di Daniela Mastracci – Mi sorge un dubbio rileggendo la lettera scritta da 600 prof (ex, per la gran parte) apparsa sulla stampa qualche giorno fa. Intanto penso che è utile ricordare l’articolo 33 della nostra Costituzione.
«L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento. La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi. Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, SENZA ONERI PER LO STATO. La legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali. E’ prescritto un esame di Stato per l’ammissione ai vari ordini e gradi di scuole o per la conclusione di essi e per l’abilitazione all’esercizio professionale. Le istituzioni di alta cultura, università ed accademie, hanno il diritto di darsi ordinamenti autonomi nei limiti stabiliti dalle leggi dello Stato.»
Sono caduta in una trappola?
La domanda che pongo è la seguente: ma non è che per caso la lettera dei 600 prof universitari sia un bluff? Ovvero una trappola? E se fosse così, io ci sono cascata con tutti i panni.
Hanno scritto una lettera dove lamentano carenze nella lingua italiana sia scritta che orale. Carenze alle quali di certo ne aggiungerebbero altre, e magari scriveranno altre lettere per indurci all’ennesima riflessione. Che tipo di riflessione? Ne ho lette molte in questi giorni: un vero e proprio “fuoco amico”, però. Siamo stati noi docenti delle scuole inferiori e superiori a riflettere, ma ci siamo messi sulla difensiva. Ecco che forse la trappola era scattata, e ci siamo caduti. Ci siamo messi sulla difensiva a scrivere di quanto fatichiamo nella scuola dell’autonomia, delle tre “i”, dell’alternanza scuola lavoro, e di tutta intera la “buona scuola” di Renzi-Giannini. Abbiamo lamentato, noi, ore perse in attività di ogni genere, ci siamo posti il problema di come poter garantire un’offerta formativa sempre più etero-orientata e finalizzata al fantomatico mondo del lavoro. Le ore curriculari scarseggiano, le ore curriculari sono state decurtate, soprattutto sono stati tagliati milioni di euro alla Scuola Pubblica…insomma uno sfacelo. Di dettagli se ne potrebbero elencare tanti: montagne di difetti e di carenze cui noi insegnanti non riusciamo a sopperire, ma carenze nostre, cioè della scuola stessa.
Era scattata la trappola e ci siamo cascati
Ci siamo dati la zappa sui piedi
Noi stessi abbiamo parlato male della scuola pubblica. Noi stessi ci siamo dati la zappa sui piedi. E non riconosciamo nulla di noto in questo gioco perverso di responsabilità? Credo di si, credo che ci riconosciamo un meccanismo già oliato: noi andiamo dicendo peste e corna della scuola pubblica, lo scriviamo, ci facciamo leggere, e così cosa combiniamo? Se ci leggesse il governo forse lo porteremmo a cambiare rotta, a riflettere sullo sfacelo che hanno combinato in questi 20 anni; i politici capirebbero che hanno sbagliato, che non hanno saputo garantire il diritto allo studio, e che si dovrebbe mettere mano ad una legge seria e costituzionale sulla scuola pubblica: garantire il dettato costituzionale e garantire una formazione a tutto tondo, non professionalizzante, ma educativa nel senso pieno della parola, all’insegna della CULTURA, quella vera, che si matura piano piano con lo studio, con l’interiorizzazione di un sapere che sia un bagaglio, tale da consentire l’essere pienamente, consapevolmente, attivamente cittadini. Ecco, nulla di ciò sta nella scuola oggi, se non nella strenua volontà dei docenti stessi. Ma la trappola era già scattata perché, a noi, i politici non ci leggono e non ci ascoltano. Come ha dimostrato quel sorprendente 5 maggio 2015 quando eravamo in piazza e il governo di Renzi ha voltato lo sguardo da un’altra parte. Ci leggono i genitori, ci leggono i cittadini. E cosa sono portati a pensare allora? Che la scuola non è capace di formare, educare, portare i propri figli, nipoti, etc allo sviluppo delle conoscenze tali che, all’università, siano pronti e capaci. E poi? Qual è il passo successivo? Intanto si assiste ad una crescita delle critiche negative sulla scuola pubblica, sugli insegnanti, ma, dopo, ecco il grande salto: se la scuola pubblica non funziona allora si iscriveranno i propri figli e nipoti alla scuola privata.
Un disegno privatistico, ma anche classista
E il danno è compiuto: dalla scuola pubblica si passa a quella privata, e di certo soltanto per chi ne abbia la possibilità economica, mica tutti! le rette costano salate. A loro, ai meno abbienti, resta quella pubblica che non funziona. Et voilà…viva il Privato, abbasso il pubblico…i politici sono legittimati a distruggerlo del tutto in nome dell’efficienza del privato. E dal canto suo, il privato può espandersi sul terreno delle scuole disastrate come vuole e quanto vuole. Il pubblico sarà fagocitato dal privato? E a quale prezzo però? Concludo con una diagnosi che mi pare ora abbastanza evidente: c’è un disegno dietro a tutto questo? È una realtà voluta? Un disegno tale da declassare il pubblico in funzione del privato? A me pare di sì. E tale disegno sarebbe, oltre che privatistico, anche classista: perché formerebbe studenti di serie A, economicamente in grado di sostenere le spese per le scuole private, e studenti di serie B, le fasce economicamente deboli della popolazione. Studenti diseguali in possibilità di accedere alle risorse/scuole a disposizione “sul mercato”, diseguali nella possibilità di accedere al mondo del lavoro (qualora di questo si potesse parlare come di cosa concreta, e non solo sbandierata ma non realizzata). E’ impensabile che con i fondi a disposizione della Scuola Pubblica, tagliati oltre ogni minimo rispetto per un Bene Comune, per un reale ascensore sociale, come detta anche l’art. 3 della Costituzione, è impensabile che la Scuola Pubblica possa tenersi in piedi e funzionare davvero. Allora occorre prendere seriamente coscienza del problema Scuola, e portarlo al più presto possibile nell’agenda politica. Ma occorre anche che tutta la società civile comprenda che di Scuola si deve parlare, e soprattutto si deve essere coscienti che la Scuola Pubblica deve restare la scuola che garantisce l’istruzione e la rimozione degli ostacoli “di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.” (art.3)
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