di Saturnino Manovale – In onore della scomparsa del poeta dialettale Siro D’Amico.
La poesia narra di un colloquio tra una moglie molto devota e un marito miscredente, che non va mai a messa, e anche bugiardo. Infatti questi rincasa sempre tardi, e ogni volta racconta la solita scusa di essere stato a un funerale. La prima parte della poesia è abbastanza comprensibile. La seconda parte diventa più chiara per chi conosce la vera storia del nonno del poeta dialettale Siro D’Amico (soprannome del nonno “Ciammotto”). Quest’ultimo (Ciammotto) un giorno disse alla moglie che si sarebbe recato in piazza (la “Porta”), come faceva d’abitudine. Purtroppo per la povera donna egli fece ritorno solo dopo oltre cinquant’anni. Chissà, forse per sapere a posteriori cosa la gente avrebbe detto di lui in tale lunghissima assenza. Allo stesso modo la poesia auspica un probabile ritorno dei fratelli Carlo e Siro D’Amico. Ovviamente si tratta di un ritorno metaforico (“nu finto morto”), in quanto i due defunti fratelli (“la razza Ciammotto”) rivivranno in mezzo a noi con le loro opere (i libri di Carlo e le poesie di Siro).
Nell’ultima strofa la moglie invita il marito a ossequiare la “salma” illustre. Gli intima di raccogliersi in silenzio, di inginocchiarsi rimanendo allo stesso tempo sull’attenti (“petto ritto”) e, infine, gli rivela che la poesia narrata fino a quel momento è stata scritta dallo stesso defunto Siro D’Amico. In verità con tale artificio letterario, diretto soprattutto ai lettori, l’autore reale della poesia, Saturnino Manovale, si candida a ricevere l’eredità del compianto amico e poeta dialettale Sirotto.
Per una migliore comprensione della poesia i dialoghi della moglie sono stati scritti in corsivo.
Iu Re ‘lla Piazzarola
«Se pò sape’ andù si’ stato?
Mo reccontumella male!».
«So’ remaso turmentato,
appress’a chiglio funerale».
«Ma perché chi s’è remmorto?
Ogni vota è ‘na millanta,
cu ste bucìe da beccamorto,
se so’ morti tutti quanta!».
«Ma sta vota è sacrusanto!
Nun te stongo a dà na sòla.
Va a vede’ a cammusanto,
s’è morto iu re ‘lla Piazzarola!».
«A stu giro nu me fai fessa.
Forza, sbrighete, ve’ cu meco!
Però prima imo alla messa,
dopo agliu “sacro speco”».
—— (davanti alla tomba del defunto)
«Me si frecata n’ara vota!
Puro mo, è nu finto morto».
«Mo, va bbè ca si devota!».
«Chist’è cumme Cristo Risorto.
E’ la razza de Ciammotto!
Fanno finta da sparine,
prima Carlo, mo Sirotto,
pe’ vede’ che ci’ata dine.
“Rescio, vaio pe’ lla Porta!”
Fece iu nonno alla moglie.
P’aspettaglio, nun s’è morta,
cinquant’ann’i culle doglie.
Apperciò, mo statte zitto!
Fissa bbè sta futugrafia.
Nginocchiete, petto ritto!
Ca n’è scritto sta puesia».
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