Di Nadeia De Gasperis – Che cosa ci meraviglia? Che sia un professionista a uccidere una donna, sua moglie, o che sia un uomo impegnato in prima linea nella lotta alla violenza sulle donne?
Non ho maturato cinismo sui casi di femminicidio e neppure disincanto, semplicemente non mi sorprende che la violenza si annidi laddove non ce l’aspettiamo. E questa dovrebbe essere una verità che ci guidi a prevenirla, a frenarla, a correggerla. La violenza sulle donne, non è relegata ai ceti meno abbienti, alle classi meno alfabetizzate, la violenza è anche, spesso, borghese, diffusa tra i trenta-quarantenni, acculturati, agiati, con una buona posizione sociale ed economica, e le vittime sono donne altrettanto emancipate, magari figlie di quegli anni in cui l’emancipazione femminile viveva nel pieno della sua evoluzione. E spesso è proprio questa la causa della violenza, il rifiuto che una donna possa affermarsi professionalmente, socialmente, al di fuori della sfera strettamente familiare.
Il malamore non ha ragione, ma la si può supporre, non ha colore sociale, economico, non ha RAGIONE SOCIALE.
E gli stipiti delle porte, ai quali urtano le donne, pena aver urtato la sensibilità di qualche uomo, sono foggiati anche dai designer di lusso.
“nè sante, nè madonne, solo donne”
Uno slogan femminista recitava “nè sante, nè madonne, solo donne”. Oggi, a distanza di tanti anni dalle lotte di emancipazione, viviamo ancora il nostro personale medioevo, dove a volte la violenza ce la andiamo a cercare, sentendoci sempre responsabili della infelicità altrui, che dovrebbe derivare dal nostro successo, economico, sociale, professionale. È il prezzo per il tempo che viviamo.
Eppure le feste “in rosa” dedicate alle donne, sono organizzate sempre con la stessa formula, stands di cosmesi, sport, benessere, e screening di prevenzione per la salute. Come se fossimo solo questo. La prevenzione, sacrosanta e necessaria, si dovrebbe fare in altri ambiti, in una festa dedicata alle donne, diffondiamo la cultura del rispetto, che è innanzitutto ripristinare una profonda verità: nè sante, nè madonne, solo donne”.
E invece sul palco c’è la criminologa di turno alla quale viene chiesto perchè l’omicidio di una donna, di estrazione sociale borghese debba essere trattato con tanto rispetto e la donna uccisa a terra di una zona malfamata del cassinate sia stata sbattuta in prima pagina senza ritegno. “The show must go on”, risponde la signora, “è un’altra situazione, dobbiamo necessariamente usare due pesi e due misure”. Spesso nella mia città è capitato che le stesse persone impegnate in prima linea nella lotta al femminicidio, donne e uomini, fossero coloro che non perdono occasione di usare parole volgari e violente nei confornti degli immigrati. La cultura del rispetto a intermittenza mi rende nervosamente scettica. Così capita che nella piazza principale della città venga fatto calare uno striscione a caratteri cubitali e molto fascisti che “recita “giustiza esemplare per Gilberta”. Sarà la scelta dei caratteri o il carattere della scelta, ma la cosa mi inquieta, mi inquieta chi grida al mostro, elencando con dovizia di dettagli le torture che gli infliggerebbe. Mi fanno paura le commemorazioni dall’umore vendicatorio e punitivo, i cittadini davanti al tribunale che chiedono la pena di morte. LA violenza si annida tra questi estremismi, attechisce e prolifera e soprattutto si nasconde molto bene. Bisogna educare alla cultura del rispetto, sfatare il mito della bellezza e della salute come uniche prerogative femminili, educare alla mitezza, alla bellezza della diversità, lo devono fare le donne, e gli uomini, solo dopo aver educato se stessi al rispetto di ogni essere umano.
Il nome dell’omicida, mostro da torturare, avete fatto caso che non lo ricorda mai nessuno!?