Nadeia De Gasperis intervista la professoressa Antonella Evangelista
Come è cambiata la scuola a distanza di qualche anno dall’entrata in vigore dell’autonomia scolastica? Come le riforme della scuola hanno cambiato il ruolo del docente nell’ordinamento scolastico e con esso il rapporto docenti-alunni?
L’autonomia scolastica ha portato nelle scuole una responsabilità importante: non più solo esecutrici materiali di dispositivi provenienti dall’amministrazione centrale bensì veri centri di decisione, legati al territorio di appartenenza su cui declinare la propria offerta formativa. Un’autonomia in cui gli organi collegiali conservano tutta la loro capacità di progettazione e definizione della “mission” dell’istituto in cui però non sempre le finalità si concretizzano effettivamente in decisioni illuminate.
Le possibilità date ai docenti di differenziare la propria azione didattica attraverso strumenti tra loro diversi (come la flessibilità oraria per smontare, lì dove fosse possibile, la stessa unità oraria di lezione, oppure utilizzo di quote di autonomia per potenziamento di alcuni insegnamenti rispetto ad altri) si sono da subito scontrate con il resto della normativa che disciplina i rapporti di lavoro e le strutture scolastiche spesso inadeguate ad ospitare spazi e laboratori diversi per didattiche innovative. A questo da aggiungere le problematiche legate ai trasporti, che per le secondarie di secondo grado sono essenziali per l’organizzazione di tutta l’attività didattica vista la presenza di molti pendolari. Ecco quindi che tutte le possibilità innovative previste si sono tradotte in adeguamenti o sporadiche applicazioni senza un’organicità e senza possibilità di modificare veramente l’azione didattica. A questo dobbiamo aggiungere che la resistenza data dall’elemento umano, tipica in ogni forma di cambiamento, ci presenta un panorama variegato fatto di scuole fortemente innovate e di altre ferme alla riforma Gentile … e nel mezzo tutto il possibile. Il rapporto docente alunno è sicuramente migliorato, basato su fiducia e responsabilità. Gli alunni si aspettano sempre molto da noi ed è facile tenere la loro attenzione se percepiscono che tu ti stai spendendo per loro. La relazione docente-discente è condivisione di percorsi e non mera somministrazione di contenuti e nella scuola dell’autonomia le possibilità di fare attività integrative e di potenziamento con metodologie didattiche basate non solo su tradizionali lezioni frontali permette il raggiungimento di competenze importanti e trasversali utili al futuro cittadino.
Prendo spunto dai recenti fatti di cronaca. Quando un ragazzo accoltella una insegnante, dove vanno rintracciate le cause? Semplificando il problema, c’è chi attribuisce la “colpa” alla scuola, che non è riuscita a intercettare le esigenze di una generazione mutevole e vulnerabile, sempre più sottratta alla realtà dai social network. Alcuni attribuiscono le cause alla famiglia, che ha perso il suo ruolo di istituto educativo primario. Come la pensa in merito? quanto pesa il condizionamento della realtà in cui i ragazzi vivono?
Spesso dico ai miei colleghi che siamo rimasti tra gli ultimi presidi di “legalità” a cui le famiglie o i ragazzi possono rivolgersi. Attraverso l’attività educativa abbiamo modo di toccare con mano i disagi e le difficoltà quotidiane con cui le famiglie fanno i conti continuamente. Spesso i nostri “no”, il nostro richiamare continuamente alle “regole”, il nostro mettere in discussione, attraverso l’attività didattica, situazioni che di fatto non rientrano in quelli che sono i principi ispiratori della “costruzione di un cittadino consapevole dei propri diritti e doveri”, ci porta inevitabilmente a scontrarci con chi in quel momento non riesce a riconoscersi in un mondo costruito su regole democratiche che di fatto però lo emargina in situazioni di disagio economico o sociale. La famiglia ha il compito principale dell’istituto educativo e la scuola, nella sua azione educativa e formativa deve essere di supporto ma non può certo esserne un surrogato (famiglia). In questo l’autonomia ci permette di attivarci in attività di supporto di sostegno con le realtà del territorio che si occupano di disagio e prevenzione ma sempre in modo estemporaneo e legato alla sensibilità dei singoli docenti.
