firenze la Leopolda 350 260

firenze la Leopolda 350 260di Daniela Mastracci – La Leopolda non è un meeting di partito, ma un incontro di persone che credono nel “valore della politica” dice Renzi. Ma qual è il significato della Leopolda e cosa rappresenta?
La Leopolda è una convention politica che però non è politica; è una corrente di pensiero senza un partito; è un partito senza correnti interne; è uno “spazio libero” in capo a un segretario di un partito. Un tappeto su cui transitano i tre quarti dell’establishment Pd ma senza bandiere del Pd, perché filosoficamente “laico”. Di parte, ma equidistante e al tempo stesso inglobante. A chi manifestava fuori della Leopolda Matteo Renzi diceva “vi svelo un segreto: per partecipare alla Leopolda basta inviare una email”. E però in tanti sono rimasti fuori.
La convention prende il nome dal luogo in cui è ospitata, la Stazione Leopolda, la prima stazione ferroviaria costruita a Firenze nella metà dell’Ottocento e oggi spazio storico-artistico unico, in grado di ospitare manifestazioni ed eventi legati al mondo della cultura e della creatività contemporanea.
A creare questo raduno annuale sono stati Matteo Renzi e Pippo Civati, i due “giovani” del partito che prima della rottura che sarebbe seguita portando Civati fuori dalla fila del Pd, sognavano di rottamare la vetusta politica italica. Poi Renzi è diventato Premier e dei vecchi palazzi è diventato il più potente e illustre inquilino mentre Civati, polverizzato dal suo partner di rottamazione, ha abbandonato il Partito.

Una politica che sa di mercato

E il verbo “rottamare” è diventato il simbolo della nuova politica Renzi’s style: come quando si porta la macchina vecchia da un concessionario, la si rottama per acquistarne una nuova. Una politica che sa di mercato e di nuovismo già da qui: il vecchio è da far fuori in quanto vecchio, e il nuovo è meglio semplicemente in quanto nuovo. Il vecchio è corrotto, colluso, inconcludente; il nuovo è puro, energico, pronto alla rinascita. Aitante e ottimista guarda avanti senza più indulgere in nostalgici ancoraggi al passato: slanciati verso il domani a furor di popolo, quello che appunto li segue, i giovani rampanti del Pd, alla Leopolda.

E perciò la Leopolda è diventata un vero e proprio appuntamento fisso fiorentino, simbolo dell’attuale Pd. Dopo la prima edizione del 2010, che titolava “Prossima fermata Italia”, quasi che l’Italia fosse qualcosa ancora di la da venire; nel 2011 si è intitolata “Big Bang”, ecco il magnifico slogan del nuovo inizio; nel 2012 “Viva l’Italia viva”, sprigionatesi tutte le energie vitali; nel 2013 “Diamo un nome al futuro”, come un “Ecco, ci siamo: siamo nel Futuro e adesso battezziamolo”; nel 2014 “Il futuro è solo l’inizio”, dunque non basta il futuro: si deve andare oltre? Lo abbiamo già compiuto il Futuro? Nel 2015 la Leopolda si è chiamata “Terra degli uomini”: certo quelli di prima di loro non erano uomini, erano ominicchi? E poi l’ultima, almeno per adesso, “E adesso il Futuro”: ma scusate non l’avevamo già raggiunto? E finanche superato? Era già stato battezzato no? Ed era solo l’inizio no? Forse che nella “terra degli uomini” qualcosa è andato storto? Forse che quel futuro che tanto si agognava non coincide più con il Renzi’s style? Forse alla Leopolda si sono accorti del distacco? Che il “popolo della Leopolda”, perché così lo chiamano, si è rimpicciolito? Forse il Paese reale li guarda con occhi diversi e li contesta: forse la Leopolda si è smascherata nel suo pretendere di interpretare, essa sola, il paese quando invece il paese se ne allontanava, anche dentro lo stesso partito del capo.

