DeGasperi Togliatti 350 260

DeGasperi Togliatti 350 260di Ermisio Mazzocchi – In questi giorni ricorrono due date storiche. Il 19 agosto 1954, muore Alcide De Gasperi. Il 21 agosto 1964, muore Palmiro Togliatti. Due grandi personaggi della storia politica del nostro Paese. Nella ricorrenza del 63° anniversario dalla morte dell’uno, e del 53° dell’altro, è doveroso ricordare due esponenti politici di altissimo livello politico culturale che hanno combattuto contro il nazifascismo e per le libertà democratiche e sono stati padri fondatori della Costituzione della Repubblica Italiana. Mi attengo a solo due avvenimenti. Per De Gasperi riporto le prime parole pronunciate da lui alla Conferenza di pace di Parigi del 10 agosto 1946 dove ebbe modo di contestare, attraverso un elegante e impeccabile discorso, le dure condizioni inflitte all’Italia dalla Conferenza:«Prendendo la parola in questo consesso mondiale sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me […] ». Fu un discorso da grande statista, un riconoscimento che gli permise di ricostruire l’Italia. Per Togliatti ho scelto questa sua lettera, (chiedo la vostra pazienza di leggerlo per intero) indirizzata proprio a De Gasperi, sulla “nobiltà della politica”. Ho inserito un piccolo cappello introduttivo, scritto da Davide Montanaro, per localizzare temporalmente la lettera, nel suo contesto storico di riferimento, ma che ha tutto il sapore di una sua attualità.
“Durante la campagna elettorale per le amministrative del 7 aprile 1946, Togliatti, prendendo spunto da un discorso di De Gasperi, negava che esistesse un «problema religioso» nei rapporti fra i partiti di massa e nella società italiana, appellandosi a un’adeguata considerazione delle posizioni ufficiali del Pci, ribadite di recente nel suo V Congresso. Chiedeva quindi a De Gasperi il mantenimento di un reciproco rapporto di rispetto, che facesse da argine allo scatenamento delle passioni elettorali. De Gasperi, nella sua risposta, riconosceva i passi avanti compiuti dai vertici del Pci sulle questioni religiose, ma non li riteneva sufficienti »per ottenere che i credenti, per quanto riguarda soprattutto i problemi fondamentali dello spirito, della famiglia e della scuola, che dovranno essere risolti nella Costituzione, si affidino tranquillamente a loro». Lanciava quindi la sfida della Costituente, che sarebbe stata il banco di prova su cui gli italiani avrebbero potuto giudicare se determinate aperture dei comunisti erano frutto di una »tattica esteriore per conquistare un Paese cattolico o mutamento interiore di propositi e di convinzioni». Inoltre affermava che non si potesse comunque pensare che di colpo fossero sparite le differenze tra cristiani e marxisti, e dunque citare in campagna elettorale questioni legate alla dimensione religiosa appariva pienamente legittimo”. (Nota di Davide Montanaro)

On. Alcide De Gasperi
Presidente del Consiglio dei Ministri
Roma

 

Caro De Gasperi
leggo sul «Popolo» che parlando a Viterbo ieri sera avresti detto che «di fronte al problema religioso i comunisti hanno promesso la tolleranza, cioè la non punizione di chi manifesta e professa idee religiose» e proseguito affermando che questo è «troppo poco». Sono d’accordo con te che sarebbe «troppo poco», e per questo è bene metter le cose a posto. Naturalmente tengo il dovuto conto della difficoltà in cui tutti ci troviamo di veder pubblicati rendiconti esatti dei discorsi che pronunciamo; non posso credere, infatti, che siano da te ignorate le posizioni del mio Partito a proposito di quello che tu chiamo il «problema religioso». Nella risoluzione del nostro V Congresso, che contiene l’essenziale del nostro programma per la Costituente, è detto che noi rivendiamo libertà di coscienza, di stampa, di culto, di associazione e propaganda politica, sindacale e religiosa. Nel mio discorso allo stesso V Congresso è stato detto inoltre che noi accettiamo l’attuale regime concordatario né credo ti risulti, in tutta la mia attività di governo, un atto qualsivoglia in contrasto con questa dichiarazione. Da parte mia, non mi risulta di aver avuto con te il minimo contrasto a proposito di una questione che riguardasse anche lontanamente la religione. Qualora la tua affermazione si riferisse al mio partito, per quanto, trattandosi di associazione privata, non sarebbe qui applicabile la nozione di «punizione», nel nostro Statuto è detto semplicemente che possono entrare nel partito i cittadini italiani di ambo i sessi che abbiano raggiunto una determinata età, indipendentemente dalla razza, dalla convinzione religiosa e dalle convinzioni filosofiche. Nulla a che vedere, quindi, nemmeno per questo aspetto, con ciò che tu avresti detto. Mi scuserai il fastidio di queste citazioni e di questi richiami; e ti dico subito perché ho voluto infliggertelo. So che nella lotta elettorale certe esagerazioni sono quasi inevitabili, e non mi impressiona per nulla il fatto che agitatori inesperti e di scarsa buona fede, credendo di ledere la mia troppo solida reputazione di buon italiano, accusino alle volte [te] di tollerare nel Ministero che tu presiedi un Guardasigilli di nazionalità [non] italiana. Credo però che almeno i dirigenti dei grandi partiti nazionali contribuiranno alla chiarezza e lealtà della vita politica e renderanno quindi un grande servizio al paese se, nel discutere tra di loro davanti al popolo, esamineranno, discuteranno, confuteranno le posizioni dei loro avversari riproducendole esattamente, senza contraffazione alcuna. Il mio Partito, che è fiero di aver aperto con la sua iniziativa, per il bene di tutto il paese, l’attuale periodo di collaborazione governativa tra i partiti diversi, si sforza di attenersi sempre a questa regola. Io poi ritengo che se tutti si attenessero ad essa la lotta politica comincerebbe realmente a svolgersi su un piano elevato, del che tutti trarrebbero vantaggio. Ma tu già hai capito che io sono un impenitente idealista, e quindi troppo spesso inascoltato. Spero almeno di riuscire a qualcosa questa volta.
f.to Palmiro Togliatti, Roma, 8 aprile 1946

 
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Di Ermisio Mazzocchi

Ermisio Mazzocchi: nato a Vetralla (VT) il 7 agosto 1946. E' laureato in Filosofia presso l'Università di Roma "La Sapienza". Nel 1972 è dirigente nel PCI nella Federazione di Frosinone. Dal 1985 assume l'incarico di Presidente della Confederazione italiana coltivatori (oggi CIA) che lascerà nel 1990 per ricoprire incarichi politici nel Comitato regionale del PCI e in seguito PDS del Lazio. Si è occupato di agricoltura e dei suoi prodotti come Presidente della Consulta regionale e nell'ambito dell'ARSIAL. Nel 2004 tiene su incarico dell'Università di Cassino un corso sul tema "Storia della bonifica pontina". Nel 2003 pubblica il suo primo libro sulla storia dei partiti cui segue il secondo nel 2011 sullo stesso tema. Il suo impegno politico è nel PD. Studia avvenimenti storici ed economici.

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