di Nadeia De Gasperis – “La guerra cambia le persone”, recita un giovane Marcello Mastroianni nei Girasoli di Vittorio De Sica. Lo dice piano, quasi lo stesso scoprendo in quel momento, al buio di una stanza senza corrente quasi fosse più facile, come per i girasoli, al buio, non piegarsi agli eventi. Lo dice alla donna amata e ritrovata, Sofia Loren, Penelope di una trama fitta di dolore e mancanza, dolore della mancanza e dolore del ritorno.
La guerra cambia le persone, quando hai la fortuna di saggiare il cambiamento, perchè una terra disarmata ti restituisce tutto intero.
La guerra cambia le persone, quando la speranza non la inghiotte il mare. Che a volte, cento donne unite dallo stesso tragico destino, non le troverai mai cambiate, perchè il mare non te le ha restituite.
Articolo 11 della costituzione:
«L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.»
Nella parola “ripudia” riesco a vedere i tratti marcati di una sana e robusta costituzione, con fianchi larghi cullare la civiltà che ha generato e quelle che si prepara ad accogliere.
Cambiano le guerre, i moventi e le strategie, si gioca alla guerra con giochi antichi e giochi moderni, il terrorismo usa la playstation, l’America dà la caccia ai terroristi depennandoli da un album di figurine. La guerra cambia, quello che non cambia, è che la guerra cambia le persone, anche contro la loro volontà, e anche per questo, le persone ripudiano la guerra.
Quello che cambierebbe non è poco e nono è bene
Mentre la proposta di legge del Governo, per la revisione della seconda parte della Costituzione era all’esame della camera, prevedeva che il testo dell’articolo 78 (Le Camere deliberano lo stato di guerra e conferiscono al Governo i poteri necessari) fosse modificato limitando alla maggioranza assoluta la deliberazione dello stato di guerra, la minoranza della sinistra del PD, e altri 160 deputati, tra i quali, il M5S, tutta SEL e alcuni cattolici di centro, nel gennaio 2015 firmano un emendamento all’articolo 17, con il quale si riformava l’art. 78, al fine di conservare intatto lo spirito originario della costituzione. I padri costituenti, infatti, avevano solennizzato e democratizzato la deliberazione dello stato di guerra, affidandola alla maggioranza reale dei cittadini. L’emendamento in questione, proposto dalle opposizioni, chiedeva che lo stato di guerra fosse deliberato con la maggiornaza del 66 % (due terzi) dei componenti delle camere, mentre la riforma (del Governo ndr) prevede che la deliberazione sia presa a maggioranza assoluta degli aventi diritto. Ossia a decidere dello stato di guerra sarebbe una minoranza diventata decisiva per un discutibile premio di maggioranza.
La guerra cambia le persone, lo dicono i volti delle aguzzine e degli aguzzini di Abu Ghraib, che sorridono goliardicamente delle torture inflitte.
Certo la legge Calderoli e poi l’Italicum, con l’introduzione di leggi elettorali difformi da quella implicita nel testo originario della Carta, creano l’occasione per una più ampia riforma, che corregga il vulnus involontario generato con la loro introduzione. Ma la riforma costituzionale proposta blinda qualsiasi modifica in tal senso. L’articolo 78 della Costituzione è sostituito dal seguente: «Art. 78. — La Camera dei deputati delibera a maggioranza assoluta lo stato di guerra e conferisce al Governo i poteri necessari».
Le ragioni della eccezionalità della guerra vanno ricondotte allo spirito democratico della costituzione, non elevare il quorum riduce a un fatto “normale” e non “straordinario” la guerra, gestito in deficit di rappresentatività popolare, mente andrebbe trattato con attenzione non solo al funzionamento delle istituzioni ma alla concretezza della vita del cittadini. Che non sia un atto di governo, ma un un fatto di popolo, come più alta manifestazione della sovranità popolare. La deliberazione della guerra diventa affare di popolo grazie all’art. 78 mentre lo statuto Albertino implicitamente la unificava alla dichiarazione di guerra, in capo al monarca.
Consegnare una decisione così importante nelle mani di un solo partito, è oggettivamente molto rischioso. E la conseguenza sarebbe senz’altro un indebolimento all’art. 11, dunque alla prima parte della costituzione, che non delibera dello stato di guerra, ma è già stato invalidato ogni volta che abbiamo sottratto alla sovranità popolare discutibili “partecipazioni” a guerre internazionali per volontà degli organismi internazionali e decisioni prese in capo al governo del Paese.
La guerra cambia le persone, lo dicono i volti dei soldati e dei civili, nei loro tratti, in una galleria di immagini a confronto, prima e dopo l’evento tragico della guerra.
Nella parola “ripudia” sento la spinta a compiere i primi passi della dopostoria, quelli dei padri costituenti.
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