
di Paola Bucciarelli – Il 7 aprile scorso il quotidiano Libero titola: «Anche Mieli si accorge che della Resistenza non resiste più nulla», l’articolo porta la firma del giornalista Gianluca Veneziani, che sostiene che sia conclamato così il revisionismo (da sinistra) sulla Resistenza.
L’affermazione di Gianluca Veneziani è scaturita dalla recensione che il giornalista Paolo Mieli ha fatto il giorno precedente sul Corriere della Sera del saggio del francese Olivier Wieviorka.
La tesi del libro: la Liberazione avvenne grazie agli Alleati, che avrebbero vinto comunque con o senza partigiani.
Secondo Veneziani: «cade in questa maniera il mito della Resistenza come grande movimento di popolo, come insurrezione spontanea, immediata e partecipata, oltreché risolutiva… »
Ma l’aspetto su cui più insiste il saggio è: «che non ci fu, sin dagli albori in Europa, e tanto meno in Italia, l’insorgere di dissidenti pronti a darsi alla macchia né una risoluta opposizione all’apparente inesorabilità della disfatta nei Paesi occupati… Smentita evidente della leggenda secondo cui sarebbe esistita una Resistenza implicita e silenziosa, nata nel momento dell’occupazione e poi sfociata nella Resistenza armata».
A mio avviso questa è una colossale falsità e allo stesso tempo la conferma che da più di un decennio è in corso una campagna di profonda revisione del significato, della natura e del senso della Resistenza con l’obiettivo di cambiare profondamente la Carta costituzionale che del movimento di Resistenza antifascista è figlia.
Questa campagna di revisionismo è dovuta a una tendenza all’oblio piuttosto forte in Italia.
Come ha detto Carlo Smuraglia, Presidente emerito dell’Associazione nazionale partigiani d’Italia (ANPI), in un’intervista qualche tempo fa: «Le istituzioni non hanno fatto molto per conservare la memoria. Non solo della Resistenza, ma nemmeno di quello che è successo prima, di quello che è stato il fascismo. Perché è da lì che bisogna partire per capire. Al massimo le istituzioni organizzano un evento, si celebrano le date, il 25 aprile, gli eccidi, gli scontri. Ma l’analisi e lo studio sono molto più rari, e per questo l’Anpi ha lavorato molto. Per conservare la memoria e proteggerla».
Una memoria che deve necessariamente andare oltre il ricordo – doveroso – di persone e fatti. Bisogna portare a conoscenza il fatto che la Resistenza fu un fenomeno estremamente complesso e per conseguire questo obiettivo è necessario storicizzare e contestualizzare tutte quelle vicende e darne una spiegazione.
È necessario far capire che la Resistenza fu un’esperienza collettiva fatta da tante persone di origine diversa e di formazione politica diversa. Gli obiettivi erano comuni: liberare l’Italia dai nazifascisti e dar vita a un paese democratico dopo venti anni di dittatura.
Quindi, ci sono pezzi di storia per i quali non è possibile l’oblio, di cui non ci si può dimenticare.
Il 25 aprile è la Festa della Liberazione, è una festa nazionale civile. In questa data l’Italia celebra la fine dell’occupazione nazifascista nel nostro Paese, la sua rinascita democratica.
La data del 25 Aprile è stata scelta convenzionalmente per ricordare che in quel giorno fu dichiarata l’insurrezione generale e vennero liberate le città di Torino e Milano.
Tutto ciò fu possibile grazie al coraggio di tanti e tante che scelsero di esserci, di partecipare, di sognare, di rischiare, di ricominciare.
La Resistenza è stata quella di chi intraprese e condusse la lotta armata sui monti, nelle valli, in città, ben sapendo quali fossero i propri limiti di preparazione e di esperienza militare e ben conoscendo l’enorme disparità di mezzi e uomini rispetto a un esercito attrezzato e organizzato come quello tedesco.
Fu il coraggio dei lavoratori che fin dal marzo del 1943 iniziarono a scioperare consapevoli dei gravi rischi cui andavano incontro.
Fu la lotta dei giovani renitenti alla leva e dei circa 600.000 militari che, dopo l’8 settembre, rifiutarono di aderire all’invito dei tedeschi e dei repubblichini a collaborare e finirono nei lager, e molti non fecero ritorno.
La Resistenza, fu quella delle donne, delle tante donne che hanno svolto un compito essenziale per la riuscita della lotta. La loro funzione, il loro impegno, è stato per troppo tempo nascosto, taciuto, dimenticato, ma fu fondamentale.
La lotta partigiana ha avuto bisogno dell’aiuto di centinaia e centinaia di loro, della loro iniziativa, delle loro cure e del loro coraggio. Hanno rischiato tanto e patito sofferenze indicibili.
Ai partigiani e ai combattenti sono state conferite delle medaglie, alle donne della Resistenza poco o nulla. Sarebbe incompleta la storia di quei venti mesi senza riconoscere il ruolo determinante che hanno avuto le donne nella guerra di Liberazione.
Queste donne partigiane, la maggior parte giovanissime, hanno svolto tantissimi ruoli durante quei mesi di guerra. In maniera generica si usa dire che fecero le staffette, ma è un’espressione riduttiva; in realtà, combatterono con le armi, furono attiviste nei Gruppi di difesa delle donne (GDD), insomma hanno fatto la Resistenza a tutti gli effetti, come e più degli uomini, ma sono state cancellate dalla storia. La responsabilità di ciò fu anche delle donne stesse che, per anni, hanno taciuto su ciò che fecero. Hanno avuto pudore e timore a raccontare la loro esperienza.
Questa è stata un’ingiustizia che non può essere più tollerata. Da quel loro coraggio, da quei sacrifici, è nata la nostra Costituzione. È iniziato in quei venti mesi, in quelle drammatiche scelte un percorso emancipativo che ha portato nei decenni alla conquista di tanti diritti.
Hanno donato alle generazioni future un mondo migliore, hanno aperto la strada a movimenti che poi si sono sviluppati successivamente, basti pensare ai movimenti delle donne dei decenni ‘60/’70.
Purtroppo, il mondo non è in pace e troppe sono le guerre che si combattono ogni giorno.
E oggi come allora le donne si attivano. Sono una straordinaria lezione di vita le donne curde, a loro i mass-media non hanno dato granché spazio, eppure ciò che hanno fatto è servito a dimostrare quanto grande possa essere la forza e la determinazione delle donne.
Dobbiamo tener presente il fatto che la Resistenza non è ancora finita neanche in Europa e in Italia.
La Resistenza è un’insieme di tasselli che debbono essere uniti gli uni agli altri per essere compresa. Le tante esperienze devono integrarsi le une con le altre.
Per questo motivo il 14 luglio 2018 presso il Castello dei Conti di Ceccano, nell’ambito della prima scuola di filosofia, promossa dall’associazione R-Esistenze, ospiteremo la partigiana Lidia Menapace per farci raccontare cosa fu la Resistenza, in particolare delle donne, e quali valori di essa sopravvivono ancora oggi o devono essere riconquistati.
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