di Ermisio Mazzocchi – Il 21 agosto 1968 le truppe del Patto di Varsavia invadono la Cecoslovacchia, stroncando la politica di riforme di Dubček*. Una avvenimento che avvia un processo di cambiamento nei rapporti internazionali e di una diversa politica del PCI nello scenario italiano ed europeo. Si potrebbe affermare che questa data segna l’inizio di una nuova epoca della sinistra e della geopolitica internazionale.
A distanza di soli due giorni dall’invasione (23 agosto 1968) la Direzione nazionale del PCI esprime il proprio “dissenso” e “riprovazione” per l’intervento militare, affermando che “non è consentito in nessun caso commettere violazione dell’indipendenza di ogni Stato” I dirigenti del PCI, a differenza di quanto era avvenuto ai tempi dell’invasione dell’Ungheria, condannano in modo inequivocabile la scelta del PCUS. Il PCI si avvia verso un cambiamento della propria linea politica, non solo per una sempre maggiore autonomia dall’Unione sovietica ma, cosa più importante, ritiene necessario sciogliere sia l’Alleanza Atlantica sia il Patto di Varsavia, riconoscendo all’Europa un ruolo essenziale per mantenere la pace. La scelta europeista del PCI comporta l’accettazione del Mercato Comune Europeo. Si dà impulso alle trattative politiche europee, in particolar modo con il SPD di Willy Brandt. Un tema esaminato in un eclatante articolo di Berlinguer su “Rinascita” in cui il partito comunista pone la questione della democrazia, della libertà dei popoli, della loro autodeterminazione. Una posizione largamente condivisa dai gruppi dirigenti delle Federazioni provinciali del PCI e sostanzialmente dall’intero partito, nonché dall’organizzazione dei giovani comunisti (FGCI), schierati sulle scelte fatte dalla Direzione nazionale nel Comitato centrale del 27 agosto 1968. Anche il PCI di Frosinone si mobilita. Il 2 e il 3 settembre 1968 la segreteria provinciale convoca il Comitato Federale e la Commissione Federale di Controllo per discutere la situazione della Cecoslovacchia. Il Comitato Federale si conclude con l’approvazione di un documento di condanna. Questo il testo.
«Il Comitato federale e la Commissione federale di controllo della Federazione comunista di Frosinone, dopo ampio e appassionato dibattito
approvano
la posizione assunta dall’Ufficio politico, dalla Direzione e dal Comitato centrale del nostro partito di grave dissenso e riprovazione per l’intervento militare dell’Unione sovietica e degli altri quattro paesi del Patto di Varsavia in Cecoslovacchia.
si associano
all’augurio rivolto dal C.C. e dalla C.C.C. al popolo e ai comunisti cecoslovacchi a ché possano “portare avanti con il pieno recupero della loro indipendenza e libertà d’azione, il processo di rinnovamento democratico e di consolidamento della società socialista”, così come sono convinti che il ritiro delle truppe e il rapido ripristino della normalità in Cecoslovacchia è “oggi il passo che innanzitutto occorre compiere perché i rapporti tra i Paesi socialisti possano condurre, sulla base dell’eguaglianza e del rispetto dell’indipendenza e della sovranità di ogni Stato, a un miglioramento della collaborazione in tutti i campi e a un reale rafforzamento dell’unità.
Il C.F. e la C.F.C. ritengono che, nella presente difficile situazione, impegno principale dei comunisti italiani debba essere quello della ricerca dell’unità del movimento operaio e comunista mondiale e, coerentemente con le nostre posizioni espresse più volte nell’ambito della precisa collocazione internazionalista del PCI, a dare il loro contributo perché si costruiscano nuovi rapporti fra tutte le forze socialiste e progressiste e a portare avanti sempre più rapidamente il processo di rinnovamento aperto dal XX Congresso.
Il C.F. e la C.F.C., nel concordare con il C.C. e la C.C.C. che l’autonomia dell’elaborazione e delle scelte politiche, la costante ricerca di una via italiana di accesso e di costruzione del socialismo sono per ilPCI la forza concreta, irrinunciabile della sua presenza e partecipazione in un movimento che vuole spezzare nel mondo la prepotenza aggressiva dell’imperialismo che vuole rompere la logica delle divisioni nei blocchi militari e politici contrapposti, che vuole scuotere il peso intollerante dell’oppressione, dello sfruttamento, della morte per fame che grava ancora su tanta parte dell’umanità, che vuole avanzare sulla strada del socialismo;
raccolgono l’appello del C.C. e della C.C.C. a impegnare tutto il partito a respingere e battere la campagna anticomunista scatenata da coloro che non possono dare nessuna lezione di moralità per avere approvato l’aggressione contro il popolo del Vietnam e gli altri crimini dell’imperialismo nel mondo e che sostengono la presenza di truppe e di basi straniere nel nostro territorio; a prendere tutte quelle iniziative perché nell’ambito della nostra linea internazionalista di solidarietà con la Cecoslovacchia, di amicizia con l’Unione Sovietica e con tutti i paesi socialisti vada avanti e si rafforzi la lotta per la pace, contro l’atlantismo, per il superamento dei blocchi, ricercando tutte le possibili forme di collaborazione e incontro tra le forze di sinistra, socialiste e cattoliche per andare avanti verso il rinnovamento democratico e il socialismo».
Sono passati 49 anni da quegli avvenimenti. Tuttavia, come dimostra questo documento, si gettarono in quel momento i germi di una politica che apriva a un dialogo tra le forze comuniste, socialiste e cattoliche, che accompagnò un proficuo periodo di riforme in Italia e una nascente cultura europeista. I fatti Cecoslovacchi con tutte le loro implicazioni internazionali, danno il via a un processo inarrestabile di cambiamenti che portarono alla fine della guerra fredda, al dissolvimento dell’Urss, al ruolo centrale dell’UE. Un nuovo scenario politico, che coincise, in Italia, con la fine dei partiti che erano stati protagonisti della ricostruzione del paese e fondatori della Costituzione democratica. Un’altra epoca era all’orizzonte.
lì 21 agosto 2017
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*Alexander Dubček, nato a Strážov, nella Slovacchia occidentale, il 27 novembre 1921, partecipa alla lotta partigiana contro i nazifascisti. Dopo la liberazione, ritorna a lavorare in fabbrica e ricopre diversi incarichi nel partito comunista, sino a diventare membro della direzione provinciale. Da questo momento è un susseguirsi di incarichi che lo porteranno a essere eletto il 5 gennaio 1968 primo segretario del Partito comunista cecoslovacco. Il nuovo percorso delle riforme e della democratizzazione del paese trova resistenze e difficoltà. La primavera di Praga precipita con l’invasione e la sostituzione di Dubček avvenuta il 17 aprile del 1969. Successivamente è nominato per un breve periodo, presidente dell’assemblea federale. In seguito è inviato come ambasciatore ad Ankara, capitale della Turchia. Richiamato poco dopo in patria, privato di ogni funzione ed espulso dal partito, trova lavoro prima come impiegato e poi come fabbro nell’Ente forestale dello Stato. Muore il 7 novembre 1992, all’età di 71 anni.