3 vescovi al Leoniano 2

Tre Vescovi con i disoccupatidi Donato Galeone – Nei primi mesi del nuovo anno, tanto in queste ultime settimane quanto giorno dopo giorno, la previsione dell’acceso agli “ammortizzatori sociali in scadenza” colpirebbero quel minimo di sopravvivenza personale e famigliare pur in presenza di “dichiarate crisi di aree complesse e non complesse” che dovrebbero favorire ristrutturazioni di imprese in crisi mediante investimenti agevolati mirati alla ripresa produttiva, con la “ricollocazione a lavoro” e la cessazione di ogni indennità previdenziale di sostegno al mancato reddito.

Io penso, reagendo, nel contare gli anni dall’agosto 2013 che, ad oggi, le “dichiarate crisi nelle aree complesse e non complesse” se hanno favorito, con norma nazionale e regionale, la sopravvivenza con l’assistenza pubblica, programmata e determinata nel breve e medio tempo a migliaia di lavoratori, il rilancio produttivo incentivante pubblico verso le imprese è stato tanto scarso quanto più che nullo in posti di lavoro, mentre la disoccupazione di giovani e meno giovani continua a crescere e si aggiunge alla diffusa povertà, con l’eccezione della FCA-Fiat del cassinate.

Lo hanno osservato, unanimemente e chiaramente, i tre Vescovi quali “pastori di popolo” dell’area di Frosinone- Veroli – Ferentino Mons. Ambrogio Spreafico; dell’area di Anagni-Alatri Mons. Lorenzo Loppa e dell’area di Sora-Pontecoro-Cassino Mons. Gerardo Antonazzo che, mentre auspicherebbero un intervento straordinario nelle area del basso Lazio co-finanziabile da un piano straordinario di investimenti pubblici e privati pensano, questi tre Vescovi, di sostenere nei Comuni delle loro tre diocesi tutte quelle Amministrazioni Comunali che attivassero “progettazioni manutentivi e di ristrutturazione dei centri storici e circuiti turistici” come leggo su www.unoetre.it a conclusione dell’incontro concesso alla delegazione rappresentativa dei “disoccupati vertenza frusinate” ricevuti non casualmente presso il Collegio di Anagni, fondato dal Vescovo romano Leone XIII, padre dell’Enciclica universale sulla questione sociale operaia del 1891.

Concessione di residui terreni demaniali, di enti locali da trasformare in “qualificate imprese agricole sociali”

Mi permetto aggiungere proprio nel merito e momento della “questione sociale e del lavoro nel terzo millennio” di quantificare, rilanciare e sostenere la concessione dei residui terreni demaniali, degli enti locali o di proprietà di enti religiosi, da trasformare e capitalizzare in “qualificate imprese agricole sociali” da assegnare a giovani professionalizzati, preferibilmente, in forma associata cooperativa, le quali, se congiunte alle “misure per favorire la riconversione e la riqualificazione delle aree industriali dismesse” (disegno di legge n.1836 al Senato delle Repubblica presentato il 24 marzo 2015 e protocollo d’intesa tra ASI e CGIL-CISL-UIL della provincia di Frosinone del 10 maggio 2015) non sarebbero “parole astratte di circostanza ma parole nella concretezza” come diceva e ripeteva negli anni ’70 il coraggioso prete della Caritas romana don Luigi Di Liegro.

E proprio nel segno della sensibilità umana e la concretezza del ruolo affidato ai “pastori del popolo di Dio”- credenti e non credenti – quali sono i nostri Vescovi, accennavo l’11 gennaio 2017 anche a Mons. Ambrogio Spreafico, che peraltro dichiarava di essere figlio di un sindacalista operatore nella CISL lombarda, quanto e come i suoi predecessori Vescovi Mons. Marafini e poi Mons. Federici riconobbero e condivisero negli anni ’70 le azioni della CGIL-CISL-UIL in tanti mesi di intense “vertenze aziendali per il lavoro” e, con fraterno amore spirituale e umano, divulgarono questo documento il 13 febbraio 1975 che per l’occasione mi permetto ripubblicare:

