ricomposizione 350

ricomposizione 350di Antonio Simiele – Un’occasione per ricomporre. Le scissioni sono una costante nella storia della sinistra italiana. Esse hanno prodotto, quasi sempre, danni e si sono svolte previo la misurazione, da parte di ogni componente, del livello di sinistra attribuibile alle altre, spaccando il capello in quattro. Stanno nella pratica nazionale, per cui, come diceva Totò, “in Italia i partiti crescono come funghi”.
Le recenti uscite dal PD hanno, forse, un carattere diverso. Sono responsabilità di un segretario che, con una gestione personale del partito, ha spinto per provocarli. Sono conseguenza della politica del governo Renzi, del quale anche le cose di sinistra fatte, come la politica di accoglienza ai migranti, le leggi contro il caporalato e gli ecoreati, non sono avvertite come tali dai cittadini, perché frutto di una politica, calata dall’alto, che snobba ogni rapporto con associazioni, ambientalisti, sindacati; un modo di agire che spalanca le porte al populismo e alla destra.
La batosta subita con il Referendum sembrerebbe aver prodotto un positivo cambio di verso di Matteo Renzi, che passa dall’Io a un più collegiale Noi. Una cosa, però, sono gli annunci e un’altra è la realtà: E’ arduo concedere credito a chi ha detto che in caso di sconfitta al Referendum avrebbe lasciato la politica.

Una chiara ricerca degli errori compiuti da non ripetere

L’ultima uscita, quella promossa da Bersani, che ha il torto di essere giunta troppo tardi, ha preso semplicemente atto della mutazione del PD in PDR, contribuendo a chiarirne la natura, che fino ad ora non si è capita quale fosse, aiutando a far superare l’equivoco di un partito che si dichiara di sinistra, ma non mostra attenzione alle esigenze quotidiane delle persone e ha accantonato la lotta per l’uguaglianza e la giustizia sociale.
Essa potrebbe, persino, rivelarsi salutare se riuscisse a intercettare i tentativi di Pisapia e Civati. Ne potrebbe scaturire, finalmente, la ricomposizione di tutti i frammenti della sinistra, interessando lo stesso PD, eventualmente, derenzizzato o colpito da altre diaspore. Una ricomposizione che segua una chiara ricerca degli errori compiuti da non ripetere e sappia farsi carico anche di storie personali e di tradizioni importanti, in cui ognuna delle correnti di pensiero progressiste non pretenda di chiedere alle altre di rinunciare a essere se stesse, ma, insieme, trovino le condizioni migliori per costruire una società diversa e moderna, più equa e giusta.
Di questo ha bisogno la sinistra italiana e di rendersi di nuovo riconoscibile, rispondendo alle attese dei giovani e delle donne, stando al fianco del mondo del lavoro e dei più deboli, ragioni della sua stessa esistenza. Solo così può ambire a recuperare la fiducia perduta, a riportare al voto i tanti che non si sentono rappresentati da alcuno, a frenare, offrendo il meglio, la spinta verso il populismo che scommette sul peggio.
E’ un traguardo raggiungibile, sempre che, nella costruzione di un partito della sinistra nuovo, che amalgami donne e uomini provenienti da culture diverse, chi si avvicina a esso lo faccia senza pretendere di essere portatore di verità assolute da imporre, ma pronto ad arricchire se stesso, facendo tesoro delle esperienze degli altri. Così non è stato fino a ora, per cui ogni tentativo di riunire è risultato un fallimento.
Lì 18 aprile 2017

 
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