cambiare la legge elettorale, prima di tutto. Eppoi tornare al voto dopo il largo consenso ottenuto il 4 marzo può apparire agli elettori come una sconfitta, con le logiche conseguenze del caso. Meglio, allora, trattare con l’ex Matteo padano, diventato prepotentemente italico.
I contatti sotterranei tra Gigino e Matteo non si sono mai interrotti con molta probabilità. È arrivato il momento per il bene del Paese, ma anche “per salvare la faccia”, d’inventarsi un esecutivo anche a tempo i cui ispiratori – e manovratori – saranno proprio i due leader del Carroccio e dei 5Stelle. Non un governo tecnico alla Monti, ma un esecutivo che abbia nel suo interno uomini, non di primo piano, fedeli ai due schieramenti. Un accordo del genere potrebbe andar bene anche a Berlusconi che vede come fumo negli occhi i grillini, super ricambiato da questi ultimi. Il presidente del Consiglio potrebbe essere o una figura istituzionale o, viceversa, un personaggio che sia ben visto da entrambi gli schieramenti. I tempi stringono e le problematiche da risolvere aumentano giorno dopo giorno. L’Italia non può più rimanere senza una guida, i rischi sono tanti, troppi.
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