di Ignazio Mazzoli – La proroga dell’Accordo di Programma scaduto il 3 agosto scorso ha dato il suo frutto (l’unico per ora e forse per questo è stata decretata) «DPHAR Spa ha firmato il Contratto di Sviluppo con Invitalia per realizzare investimenti nello stabilimento di Anagni (FR), in località Contrada Fontana del Ceraso.» Così iniziano tutti i comunicati che annunciano l’avvenuta firma di questo accordo.
«L’investimento complessivo è di 48,7 milioni di euro, di cui 21 concessi da Invitalia (di cui 4,3 milioni a fondo perduto a valere su fondi stanziati dalla Regione Lazio e 16,7 di finanziamento agevolato).» (…) «Il progetto prevede a regime, nel 2018, (si legga attentamente 2018) un incremento occupazionale di 60 addetti attingendo, ove possibile (anche qui si legga con pignoleria quell’ “ove possibile”, che vuol dire?), dal bacino dei lavoratori provenienti dalla società VDC Technologies.»
Se tutto è stato letto senza farsi prendere dagli inspiegabili entusiasmi di Invitalie e Regione Lazio si capisce bene il comunicato di Vertenza Frusinate (la vera protagonista di ogni risultato grande o piccolo): «rimaniamo con i piedi per terra e non esultiamo perché vogliamo vederci chiaro ed avere la possibilità di capire, per quel che ci interessa, come saranno gestite le assunzioni, da chi saranno gestite e quali saranno i criteri (per gestirle ndr). Possiamo solo dire che un passo e stato fatto, vorremmo sapere anche se la Sanofi è sul punto di firmare o se ci sono problemi, noi non ci fidiamo finché non vediamo… aspettiamo notizie più chiare e precise almeno da parte dei sindacati e da parte della Regione Lazio.»
Ci sono alcune questioni che bisogna valutare puntualmente e non basta dichiarare, come fa una Consigliera regionale «I ritardi ci sono stati, è inutile negarlo, ma oggi possiamo dire di aver portato a casa un risultato fondamentale (?) per il rilancio dell’area industriale di Anagni. Parliamo di quasi 50 milioni di euro di investimenti sullo stabilimento Dphar di Anagni che fino a pochi anni fa erano impensabili per un’area in forte difficoltà e per la quale lo stesso Governo, su richiesta della Regione, ha riconosciuto lo status di crisi». (Area di crisi complessa ndr).
A mente fredda esaminiamo quanto segue.
L’accordo di programma del 2-3 agosto 2013 è nato (ottenuto grazie alle lotte dei lavoratori ex-Vdc e alla convinzione degli amministratori e funzionari provinciali che allora ci credettero) con la seguente finalità «La crisi industriale che colpisce attualmente il sistema territoriale che ha come epicentro Anagni e Frosinone può trovare soluzione solo in un profondo processo di riorganizzazione e riconversione produttiva. … il processo di deindustrializzazione della parte settentrionale della provincia, ha una natura complessa per diversi, ordini di motivi … l’impatto deflagrante sui livelli occupazionali non solo del Sistema locale del lavoro di Frosinone, ma per l’intera provincia … e … per i gravi effetti che potrà avere sui territorio di Frosinone»
Se queste erano le premesse siamo ben lontani dal risultato che in esse era da attendersi.
E’ solo un annuncio?
Nessuna riconversione produttiva, un’area deindustrializzata (Marangoni, Ilva, per citare le più note, ma tante e tante altre) e una prospettiva neppure sicura nel 2018 di 60 assunzioni a fronte di decine di migliaia di disoccupati.
Ma quale “messaggio chiaro arriva alle imprese”? E’ un “annuncio” in piena campagna del Governo per sostenere il “SI”.
L’unica cosa che si legge in questa vicenda è che l’Accordo di programma, nato per uno scopo di riconversione industriale di una intera area, si è tradotto in un regalo di molti milioni alle industrie farmaceutiche presenti sul territorio di Anagni. Se anche per la Sanofi, già beneficiaria dello stesso provvedimento (42 milioni di euro), si giungerà a conclusione (?) il risultato dovrebbe essere di 120 assunzioni per circa 90 milioni di euro e senza alcuna certezza che gli ex Vdc siano assunti almeno nella prevista e obbligatoria percentuale del 25%. Capito perché quell’ “ove possibile” genera allarme?
Tutti si facciano due conti, 90 milioni circa per solo 120 occupati si traducono in 750.000 euro a posto (cioè in vecchie lire: 1 posto costa 1 miliardo e mezzo circa). Anche Luca Frusone del M5S, fra l’altro, evidenzia questo dato. L’aspetto finanziario non ha bisogno di altri commenti.
Quello che urge sapere: è vero che nel decreto di proroga (6 mesi, vorremmo leggerlo) è prevista una ipotesi di revisione per un prossimo provvedimento che corregga i limiti e i difetti del precedente accordo? Il più deleterio dei parametri era la contribuzione di 30 milioni per le aziende che volevano partecipare al bando. Più volte è stato chiesto che fosse radicalmente modificato perché in un’area di piccole e medie industrie non avrebbero potuto esserci soggetti in grado di partecipare. Nelle misure previste per gli interventi nell’Area di crisi complessa ci sarà una risposta che consenta alla piccola e media impresa di fare la propria parte?
Ma, la questione, molto importante, da porre subito, proprio perché ci si trova di fronte a piccolissimi numeri di assunzioni e per di più a costi altissimi, è sapere con quali criteri si stabiliranno, in quali sedi e soprattutto quali istituzioni definiranno i criteri.
Su questo aspetto non si può scherzare.
I disoccupati non accetteranno soluzioni preconfezionate, sapranno chiedere e, se necessario, reclamare la creazione di un centro dove queste decisioni vengano assunte in maniera trasparente, pubblica cioè, senza privilegiare solo le esigenze dell’imprenditore, ma anche quelle dei disoccupati.
30 settembre 2016
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