Una tragica ingenuità

Lo stile convention, la politica del sorriso e del “sinceramente”, dell’ottimismo dell’ “insieme si può”, ha svelato la sua tragica ingenuità. Perché possiamo addirittura pensare che fossero e sono in buona fede, ma l’innocenza non è di questo mondo; ma, ancor di più, l’ingenuità non è innocente affatto: pecca di arroganza, di sufficienza, di senso di superiorità a prescindere. Volevano volare alto sui resti abbandonati della repubblica dei corrotti, dei vecchi di cui non se ne può più, ma intanto non hanno avuto la visione, non hanno progettato politiche fondanti quel nuovo di cui hanno tanto blaterato; e poi si sono alleati anche loro con vecchie volpi di quel passato, che così non passa affatto: resta nelle sue maniere più paludose e vischiose.

Il senso della storia era necessario persino per quell’ “anti storico” di Nietzsche: se non sai da dove vieni non saprai nemmeno dove andare, ma soprattutto non avrai gli strumenti per andare, perché non puoi improvvisarti fondatore se non ti confronti con il passato con umiltà, perché, checché se ne possa dire, chi è venuto prima di noi ha sempre qualcosa da dirci perché ne ha passate tante, e si può presumere che gli squarci vissuti abbiano lasciato almeno la saggezza del domandarsi il perché. Il nuovismo è stata astratta politica: è astratta politica. Non è sensato mettere tutto e tutti nello stesso calderone del “vecchio” e poi essere sostenuti dal capitale delle banche, fare accordi con Berlusconi, e poi essere ancor più presuntuosi e indigesti nel pretendere di riformare la Costituzione, quando si sta in Parlamento con una legge incostituzionale; lasciarsi alle spalle l’incostituzionale Porcellum, e mettere la fiducia sull’Italicum, che fa finta di essere migliore del suo predecessore, ma rende disuguale il voto eguale.

Una vulgata inconcludente

Ti metti a fare propaganda per le grandi opere in una Regione, la Calabria, che soffre per trasporti interni inesistenti; tagli alla Sanità pubblica quando abbiamo in Costituzione il diritto alla salute; tagli alla scuola pubblica e dai bonus a quella privata, quando in Costituzione c’è scritto chiaro che le scuole private devono autofinanziarsi “senza oneri per lo stato”. E ancora propagandi il “cambiare verso all’Europa” e poi Junker ti dice “me ne frego”: all’Europa servono i fatti e non le vuote parole, gli hard facts, come dicono negli Usa; propagandi la nostra “avventura” in Libia a capo delle forze di intervento, e ti ritrovi a rimorchio di Francia, Inghilterra, Usa e anche Egitto; vanti un prestigio nell’Unione Europea ma te la fanno scontare al Consiglio di Sicurezza dell’Onu dove non sei stato eletto, e al massimo devi spartire l’incarico con l’Olanda. Agli Italiani sofferenti di una crisi cronica prometti lavoro e dai invece i voucher; cancelli l’articolo 18 in ossequio alla massima liberista della flessibilità e del superamento dell’ “immobilismo” del diritto al lavoro, quando sei addirittura primo ministro di una Repubblica che ha il lavoro come fondamento: scritto chiaro e lapidario nel primo articolo della costituzione. Dici che vuoi un Senato delle autonomie, che rappresenti i territori, e poi intesti ad un riesumato centralismo dello Stato prerogative dei territori medesimi: riforma della riforma del titolo V, che è andata ancor più di prima nella direzione dello Stato centrale, oggi, quando più che mai le Regioni dovrebbero presiedere rispetto ad opere che mettono addirittura a rischio la salute dei cittadini (vedi i grandi piloni dei cavi elettrici di Terna).
Insomma non so di quale futuro parlasse il Renzi’s style, ma non è il mio, e credo che non sia il futuro per tanti tanti Italiani. La vulgata dell’ “insieme possiamo, con il sorriso e con la passione” si è rivelata inconcludente, insoddisfacente, e soprattutto dividente: all’inclusione tanta vantata, si è sovrapposta la divisione, addirittura nello stesso Partito Democratico, come Bersani, per un verso, ma anche Cuperlo, per un altro verso, stanno dimostrando.

 
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Di Daniela Mastracci

Daniela Mastracci.Sono nata l'11 marzo del 1970 e insegno nel Liceo Scientifico del mio Comune, Ceccano. Sono Prof e Mamma di due figli che mi crescono intorno mentre scopro che mi piace scrivere.

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