di Ivano Alteri – Il 13 di maggio, alle ore 17,00, presso l’Amministrazione Provinciale, si terrà un’assemblea di tutte le associazioni della provincia di Frosinone, sorte in questi anni su temi specifici importantissimi per l’esistenza nostra e dei nostri posteri. Abbiamo più volte ripetuto, e anche ascoltato e letto da molti altri in varie occasioni, che stiamo assistendo ad un inedito proliferare di associazioni, come mai si era visto prima in provincia; ma che, spesso, l’azione della singola associazione non riesce a conseguire obiettivi duraturi; e che quindi ci sarebbe bisogno di unire le forze. Questo si pensa e si dice, ma poi non si riesce mai a trovare il modo e il luogo per farlo. Siamo in molti a pensare che ormai sia giunto il momento di aprire e concludere definitivamente (nel giro di qualche ora!) un dibattito sul tema, tra tutti coloro che vorranno starci, tante sono le urgenze che angustiano la nostra provincia. Poi ci sarà bisogno di definire insieme una elaborazione organica e passare immediatamente all’azione collettiva. Forse potrebbe essere, quello del 13, il momento e il luogo dove affrontare, in via definitiva, questo tema dirimente.
Le forze non mancano. Infatti, per fare solo qualche esempio, se noi oggi vediamo degli amministratori locali che si battono, finalmente, per tentare di proteggerci dalle vessazioni di Acea, lo dobbiamo ai comitati, e alle tante persone che vi lavorano dentro, che si sono battuti in questi anni per mettere al centro del dibattito politico i beni comuni. Se vediamo gli stessi amministratori locali rivolgersi con piglio alla Regione Lazio per chiedere di aiutarli a porre mano alla grave situazione occupazionale e sociale della provincia, lo dobbiamo ai lavoratori disoccupati della Vertenza Frusinate, che da diciotto mesi battono il territorio per sensibilizzare amministratori e compagni di sventura. Se siamo a conoscenza delle angherie subite dai lavoratori ex Multiservizi di Frosinone, e se ormai è chiaro che prima o poi si dovrà trovare una soluzione per loro, lo dobbiamo alla tenacia di quelli della Tenda, che da oltre due anni campeggiano davanti al comune, fra mille difficoltà familiari ed esistenziali. Se sulle Terme Romane di De Matthaeis non è ancora sorto l’ennesimo, e inutile, palazzo, lo dobbiamo alle migliaia di cittadini che si sono organizzati, per l’occasione, in difesa di un bene comune come la memoria del lontano passato e a sostegno di una nuova visone della città. Se oggi abbiamo chiari tutti i danni subiti da una pessima gestione del territorio, e chiara la necessità d’intervenire urgentemente, per esempio con una diversa gestione dei rifiuti, lo dobbiamo alle tante associazioni che si sono battute per la Valle del Sacco, in difesa dei fiumi e contro le discariche più o meno legali che appestano la provincia. E gli esempi potrebbero continuare.
Perchè è così difficile costruire l’unità?
Un lavoro straordinario. Ma che ha dato soltanto risultati parziali, che rischiano, per di più, di rivelarsi effimeri, se non forniamo loro la forza necessaria. Forza che le singole parti, però, evidentemente non possono dare; essa può venire soltanto da un Insieme. Bisognerebbe, quindi, aggregare quelle forze, per creare quell’insieme; così da ottenere dei frutti duraturi, da quei tanti germogli di aggregazione. Tutti ne sembriamo convinti; ma poi nessuno lo fa.
Questo è un primo scoglio che dovremmo superare, a viso aperto e col cuore già oltre l’ostacolo, senza però illuderci di poterlo aggirare. Dovremmo porci, perciò, una domanda che sorge da sé: perché non si riesce a creare quell’insieme, pur indispensabile al territorio? Rispondere ad essa è, a nostro parere, fondamentale.
Senza peli sulla lingua, bisogna innanzitutto dire che, paradossalmente, un primo ostacolo è costituito proprio da coloro che hanno il merito di aver creato, o contribuito a creare, quella certa associazione su quel certo tema. Costruirne una, non è cosa facile. Pur sorvolando sulle immancabili peripezie burocratiche e relativi costi (spesso ingiustificati), creare un’associazione vuol dire mettere d’accordo numerose persone, le quali, fino ad allora, avevano impiegato il proprio tempo in tutt’altro modo; e da allora in poi, invece, dovranno metterlo a disposizione dell’associazione medesima. Inoltre, ogni persona ha una propria provenienza politica e culturale, personale o familiare, con propri valori di riferimento; per cui, metterla insieme ad altre, con altre storie ed altre provenienze, comporta sempre una gran fatica. Chi riesca, quindi, a creare un’associazione e a farla funzionare, a farle organizzare iniziative e a farvi partecipare altre persone ecc., può senz’altro esser fiero di sé, senza timore di scadere nell’autocompiacimento. Tuttavia, i suoi enormi sforzi rischiano sempre di risultare vani, qualora al primo impeto aggregativo venga gradualmente a sostituirsi la tentazione di conservare quanto si è già fatto. In altre parole, accade che l’ideatore, o gli ideatori, di una certa associazione, fondino inizialmente la propria decisione sull’idea, giusta, che solo aggregandosi si possa conseguire qualche risultato; ma non appena quel primo germoglio di aggregazione inizia a dare flebili segni di vita, quell’idea svanisca e prevalga in loro il timore di perdere il controllo di quanto costruito con tanta fatica.
