di Ivano Alteri – A seguito dei risultati delle ultime elezioni amministrative ciociare, ci si è affaccendati ad individuare i vincitori e gli sconfitti inquadrandoli, spesso forzosamente, nello schema centrodestra-centrosinistra, trascurando, a nostro parere, un dato invece essenziale: chiunque abbia vinto, lo ha fatto quasi sempre nascondendo la propria appartenenza partitica dietro raggruppamenti sedicenti “civici”. In vista delle prossime elezioni amministrative del 2017, il fenomeno sarà ancora più accentuato, e già se ne sentono le avvisaglie propagandistiche.
È apparso sui media dei giorni scorsi un gioco di parole che pretenderebbe di contenere sostanza politica, mentre in realtà ci pare piuttosto rappresentativo del vuoto politico cosmico in cui siamo immersi. Secondo alcuni si starebbe per verificare, infatti, un passaggio epocale dai “sindaci di partito” al “partito dei sindaci”. Con questa formula magica si vorrebbe far scomparire dentro una fitta nuvola di fumo tutte le contraddizioni, le inefficienze, le inaffidabilità, le incoerenze, le malefatte dell’attuale ceto politico-amministrativo, che dei partiti, in questi lunghi anni, ha fatto scempio. In altre, parole, coloro che hanno reso impresentabili i simboli dei partiti, e prima ancora inutilizzabili per i cittadini i partiti medesimi, adesso vorrebbero scaricare su di essi ogni responsabilità, come se i partiti non fossero mossi da uomini e donne, e da questi vivificati o mortificati.
A parte l’ennesimo tentativo d’ingannare i cittadini con indegni giochi di prestigio, un tale modo di operare mostra la ricerca affannosa di scorciatoie dello stesso ceto politico, incapace d’individuare invece la via maestra: la ricostruzione dei partiti. Se prendiamo ad esempio il Pd, tanto per non farci mancare la croce quotidiana, vediamo che l’impostazione dei gruppi dirigenti oggi dominanti fosse, già in origine ed esplicitamente, la “contendibilità” della direzione del partito. Ma un partito così inteso non è uno spazio democratico, bensì un campo di battaglia su cui le elite si contendono, appunto, la sua guida. Una tale concezione dei partiti trasforma i cittadini militanti in meri gregari, porta acqua, galoppini elettorali, al seguito, quando non al soldo, dei vari capi corrente. Tutt’altro che strumento democratico, esso diviene così la totale negazione di ogni partecipazione democratica.
Quella che invece a noi pare degna di essere perseguita è l’idea di partito “fruibile” dai cittadini; di questo, secondo noi, c’è assoluta necessità. Come acutamente osservato da Ilvo Diamanti su Repubblica.it del 5 settembre, a proposito delle gravi difficoltà in cui versa la neo sindaca romana Raggi, forse ci sarà bisogno che il Movimento 5 Stelle si trasformi presto in Partito 5 Stelle, se vorrà uscire dalle secche attuali (e dal fuoco incrociato di mafiosi e mafioidi, aggiungiamo noi). Nessuna scorciatoia potrà mai risolvere il problema, se non il ritorno in campo del vero strumento della partecipazione che è il partito, come concepito nella Costituzione della Repubblica e come le nuove condizioni, anche tecnologiche, consentono.
Questo potrebbe essere dunque, secondo il nostro parere, un buon elemento di discrimine nella scelta dei prossimi amministratori: chi ci metterà il nome e il cognome della propria appartenenza partitica meriterà almeno un attento ascolto da parte nostra, anche se non automaticamente il nostro voto; chi si nasconderà dietro le formule magiche, invece, meriterà soltanto il nostro biasimo.
Frosinone 6 settembre 2016
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