eutanasia 350 260

eutanasia 350 260di Antonella Necci – Qualche tempo fa, in una discussione con un amico, si ripropose il tema che ogni tanto lui sente impellente, della necessità di recarsi in un paese straniero per porre fine alle proprie sofferenze così come per curare determinate malattie di cui, in Italia, non sono messi in circolazione gli adeguati farmaci.

Questo tema va a considerare non solo l’aspetto clinico di colui che decide per tale passo, ma anche quello etico di chi dovrebbe sedare in modo continuativo il malato.
Che sia chiaro: per malato intendo non già una persona come i tanti casi di cui si parla e si discute, e ultimo tra i tanti, la fine di dj Fabo, avvenuta ieri.
Le malattie mentali, il male di vivere, oltre a malattie invalidanti di severa gravità, sono, secondo me, sullo stesso livello di importanza.

Se così non fosse, non si riuscirebbe a comprendere i tanti suicidi che avvengono quasi quotidianamente.

La mente, oltre che il corpo, influenza tali scelte estreme. A questo proposito basti pensare, qui nella provincia di Frosinone, al recente caso della mamma di 31 anni, bella, giovane e con una vita da poter cambiare, intrappolata nelle ristrettezze di una esistenza di provincia della quale aveva abbastanza, nonostante i social network le facessero compagnia quotidiana.

La mancanza di amicizia, di amore, (il messaggio lasciato su Facebook contro marito e suocera lo testimonia), l’assenza di un lavoro, i modelli di vita falsi che fanno sembrare inadeguati tutti gli uomini che guadagnano il vivere quotidiano, sono delle spinte verso il suicidio estremamente valide.
A nulla serve dire che chi si toglie la vita non possiede forza e coraggio.
Provate a mettervi nelle loro scarpe e camminare sul loro cammino prima di parlare.

Va da sé che eutanasia e suicidio, morte assistita o morte violenta sono simili anche se le modalità sono diverse.
Il regista Mario Monicelli, che si getta nel vuoto dalla clinica dove era ricoverato per porre fine alle sue pene, compie il medesimo gesto di dj Fabo nella clinica svizzera, che morde il pulsante dell’iniezione letale perché non lo vede, e il medesimo della giovane Alessandra di Patrica che si lancia da un ponte per la disperazione profonda che nessuno riusciva a vedere.

La morte, come la vita, merita rispetto.
E la chiesa deve smetterla di intromettersi in entrambe.
E lo stato, se davvero si considera libero e democratico, dovrebbe legiferare liberamente, senza porre inutili veti e inutili lentezze per prendere tempo e aspettare che la chiesa cambi idea.

Nessuno ha il diritto di decidere della vita e della morte di ognuno di noi, perché nessuno di noi è di proprietà né dello Stato e né della Chiesa.

 
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Di Antonella Necci

Sono Antonella Necci nata a Roma vivo a Roma e insegno lingua e civiltà inglese in un liceo ad indirizzi classico e linguistico. Sono appassionata di storia e filosofia ma voglio provare ad iscrivermi nuovamente all'università. Ho intenzione di ricominciare a studiare per diventare medico, se mi riesce. È sempre stato il mio sogno ma per pigrizia non mi sono voluta misurare con il lavoro da affrontare con la facoltà di medicina.Cos'altro aggiungere? Non mi piace parlare di me!Ah una cosa però la voglio dire: il mio regista preferito è Ken Loach e spero tanto che vinca la Palma d'oro a Cannes visto che presenta un film di connotazione prometeutica!

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