studiare 460 min

studiare 460 mindi Daniela Mastracci – Si dice “i ragazzi non studiano!”. Che vorrà davvero dire non è chiarissimo, ma con un po’ di approssimazione si comprende che c’è un grido muto, silenzioso, nella bocca di quasi ogni docente, che risuona e si espande, e non trova risposta.

Criticità, che vuol dire questa parola?

Poi giunge alle orecchie di un dirigente scolastico quando, agli scrutini, si tratta di esaminare le criticità. Termine orribile, ma ormai d’uso comune, per dire che gli alunni della tale classe presentano molte insufficienze in tante materie. Sono criticità. Ovvero qualcosa che non ci dovrebbe essere e che bisogna assolutamente risolvere. Bene! sarebbe una buona cosa, risolvere le criticità. Magari se gli si desse un nome e un cognome sarebbe un pochino più umano, sennò sembra di avere a che fare con schede di dati astratti, quasi senza carne e sangue e sentimenti. Ma lasciamo stare per adesso! Insomma le criticità vanno affrontate e risolte, bene!
Ma quanta ingenuità o quanta falsa coscienza? Sinceramente per quanto riguarda i docenti sarei propensa a scrivere ingenuità, perché i docenti ci credono ancora, e tanto. Le famiglie a casa devono saperlo che i docenti ci credono ancora. E sono esterrefatti ogni volta che si trovano di fronte a classi dove lo studio è un optional. Sembrano increduli, disarmati, come impotenti. Ma non tutti i soggetti che operano nella scuola sono così ingenui: i soggetti che hanno maturato le riforme scolastiche di questi ultimi 20 anni sanno bene cosa hanno fatto e perché. In loro non c’è ingenuità, ma oserei dire cattiva coscienza, oltre che falsa. Se così non fosse, se anche lì, dalle parti dei legislatori, c’è stata ingenuità, allora possiamo sperare che di fronte agli esiti dopo 20 anni ci ripensino? Ritornino sulle decisioni e le riformulino? Non so dove sia al momento la ipotesi più veridica. Ma analizzando il fenomeno mi vengono queste considerazioni.

I ragazzi non studiano. Bene, rispondo con una domanda: ma perché dovrebbero? Non sono forse 20 anni che si va dicendo e ridicendo che la scuola non serve a niente? Che la conoscenza è roba vecchia che non ha valore alcuno nel mondo contemporaneo? Che la scuola stessa deve aver già cambiato rotta verso le tanto declamate e conclamate competenze? Che insomma le conoscenze vanno abolite dai curriculi?
Non sono forse 20 anni che si dice che bisogna scegliere la scuola con la “migliore” “offerta formativa” e che questa è data dai mille progetti che le scuole si affannano a mettere in campo per attrarre studenti-clienti? (Per inciso, gli istituti superiori chiederanno il “contributo volontario” agli studenti-clienti iscritti)
Non sono 20 anni che si sproloquia a favore delle facilitazioni, degli obiettivi minimi, sempre più minimi, che si elogiano i programmi web, il click che tutto risolve, le google apps?

E’ da 20 anni che….

Non sono 20 anni che si parla male degli insegnanti? Che non sarebbero al passo coi tempi, che non capiscono il mondo del lavoro, che non si rendono conto che occorre preparare studenti lavoratori veloci, flessibili, pronti alla mobilità, pronti sempre a imparare competenze nuove, ma senza bagaglio culturale zavorra ormai da buttare via?
Ma non basta tutta questa sequenza di esproprio di identità fatto contro la scuola: perché una scuola che non insegna più, semplicemente ha smesso di essere scuola. È una questione di semantica, tutto qua. Non basta, dicevo! Dall’altra parte troviamo i soldi. E ricominciamo.
Non sono 20 anni che la scuola subisce tagli orizzontali dissennati? Tagli ai finanziamenti come alle cattedre. E, al contrario, un accrescimento del numero di alunni per classe? E ancora: taglio alle ore di lezione, taglio al tempo pieno, al tempo prolungato, taglio vero e proprio al numero di ore settimanali di alcune discipline? Italiano ad esempio.

