di Paola Bucciarelli – Lo sciopero degli studenti contro l’alternanza scuola-lavoro è la conferma che la «buona scuola» non piace a nessuno e va cancellata.
Che cos’è l’alternanza scuola–lavoro
L’alternanza scuola–lavoro, obbligatoria tutti gli studenti dell’ultimo triennio delle scuole superiori, è una delle innovazioni della legge 107 del 2015 (la cosiddetta «Buona Scuola»). Prevede che gli studenti (un milione e mezzo quelli coinvolti) dedichino del tempo (200 ore per i licei, 400 ore per tutti gli altri istituti) a lavorare in enti o imprese (per ora 200.000, compresi associazioni sportive e di volontariato, enti culturali, istituzioni e ordini professionali). Il progetto è finanziato con 100 milioni l’anno più altri 140 milioni stanziati con il Programma operativo nazionale scuola (PON).
Lo sciopero degli studenti il 13 ottobre
In 70 città italiane, dal nord al sud della penisola, migliaia di studentesse e di studenti hanno protestato in maniera pacifica – a parte qualche sporadico, piccolo episodio – contro le derive dell’alternanza scuola–lavoro.
Nei tanti cortei, da Torino a Palermo, da Milano a Bari, gli slogan più urlati sono stati: «Non siamo i vostri schiavi!», «Lavare i piatti non è formazione!», «Non siamo merce!»; e ancora: «Il lavoro dev’essere pagato, lo studente non deve essere sfruttato», «salari e diritti in alternanza!».
Sembra che la terza generazione precaria stia iniziando a reagire e a controbattere dopo anni di arretramento provocato da «riforme» come questa sulla scuola, o quella sul lavoro (il Jobs Act).
Qualche numero sull’alternanza scuola lavoro ci permette di comprendere il disastro
Il sito web specializzato skuola.net ha potuto stilare un primo bilancio sull’alternanza intervistando circa 4.500 studenti di terzo e quarto anno alla fine dell’anno scolastico 2016–2017; è stato così possibile fotografare la situazione nell’anno in cui l’alternanza è entrata davvero a pieno regime.
All’inizio della scorsa estate, il 95% dei ragazzi aveva svolto o avrebbe svolto a breve un periodo di alternanza, i quali sono sempre più integrati nel calendario scolastico. Quasi 7 ragazzi su 10 a inizio maggio avevano già svolto le attività previste.
Sono ancora troppi, però, quelli che l’alternanza sono costretti a farla a scuola e non in un’azienda: il 27%, ovvero più di 1 su 4. L’alternativa? Sono dei surrogati: progetti di gruppo da realizzare in classe (35%), simulazioni di gruppi di lavoro (14%), conferenze (16%), incontri con esperti (13%). Un dato comunque in decisa diminuzione rispetto allo scorso anno.
Tuttavia, uscire dalla propria classe non sempre è sinonimo di esperienza formativa. Al 14% di quelli che sono andati in azienda, ad esempio, è stato chiesto di svolgere
compiti di contorno (fare le fotocopie, portare i caffè, fare le pulizie); il 12% ha addirittura raccontato di non aver fatto nulla. Situazioni alle quali, però, fa da contraltare il 33% degli studenti che ha svolto mansioni pratiche insieme a un team aziendale. A una quota simile, invece, le cose vengono solo spiegate, anche dal punto di vista pratico); a un altro 10%, invece, ci si ferma alla pura teoria.
Ma, anche quando si fa qualcosa, non è detto che questo corrisponda ai propri interessi: per 1 ragazzo su 3 le attività non avevano nulla a che fare con gli studi svolti o con le inclinazioni personali. Il 16% degli «alternanti», inoltre, non ha avuto un tutor che lo seguisse, mentre il 28% lo ha visto solo per qualche ora. Situazione da rivedere anche sul fronte «sicurezza»: appena il 24% dei ragazzi riceve una formazione ad hoc sulle norme di sicurezza direttamente in azienda. Nel 57% dei casi, invece, se ne occupa la scuola, mentre addirittura meno di uno studente su 5 (19%) inizia il lavoro senza sapere come comportarsi in caso di pericolo.