“ Il Clero e i Fedeli della Diocesi di Veroli – Frosinone in comunione con il loro Vescovo:
* considerato lo stato di grave disagio in cui versano moltissimi operai del comprensorio industriale interessante la Diocesi o perché in Cassa Integrazione o addirittura senza stipendio da diversi mesi per la crisi che ha colpito le industrie della zona, con conseguenze gravi per intere famiglie ridotte alla fame;
* mentre auspicano una sollecita conclusione delle vertenze in atto secondo i principi di equità e di giustizia cristiana, sollecitando a riguardo l’interessamento delle autorità competenti e di quanti a diverso livello trattano la questione;
* proclamano la loro solidarietà umana e cristiana con gli operai e le loro famiglie tanto duramente colpite e invitano i fedeli della Diocesi a dare un fraterno aiuto a questi fratelli disoccupati.
* A tale scopo viene indetta in tutte le Chiese della Diocesi per Domenica 23 febbraio p.v – 2^ Domenica di Quaresima – una colletta da devolvere ai disoccupati della zona nei modi che si riterranno opportuni.
Ringraziai – con lettera dell’8 marzo 1975 – il Vescovo Mons. Michele Federici sia personalmente che in rappresentanza della Federazione CGIL-CISL-UIL per l’iniziativa del Consiglio Diocesano e della “scelta solidaristica umana verso i disoccupati e gli operai in cassa integrazione, si collocava in una realtà economica e sociale da rimuovere e entro la quale siamo chiamati tutti ad un’attenta riflessione per l’assunzione di conseguenti impegni finalizzati al superamento di una situazione locale non voluta dai lavoratori”

Lo sviluppo economico-produttivo-industriale avviato non risponde ai bisogni della collettività

Evidenziai al Vescovo la urgenza e la necessità di una approfondimento e verifica già richiesta nelle sedi istituzionali competenti e nei luoghi di lavoro “tanto per le condizioni ambientali quanto per la incertezza dei livelli di occupazione che, peraltro, privilegiavano un modello economico di sviluppo territoriale non dimensionato nei suoi aspetti sociali e di riequilibro produttivo tra industria, agricoltura e servizi civili”.
Conclusi rinnovando il grazie al Vescovo e riaffermando che “il tipo di sviluppo economico-produttivo-industriale avviato non rispondeva al servizio della collettività perché non raggiungeva neppure i preannunciati livelli di occupazione nelle fabbriche insediate ma produceva riduzioni di personale e casse integrazioni generalizzate mentre le comunicazioni di licenziamenti con figuravano una trasformazione economica territoriale di tipo coloniale – similmente di rapina – che di fatto non estendeva benessere comune a persone che attendevano lavoro e un reddito dignitoso per soddisfare le primarie esigenze di vita personale e famigliare”.

Papa Francesco: “L’economia liquida toglie la concretezza e la cultura del lavoro”

Ricordo bene che nel primo decennio del 2000 – mi sfugge la data del giorno – partecipai a un incontro organizzato, sempre al Collegio Leoniano di Anagni, sulla “Globalizzazione: sfide e scenari”. Sull’invito a quell’incontro si leggeva anche questo messaggio: “solo a nome del profitto senza alcuna considerazione per la dignità della persona umana”.
A quell’incontro – una delle sue ultime visite ciociare – partecipò anche Giulio Andreotti che richiamando un incontro tematico svoltosi al CNEL nell’aprile 1977 “sulla partecipazione dei lavoratori alla ripresa economica” sottolineava per i neo-liberisti di turno del nuovo millennio di leggere l’art.46 della nostra Costituzione – scritto e ancora non attuato – che propone una duplice finalità: “quella della elevazione economica sociale del lavoro e quella della produzione di beni e servizi anche nella classica forma della partecipazione”.
Aggiunse, con la sua riconosciuta ironia, che il richiamo costituzionale alla “partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese” non era una bestemmia neppure per i cattolici-democratici credenti impegnati sia nella politica che nei sindacati.

 

E ieri, 17 febbraio, alla domanda di un giovane studente universitario rivolta al Vescovo di Roma, Papa Francesco, sulle scelte economiche, sociali, culturali del terzo millennio e sul diritto al lavoro, se con le sole parole, si creano comunità. Il Papa, rispondendo, ha detto che “tante volte una comunicazione rapida e leggera può diventare liquida, senza consistenza” e ha aggiunto “pensiamo all’economia liquida che toglie la concretezza e la cultura del lavoro”.
Io penso che la riproposizione di un tavolo di confronto aperto continuo – non liquido come ci dice Papa Francesco – sulle realtà vere del basso Lazio e con proposte concrete in merito alle misure di riconversione, ristrutturazioni e riutilizzo degli immobili nelle aree industriali dismesse, congiunto alla bonifica dei suoli e all’utilizzo produttivo agricolo dei terreni, raccoglie il messaggio lanciato indirettamente, dai tre Vescovi al Leoniano di Anagni, tutte le rappresentanze politiche e sociali locali e regionali laziali.

 

 
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