di Nadeia De Gasperis – Epilessia, dal greco ἑπιληψία, significa “essere preso”, “essere colpito” da qualcosa, e ora si spiega perché quella sentenza del 18 luglio 2016, attribuiva le cause del decesso alla crisi epilettica, in un uomo che si curava da anni con farmaci anti epilettici. Stefano è stato “colpito” da qualcosa, e da qualcuno.
Oggi ci sono i nomi e ci sono accuse precise, “omicidio preterintenzionale” per tre dei carabinieri e diverse accuse da falso ad abuso d’ufficio. Ogni giornale oggi riporta la cronistoria di questo calvario.
Quello subito da Stefano, non lo “proveremo” mai fino in fondo, ma quello dei suoi familiari è stato sotto gli occhi di tutti, per chi voleva vedere, per chi voleva “sentire”.
Inutile ripercorrerne le tappe, basta interrogare un motore di ricerca perché ci confessi la verità. Se Bauman definiva liquida la nostra società, liquido è stato il percorso giuridico di questo omicidio, liquido delle lacrime di Ilaria e dei suoi genitori, sì perché finalmente a sette anni da quel pestaggio, “per futili motivi”, un brutto luogo comune che accosta la dicitura “futile motivo” a “omicidio” come se ci fossero ragioni valide per uccidere di botte un ragazzo.
Insomma a sette anni, Ilaria, nel suo corpo esile, rimasto in piedi, nel suo contegno sotto i colpi continui di una giustizia singhiozzante, che ha continuato a seminare speranza nel campo della giustizia, raccogliendo solo dolore per la morte di un fratello, con la vulnerabilità ogni giorno esposta alla luce accecante della calunnia, delle dicerie, delle sentenza sbagliate, Ilaria oggi ci dice:
“I carabinieri sono accusati di omicidio, calunnia e falso. Voglio dire a tutti che bisogna resistere, resistere, resistere. Ed avere fiducia nella giustizia.”
Queste sono le parole di Ilaria Cucchi e questo è il testamento di un ragazzo ucciso tante volte, solo per aver cercato un po’ di pace in terra.
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