Terremoto Amatrice 350 260

Terremoto Amatrice 350 260di Fausto Pellecchia – “Io non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo lo sono…” Nei giorni immediatamente successivi al terremoto del centro-Italia, mentre mi trovavo all’estero per un breve soggiorno di vacanza, vagabondando sui social network, mi è tornata spesso in mente la canzone di Gaber che nel ritornello ripete: “Io non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo lo sono…”
Le prime reazioni hanno infatti inaugurato un osceno festival del razzismo e della xenofobia, nel quale l’umana pietà per le vittime, per effetto di un’acrobatica capriola ideologica, si è subito rovesciata in astiosa denuncia contro le misure di accoglienza per i migranti; come se la protesta dei disoccupati e degli inoccupati si rivolgesse contro i clochard e i mendicanti che vivono di elemosina; o come se la responsabilità dei conflitti che affliggono le sponde del Mediterraneo venisse imputata ai soldati di leva che stazionano nelle caserme.

Grottesca pioggia di luoghi comuni

Una grottesca pioggia di luoghi comuni, di sapore nazionalistico e xenofobo, ha ingrossato le falde del più becero razzismo, al grido “Prima gli italiani”, con la ben nota sequela di contumelie contro i migranti: “Ci stanno invadendo”, “Ci rubano il lavoro”, “Sono mantenuti in alberghi di lusso, con una lauta paga giornaliera”,”molestano le nostre donne”, “vengono avvantaggiati nell’assegnazione delle case popolari” ecc. I quotidiani della destra (Libero, il Giornale, il Foglio), del resto, da tempo si affannano a soffiare, con sistematica disinformazione, sulla brace della crisi economica dell’Europa mediterranea, spostando le ostilità dell’antagonismo sociale sul piano di una “guerra tra poveri” innocua – se non perfettamente propizia- per il consolidamento dei poteri forti. Che il fenomeno globale dei profughi e dei rifugiati richieda politiche e forme di intervento toto coelo differenti dalle misure di un adeguato piano di recupero post-terremoto, non ha neppure sfiorato le falsità preconfezionate della xenofobia italica. È appena il caso di ricordare come sul terreno dell’intolleranza gli italiani vantino inquietanti primati. Sebbene, infatti, l’Italia, con l’8,3% di stranieri residenti, si classifichi all’ottavo posto in Europa, con un saldo migratorio inferiore ai Paesi cui ci si paragona (contano più stranieri di noi anche Spagna, Norvegia, Germania e Gran Bretagna. Fa eccezione solo la Francia, al 6,3%, ma soltanto a causa della diversa legislazione sullo ius soli.), e nonostante che non tutti gli immigrati approdati in Italia vi rimangano (perché buona parte prosegue il viaggio verso altre destinazioni europee), gli italiani sono i più razzisti d’Europa. Una recente ricerca condotta dal Pew Research Center ha rivelato che l’86 % degli italiani è prevenuto nei confronti dei rom, mentre il 61% è sfavorevole ai musulmani e il 21% guarda gli ebrei con sospetto. Il Censis rileva che appena il 17,2 % degli italiani afferma di avere un approccio “amichevole” nei confronti degli immigrati; quattro italiani su cinque si dividono invece tra “diffidenza” (60,1%), “indifferenza” (15,8%) e “aperta ostilità” (6,9%), mentre due italiani su tre (65,2%) pensano che gli immigrati in Italia siano semplicemente troppi. Quanto alla leggenda del parassitismo degli immigrati, una drastica smentita si legge nel Rapporto annuale sull’economia dell’immigrazione: i 2,3 milioni di occupati stranieri sul suolo italiano producono l’8.6% del Pil: 125 miliardi di euro. Pertanto, il rapporto costi/benefici dell’immigrazione è in attivo: 12,6 miliardi contro 16,5. Il guadagno per lo Stato è dunque pari a 3,9 miliardi di euro.

L’ipocrisia

Ma l’altra tonalità emotiva – spesso coniugata al rancoroso razzismo di cui sopra- che ha ispirato numerose reazioni sui social network (unitamente al mio personale “sentimento anti-italiano”), è contrassegnata dalla pervasiva ipocrisia circa le forme di partecipazione all’angoscia delle popolazioni terremotate. La proclamazione del lutto nazionale, come doverosa forma di rispetto istituzionale per le vittime del terremoto, si è spesso sovrapposta, in un immediato cortocircuito, con le consuete pratiche private di “elaborazione del lutto”. Congiuntamente – e in implicito contrasto, con la partecipazione spontanea delle associazioni e dei gruppi di base che, con varie modalità, hanno generosamente offerto la loro collaborazione e il loro fattivo contributo alle iniziative pubbliche di solidarietà in favore delle popolazioni terremotate – c’è stato chi ha preteso di imporre una brusca sospensione delle consuete forme di socialità, assunta come mozione dirimente l’autenticità della condivisione del lutto. Da molte parti, si è levata un’indignata censura contro il preteso cinismo dei giovani italiani e dei gestori di locali notturni e discoteche che non hanno abbassato le saracinesche neppure per una notte, o contro i bar cittadini che non hanno eliminato il sottofondo musicale, magari con l’aggravante di aver favorito la diserzione dalle funzioni religiose in suffragio delle vittime. Poco è mancato che si chiedesse un decreto straordinario sul galateo del lutto (vietando atteggiamenti scomposti in pubblico o definendo modalità più sobrie e castigate di abbigliamento).

Estremizzando l’enfasi del biasimo, si sarebbe persino potuto lanciare un appello per l’istituzione di un coro di prefiche come supporto alle forze della protezione civile. Neppure il Sindaco di Amatrice si è salvato dalle critiche sentimental-populistiche dell’italico moralismo. Del resto, in un Paese storicamente disavvezzo a distinguere il piano dei comportamenti privati e personali da quello delle istituzioni e delle autorità pubbliche (o, come si diceva una volta, fisiologicamente “privo del senso dello Stato”) questa confusione di istanze e di esigenze è perfettamente coerente. E tuttavia, soprattutto nei casi di catastrofe naturale, sarebbe preferibile una sana “incoerenza”, se non una decisa inversione di tendenza.

 
Vuoi dire la tua su UNOeTRE.it? Clicca qui

 

La riproduzione di quest’articolo che hai letto è autorizzata a condizione che siano citati la fonte www.unoetre.it e l’autore

Creative Commons License
UNOeTRE.it by giornale online is licensed under a Creative Commons Attribution 4.0 International License.

Sostieni il nostro lavoro

UNOeTRE.it è un giornale online con una redazione di volontari. Qualsiasi donazione tu possa fare, fra quelle che qui sotto proponiamo, rappresenta un contributo prezioso per il nostro lavoro. Si prega di notare che per assicurare la nostra indipendenza, per parlare liberamente di argomenti politici, i contributi che ci invierete non sono deducibili dalle tasse. Per dare il tuo sostegno tramite il sito, clicca qui sotto sul bottone Paga Adesso. Il tuo contributo ci perverrà sicuro utilizzando PayPal oppure la tua carta di credito. Grazie

Sostieni UNOeTRE.it

 

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.