Tutto ciò si traduce, purtroppo, in una diffusa insoddisfazione: il 40% dei ragazzi, potendo, non ripeterebbe l’esperienza. Oltre alle aziende, anche le scuole potrebbero fare di più. Ancora troppi gli istituti (44%) che non danno alternative agli studenti, ma scelgono al posto loro la destinazione.
Il cuore del problema
L’alternanza è un’attività resa obbligatoria – per tutti gli studenti – per legge. In assenza di qualsiasi strumento offerto alle scuole per la sua organizzazione, finisce con il produrre approssimazione, spreco e confusione. Ma, al di là di tutto, cosa si nasconde dietro l’alternanza? Si impara un lavoro, si conosce un ambiente di lavoro, si riflette su una filosofia e un’organizzazione d’impresa?
La scuola è stata lanciata in questa operazione avventurosa, senza che venisse fatta sufficiente chiarezza su obiettivi e strumenti; senza predisporre una struttura atta a rendere possibili i percorsi e a garantirne utilità ed efficacia. Non è stata ancora definita la Carta dei diritti e doveri dei soggetti in alternanza.
La maggior parte dei luoghi di lavoro non è attrezzata per accogliere studentesse e studenti, oltre a mancare di una vera cultura della formazione.
Le scuole non padroneggiano minimamente gli strumenti normativi che sono chiamati a mettere in atto (stipulare le convenzioni di tirocinio con enti e aziende). Gli studenti non vengono minimamente introdotti al mondo del lavoro, alle regole che lo governano (la maggior parte non sa cosa è un tirocinio formativo, un apprendistato, un contratto di lavoro), non conoscono le tutele cui hanno diritto.
Qual è, dunque, l’efficacia formativa di tutto ciò?
E, soprattutto, quante ore sono state sottratte all’apprendimento con questo modo di procedere?
Ho la netta impressione che si vogliano abituare le nuove generazioni al precariato obbligatorio, a essere disponibili a un lavoro, quale esso sia, a non pensare il lavoro come un modo in cui le persone possono esplicare il loro modo di essere, la loro personalità, il loro studio attento e profondo di qualche ambito. Non si fa capire che, tramite un lavoro qualificato si può trasformare la società, rendere il mondo un posto migliore in cui vivere.
Nell’era in cui si parla di vivere nella società della conoscenza, con l’alternanza si educano i giovani al lavoro fatto della manualità più becera, si insegna loro che il lavoro gratuito non è uno scandalo, qualcosa di cui indignarsi e che va contrastato.
Si impara, infine, che il rischio di rimanere vittime di abusi, violenze e infortuni sul lavoro è qualcosa di, tutto sommato, normale.
La difesa impossibile della Ministra
Di fronte alla protesta, la Ministra Fedeli, il sottosegretario Toccafondi – e in generale gli esponenti del PD – si sono affannati a sottolineare che l’alternanza è un’innovazione didattica. In realtà questa è una doppia bugia: l’alternanza era già prevista nella legge 53/2003 (riforma Moratti); di pedagogico non ha nulla, nel senso di quel settore della pedagogia che studia i metodi dell’insegnamento; semmai sembra spingere all’assoggettamento acritico alle leggi di un mercato globale che reclama ovunque manodopera più ignorante, più inconsapevole, più servile.
Invece di difendere l’impossibile, sarebbe auspicabile fermarsi, bloccare questa procedura, cancellare le norme della Legge 107/15 che utilizzano l’alternanza per piegare la scuola all’interesse del sistema industriale e finanziario italiano, elaborare una Carta dei diritti che ponga veramente al centro dei processi educativi i bisogni e le aspirazioni degli studenti.
È necessario, quindi, continuare a combattere su più fronti al fine di ottenere la cancellazione di tutte le parti della Legge 107/15 che stanno imponendo alla scuola italiana una torsione autoritaria, competitiva e classificatoria.

Pubblicato anche su L’Inchiesta quotidiano del 20 ottobre 2018
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