Allora quando si riscontra che gli alunni non studiano e si cerca di risolvere le criticità, come si interviene? Intanto dimenticando completamente che, giunti alle superiori, gli studenti hanno vissuto già per lunghi anni il modo di fare scuola che ricordavo sopra: disabituati a ritenere un dovere lo studio, abituati a smanettare su internet, a partecipare a mille progetti e attività che tolgono quel po’ di concentrazione di cui sarebbero ancora capaci, influenzati dai media che distolgono la mente dalla scuola e la offendono sistematicamente. Poi ancora abituati a vedere nella scuola una palestra gratuita per il fantomatico lavoro a venire. E ancora, impregnati di retorica delle competenze al posto della conoscenza.

“Non ci sono i soldi”

Ma qualora si volesse intervenire, ripeto, ci si accorge che mancano i soldi per effettuare i corsi di recupero: ovvero quelle ore in più che la scuola sarebbe tenuta a programmare ed effettuare, in ordine appunto al recupero delle carenze. E qui ci si scontra con la realtà di governi che scrivono leggi, dove apparentemente si esprime l’impegno a “non far restare indietro nessuno”, e la concreta realtà di assenza totale di fondi al riguardo. “Non ci sono i soldi” è il leitmotiv della scuola pubblica italiana. E allora che si fa? Ecco che la fantasia esplode affinché si trovi una qualche soluzione: recupero in itinere, studio autonomo, pausa didattica, et similia. E cosa sono? Palliativi, soltanto palliativi. Perché se lo studente non ha studiato prima degli scrutini, lasciato a se stesso con il recupero in itinere o studio autonomo, saprà risolvere la sua ormai annosa mancanza di studio? D’incanto cambierà? Le insufficienze gli metteranno abbastanza paura di eventuale bocciatura da spronarlo a mettersi a studiare?
E la pausa didattica? Ecco, qui si rasenta il delirio davvero: un intero istituto rimodula l’orario per effettuare, in orario curriculare, proprio quei corsi di recupero per cui non ci sono i soldi: ovvero si rimodula l’orario e si rimescolano gli studenti, a gruppi parteciperanno a ore di matematica, fisica, latino, inglese… le materie con più insufficienze insomma.

E gli studenti senza insufficienze? E i docenti delle materie senza insufficienze? Tutti piegati alla logica dei recuperi, senza oneri aggiuntivi per lo Stato, ovvero le ore curriculari degli insegnanti, dirottate però per risolvere le criticità. Ci si dovrà sforzare di immaginare strategie atte a risolvere un problema che, in realtà, è più grande degli insegnanti, che li sovrasta, perché si chiama legge dello stato: con le sue contraddizioni, le sue omissioni. Ma anche con la sua spregiudicata volontà di smantellare la scuola pubblica e spacchettare l’istruzione: fuori si trova ciò che la scuola non dà. Ma la scuola non lo dà perché le leggi hanno voluto che non lo desse più. La sola cosa per cui una scuola è scuola: l’insegnamento, la cultura, la trasmissione della conoscenza, l’educazione di cittadini consci della loro libertà e della loro responsabilità, educati ed accompagnati nella crescita al fine di diventare Autonomi. Come potersi meravigliare allora che gli studenti non studino? Se è il sistema scolastico che di fatto non chiede più di studiare? Allora bisogna rivedere tutto l’impianto della scuola pubblica italiana: darle credibilità, ridarle il suo compito precipuo. Darle finanziamenti affinché non ci si affanni a sopperire con la fantasia laddove invece occorre la Ragione, la progettazione, e soprattutto la capacità economica di attuare ciò che si progetta, senza infingimenti, senza retorica.

 
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Di Daniela Mastracci

Daniela Mastracci.Sono nata l'11 marzo del 1970 e insegno nel Liceo Scientifico del mio Comune, Ceccano. Sono Prof e Mamma di due figli che mi crescono intorno mentre scopro che mi piace scrivere.

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