studenti manifestazione protesta 350 260 minda Fausto Pellecchia, Daniela Mastracci, Paola Bucciarelli – Beni culturali e scuola, perché l’iniziativa di Cassino, in novembre?

Perché c’è l’Università di Cassino e del Lazio Meridionale. Uno degli obiettivi fondamentali, largamente disatteso negli ultimi decenni, è il pieno coinvolgimento, mai realizzato, nella politica culturale della città di Cassino dell’Università stessa. Sarebbe urgente non solo da parte del Comune di Cassino ma di tutti Comuni dell’intero territorio provinciale organizzare una serie di interventi mirati a valorizzare la storia e le tradizioni culturali locali per esempio, come previsto nel progetto “Cassino città della pace” che fu presentato alle autorità amministrative alcuni anni fa, e che è rimasto lettera morta sul piano della realizzazione. Riservando la dovuta attenzione ai giacimenti archeologici dell’anfiteatro romano e della via romana soffocati e sepolti da aree abusive di parcheggio e da edilizia privata. Pensando al recupero e ristrutturazione dell’ex campo di concentramento in Via Caira, dove furono internati circa 34.000 prigionieri dell’Impero austro-ungarico durante la grande guerra. Tra di essi, figurano nomi di spicco internazionali, come Ludwig Wittgenstein, uno dei maggiori filosofi del sec. XX.

Cassino quindi sede ideale anche per porre le questioni sorte a proposito di diritto allo studio e alla cultura in questi due primi anni di applicazione la legge 107 (la cosiddetta “Buona scuola”) che sta contribuendo in modo strisciante a rendere irrespirabile e inospitale il clima delle scuole, la collaborazione tra insegnanti, la libertà d’insegnamento che è alla base della scuola della Repubblica, l’uguaglianza dei diritti e del livello dell’istruzione per tutti gli alunni. La competitività e il presunto merito determinano differenziazioni tra lavoratori della scuola e tra le scuole stesse. Tutto ciò avviene dopo nove anni di blocco contrattuale durante il quale gli stipendi più bassi d’Europa hanno perso un potere d’acquisto pari a circa 300 euro mensili.

Alcune conseguenze negative della 107

Con la “Buona scuola” sono giunte alle estreme conseguenze alcune premesse:

 

La dirigenza scolastica ha amplificato le proprie funzioni manageriali e accentrato sotto di sé una serie di prerogative, sottraendole agli organi collegiali, a cominciare dalla cosiddetta “chiamata diretta” degli insegnanti;
La 107 contribuisce alla burocratizzazione della scuola, eleva a principio la “produttività” configurandola come un qualsiasi ambiente di lavoro privato;
La 107 ha postulato il taglio di sapere e conoscenze, surclassate dalla vittoria delle competenze, mai abbastanza definite, per poter essere le più flessibili rispetto alla veloce mutevolezza delle richieste provenienti dai processi produttivi;
La legge 107 ha poi inserito nella scuola la logica perversa del Jobs Act nel demansionamento dei docenti neoassunti, assegnati alle scuole nonostante l’incompatibilità della propria classe di concorso con l’indirizzo dell’istituto;
La 107 ha reso norma l’infatuazione per una modernità declinata sulle nuove tecnologie introiettata acriticamente, costosa per le scuole così come per le famiglie, senza alcuna consultazione tra i docenti, in evidente scollamento con le reali necessità didattiche che anziché il tempo veloce del clik, vorrebbero i tempi della riflessione, della educazione al rigore, della disciplina di un apprendimento critico e consapevole;
Un sistema di deleghe in bianco alla legge più aziendalistica che la scuola ha dovuto finora subire, ha poi sancito che non esiste più il principio di uguaglianza e quello di inclusione nella scuola (il sostegno), che la scuola dell’infanzia non è più parte integrante del sistema scolastico nazionale, e che i test Invalsi standardizzati avranno un’importanza sempre maggiore nel percorso scolastico, inclusi anche nell’ esame di Stato.
Ai decreti attuativi di aprile 2017 si sono poi succedute in piena estate continue esternazioni della ministra Fedeli, di sottosegretari, che in modo del tutto estemporaneo proponevano ora il liceo breve, ora rinnovi contrattuali, ora lo smartphone in classe, ora 80 euro, così come ulteriori bonus a docenti e discenti, mensa scolastica che diventa didatticamente imprescindibile, a tutto danno del bilancio familiare.

E veniamo al dramma più sofferto nella scuola della stagione renziana: il PRECARIATO

La parola ‘precario’ deriva dalla prece, ovvero dalle formule rogatorie con cui i contadini richiedevano anticamente terra da coltivare e protezione dalla nobiltà.
Oggi il termine indica, in senso proprio, la dimensione della dipendenza, dell’insicurezza e dell’impossibilità a decidere della propria vita e del proprio mantenimento. Oggi qualifica tutti coloro che subiscono solo contratti a tempo determinato.
La scorsa estate c’è stato il rinnovo delle graduatorie di istituto delle scuole di ogni ordine e grado che ha visto la presentazione di 700mila domande.
Un numero esagerato che contiene in sé anche chi non si può definire precario.
I docenti precari, però, sono tantissimi: meno di 10mila nelle graduatorie ad esaurimento, 100 mila in seconda fascia d’istituto, 300 mila in terza fascia; in totale stiamo parlando di più di 400mila persone!
Molti precari sono anche il frutto del taglio (90mila) operato dalla Gelmini ministro dell’istruzione con il governo Berlusconi e con Monti. I governi Letta e Renzi assai poco fecero.

La situazione attuale

Il risultato è stato un percorso non condiviso, che non ha svuotato le cosiddette G.A.E. (graduatorie ad esaurimento) e ha stabilizzato anche chi non aveva mai messo piede in un’aula, in virtù di un mero requisito anagrafico.
Ad aggravare la situazione un algoritmo informatico ha catapultato gente del sud nel profondo nord, persone con più punti in graduatoria hanno dovuto allontanarsi dalla sua città, mentre chi aveva meno punti si è ritrovato nella scuola sotto casa.
Il 31 maggio 2017 è entrato in vigore il decreto 59/17 che istituisce un nuovo sistema di reclutamento degli insegnanti.
Si profila in generale un percorso molto lungo, farraginoso, poco chiaro, costoso, inquietante.
Il percorso è costoso perché costringe, chi si è appena laureato e non ha servizio, a spendere 500 euro e sostenere altri esami, anche molto lontani dal proprio indirizzo di studio (ingegneria, chimica, statistica etc), per conseguire 24 crediti formativi in campo psico pedagogico.

Per quali possibili soluzioni battersi?

Ora, è mai possibile una attesa di questo genere per persone che in media hanno già più di 35 anni?
No, e perciò è necessario, fondamentale, cercare di premere per una seria riforma delle classi di concorso, che guardi alle specificità dei titoli abilitativi e non ai numeri assoluti delle persone che le compongono, tanto più che la stessa delega all’art. 4 ne parla,anche se in maniera contraddittoria.

 
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