di Antonella Necci – Poldino cap. 5. Guidava ascoltando la sua musica preferita e intanto stentava a credere che si trovava in prossimità del solstizio d’estate.
Nell’emisfero Sud del globo,dove si ritrovava, pur non essendoci nato, a condividere la decisione di viverci, si intravedevano i variegati colori dell’autunno.
Rossi accesi, giallo delle foglie, grigio intenso attraverso il quale si stagliava il blu cupo del cielo, con le sue nuvole colme di pioggia, e giù di sotto, ai piedi dell’autostrada che stava percorrendo, il cupo rumore del mare grosso.
Si stava preparando un violento temporale, pensò. Doveva trovare al più presto un rifugio dove fermarsi.
Da quelle parti la pioggia assomigliava al mare in tempesta. Si perdeva la cognizione delle cose e della natura. Non esisteva altro che acqua. Acqua ovunque. Niente più case o strade o auto. Solo il grigio intenso dell’acqua che scendeva dal cielo.
Trovò alla fine una sorta di pub. Parcheggiò davanti e scese dall’auto, appena in tempo per sentirsi addosso i pesanti goccioloni che cominciavano a cadere. Corse verso la porta ed entrò che era già zuppo.
All’interno la calda atmosfera dei pub di quel paese. Tante persone attorno ad un maxi schermo intente a seguire una finale di Rugby, lo sport nazionale da quelle parti. E tutti vestiti di nero.
Si girarono per un nano secondo a guardare l’intruso che entrava dalla porta: capelli rossi, viso pallido, bagnato fino al midollo.
Pensarono ad un indegno rappresentante del popolo che li aveva dominati qualche secolo prima. Come erano pallidi, pensarono tutti all’unisono, senza soffermarsi troppo a scambiare opinioni. “Come avranno fatto a dominarci cento anni fa? Dovevamo proprio essere alla frutta….. “
Lo guardarono con riprovevole commiserazione e volsero di nuovo lo sguardo verso il maxi schermo dove i loro forzuti beniamini se le stavano dando di santa ragione.
“Sceriffo! Ma siete proprio voi? Cosa ci fate qui?”
” Siamo i più forti al mondo! Nessuno ci può battere!”
Il proprietario del pub si avvicinò al nuovo arrivato con aria di sfida e proferendo queste parole.
Ma nel guardarlo meglio capi che non solo quel signore distinto non apparteneva alla razza degli oppressori, ma che aveva uno sguardo così mite ed indifeso che di certo non meritava tanta cattiveria. Si quietò di botto.
Quell’uomo aveva un volto conosciuto. Il volto della sua terra d’origine.
“Sceriffo! Ma siete proprio voi? Cosa ci fate qui?”
Solo nel sentirsi apostrofato da qualcuno che parlava la sua stessa lingua, Poldino alzò lo sguardo e riconobbe Davillè, il fido Scudiero di Marinelle.
” Davillè, sono io a porti la domanda. Che ci fai nell’emisfero Sud?”
” Noi viviamo qui da sei mesi ormai. Pensavo lo sapeste. Robert e Marinelle hanno comprato un ranch e allevano bestiame. Io, insieme ai Ragazzi gestiamo gli esercizi commerciali della zona. Qui la gente ci ha accolto come fratelli. Si sta bene. Ma voi non ne sapevate niente?”
” Nessuno si è degnato di informarmi.” Risposte Poldino. Asciutto e piccato come un peperoncino fresco.
” Eppure vi abbiamo mandato parecchie email per informarvi. Voi non ci avete mai risposto.”
Davillè odiava Poldino fin nel midollo, ma in quel momento gli fece pena. Pensò che non era il caso di insistere.
” Sono giunto fin qui in cerca di pace, dopo gli ultimi fatti che tu ben sai. Avevo bisogno di cambiare libro e non di voltare solo pagina. Ho chiuso lo Sceriffato e sono partito. Alla cieca. Senza chiedermi dove sarei giunto.”
Ebbe la sensazione di essere giunto, finalmente, in porto.
” E poi? Come siamo i più forti del mondo? Ma tu non appartieni a questa parte del mondo!”
Poldino considerava, con queste parole, come lo spirito di adattamento della sua gente raggiungesse livelli di parossismo tale che nessun altro popolo sarebbe mai stato in grado di eguagliare.
L’istinto di sopravvivenza unito al vago insegnamento della fede religiosa, forniva quel viscido senso di cosmica fratellanza che aiutava a restare a galla, fosse pure in mezzo al deserto più impervio.
Per un attimo ammirò la dote che lui non possedeva. Si sentì troppo rigoroso. Forse era proprio tale rigore che gli impediva l’afflato cosmico con i suoi concittadini?