Per quanto riguarda i social, a cui molti si avvicinano senza una consapevolezza dei reali limiti, pericoli e potenzialità, hanno semplicemente amplificato le situazioni conflittuali e in questo è necessaria specifica formazione agli addetti ai lavori per poter essere in grado di gestire questo nuovo mezzo comunicativo in modo da veicolarlo verso usi più adeguati allo sviluppo delle competenze. Sembrerà strano ma i nostri ragazzi, cd nativi digitali, di fatto usano Internet per poche applicazioni, sempre le stesse e senza nessuna consapevolezza; in un mondo sempre più digitalizzato tutto questo rischia di emarginarli in situazioni di “digital divide”.
La formazione del corpo docente è in grado, per ruolo e preparazione, di gestire la inclusione dei soggetti più vulnerabili?
La formazione dei docenti è un argomento delicato. La formazione, attualmente, è un dovere etico, nel senso che dipende dalla sensibilità dei singoli docenti formarsi. Questo sistema potrebbe in teoria funzionare se ogni docente avesse fatto la stessa formazione iniziale con componenti di pedagogia, psicologia dello sviluppo etc. oltre ad avere la stessa sensibilità verso le problematiche tipiche legate ai processi di crescita e sviluppo dell’alunno. Purtroppo il panorama attuale della scuola italiana vede una categoria variamente formata ed assunta, in cui tutto è lasciato alla responsabilità individuale senza nessun tipo di verifica in itinere e quindi di fatto empirica e provvidenziale. La mia esperienza: laureata, vincitrice di concorso e dopo un corso di 40 ore buttata in aula con tutte le mie fragilità ed “incompetenze”. Da allora sono sempre in formazione, ogni anno decido di investire sulla mia professionalità per provare ad essere “in linea” con i miei ragazzi e soprattutto provare a riconoscere quei segnali che rischiano di far “disperdere” l’alunno con grave danno alla suo futuro progetto di vita. Ma tutto questo andrebbe normato e non lasciato alla sensibilità dei singoli.
Mi sento adeguata a riconoscere l’inclusione dei soggetti più vulnerabili?Dopo tanti anni e nonostante la buona volontà dico NO!. Ogni volta che un ragazzo lascia la classe e non completa il suo percorso di formazione è perché la scuola non è riuscita a trovare gli strumenti adeguati per provare a trattenerlo.
Si registra sempre di più la tendenza a promuovere con facilità. Quali sono le ragioni? La sopravvivenza stessa della scuola? L’esigenza di preservarne il prestigio o l’immagine? Come influisce ciò sui ragazzi e nella relazione docente-alunno?
Purtroppo la scuola, oltre le sue finalità educative e formative, è anche un luogo di lavoro. Non è vero che si promuove con troppa facilità, è vero che i ragazzi con bisogni speciali o con situazioni particolari dovrebbero essere oggetto di progettazioni inclusive modulate sulle loro competenze e capacità tali da permettergli, in tempi e modalità diversi, gli obbiettivi prefissati. Tutto questo è un processo complesso e impegnativo che presuppone, da parte del docente, preparazione, dedizione e competenza specifica. Quando tutto questo non funziona ecco che rimane la bocciatura o la promozione punto. Non essendoci una formazione obbligatoria su tematiche specifiche legate ai processi di apprendimento, ecco che il docente cerca di fare quello che può nei limiti di quello che onestamente è strutturato a fare e con gli spazi e le attrezzature che ci sono. Riuscire a tenere a scuola un alunno che spesso ha intorno a sé il vuoto di figure di riferimento alternative allo spazio scuola, significa provare a dargli un’opportunità e vale la pensa sempre insistere e trovare uno spazio relazionale in cui far transitare anche la formazione. Altro discorso la competizione degli istituti a mantenere la propria autonomia, quindi i posti di lavoro; in questo caso il sistema, se non preparato, risponde con la cosa più semplice..la promozione. MA fortunatamente non è la regola!
I ragazzi sanno benissimo che la bocciatura non è il loro problema mentre sono perfettamente consapevoli, più di quanto possiamo immaginare , che il vero problema è quello di conseguire una preparazione inadeguata che li potrebbe lasciare ai margini della società. E’ la loro paura più grande!
Dimenticavo: gli insegnanti vanno a “scuola” le altre categorie di lavoratori vanno a “lavorare”! In questa frase è racchiuso il senso della nostra passione.
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