É allora che si blocca il processo aggregativo iniziale, impedendo all’associazione di svilupparsi nell’ulteriore aggregazione; condannandola così alla marginalità, alla scarsa incisività, quando non alla totale inefficacia. Accade, quindi, che chi aveva ben chiaro il valore dell’aggregazione, dell’azione collettiva organizzata, poi egli stesso ne interrompa il processo di crescita, per timore che nell’ulteriore sviluppo dell’aggregazione egli risulti marginale. Tutto ciò è perfettamente comprensibile, sia chiaro, ognuno deve preservare ciò che fa e ciò che è. Ma diventa del tutto autolesionistico e contraddittorio, nel momento in cui ci si rende conto che solo l’ulteriore aggregazione può riuscire a tirar fuori dai gravi disagi se stessi e intere popolazioni. Perché non è affatto vero che, dall’aggregazione, le singole associazioni e i singoli associati debbano rimetterci qualcosa, in termini di incisività e visibilità. Al contrario: un’associazione che si aggreghi ad altre associazioni, non vale di meno, ma di più; non conta di meno, ma di più; non fa di meno, ma di più. La voce di chi guida le singole associazioni che si aggreghino fra di loro, non è più flebile, ma più forte; la sua azione non è meno, ma più autorevole e incisiva. Nessuno deve pensare che gli sarà impedito o tolto qualcosa; al contrario ognuno deve poter continuare a mantenere ciò che ha, a fare esattamente ciò che fa, in perfetta autonomia, poiché lo sta facendo bene. Ma oltre a quanto già fa, dovrà fare anche qualcosa in più, per supportare l’azione dell’Insieme. La singola parte non deve quindi annullarsi nell’Insieme, ma farsene elemento strutturale; questa, pare a noi, dovrebbe essere l’impostazione. Per dirla con una metafora, dovrebbe accadere come nella musica, in cui, le note che vanno a costituire un accordo, restano esattamente se stesse; ma suonando insieme riescono a creare l’Armonia, che nessuna di esse, da sola, potrebbe mai creare.
Un ulteriore scoglio da superare risiede proprio nella “specificità” del tema oggetto della singola associazione. È stato quel tema a indurre originariamente i singoli cittadini ad aggregarsi, ed è quel tema, assurto a scopo ultimo e unico dell’azione associata, ad impedirne così l’ulteriore sviluppo. Ma intanto, come già detto, una visione parziale della realtà toglie efficacia all’azione politica dell’associazione. E poi, non bisognerebbe perdere di vista il fatto che quel tema, in realtà, è espressione di un sistema di valori ben più ampio, che costituisce, esso, l’intero bagaglio culturale del cittadino associato; bagaglio a cui, però, lo stesso singolo cittadino associato rinuncia, allorché non procede all’ulteriore aggregazione e non amplia così la sua espressione nella più larga azione collettiva. Un invito esplicito all’ulteriore aggregazione, rivolto a lui, costituisce perciò un invito ad esserci, esistenzialmente, in tutta la sua natura. Non certo l’invito a rinunciare a qualcosa, dunque, ma proprio a non rinunciarvi.
Pluralismo nella solidarietà… sarebbe una risposta possibile?
Ma c’è anche un altro aspetto da tenere in considerazione, che costituisce anch’esso grave ostacolo alle relazioni nelle e fra le associazioni, forse quello più arduo da affrontare. Molte delle persone che abbiamo avuto il piacere e l’onore d’incontrarvi in questi anni, sembrano vivere una contraddizione apparentemente insanabile: da una parte, deprecano la politica; dall’altra, capiscono di averne assoluto bisogno. La frase “noi non facciamo politica” risuona in quasi ogni intervento, in quasi ogni occasione. Ciò presuppone, ovviamente, un pessimo giudizio sulla politica; tale per cui, a scanso d’equivoci, è meglio dissociarsene preventivamente ed esplicitamente (del resto, come non farlo, visto ciò che esprime l’attuale ceto politico?). Ma, pensiamo noi, se fare politica significa occuparsi responsabilmente della”polis”, non fare politica vuol dire non occuparsene; che è esattamente il contrario di quanto, invece, quegli interventi vorrebbero asserire. Insomma, quel “noi non facciamo politica”, nelle intenzioni di chi lo pronuncia significa in realtà “noi facciamo politica”, ci occupiamo cioè della “città”. Allora, ciò che effettivamente deprechiamo in cuor nostro, non è la Politica, che noi invece facciamo, vogliamo e dobbiamo fare; ma l’attuale ceto politico e la sua impostazione oligarchica, proprio perché non la fa, la politica, né consente ad altri di farla. Questa evidente constatazione, così a noi pare, dovrebbe aiutarci ad uscire dall’ossimoro in cui siamo ingabbiati; e condurci alla determinazione esplicita e irremovibile proprio di fare politica, la nostra politica; creando una organizzazione adeguata allo scopo, elaborando collegialmente un quadro complessivo di valori di riferimento, e passando all’azione collettiva e coordinata.
A scanso d’equivoci, l’obiettivo non dovrebbe essere né creare partiti né sostituire un ceto politico con un altro. Si dovrebbe, invece, cambiare l’”ambiente” entro cui tutti i partiti e tutto il ceto politico si muovono; avendo consapevolezza che in un ambiente insalubre anche la persona più sana può ammalarsi, mentre in uno sano anche la persona più malata può guarire e vivere bene. Le associazioni e l’associazionismo costituiscono, in sé e per sé, un ambiente politicamente sano, vicino agli interessi dei cittadini, radicato nei territori, con beni e valori comuni, con capacità e professionalità che spesso i partiti di oggi possono soltanto invidiare. In un ambiente così, chiunque gestisca la cosa pubblica, dovrà fare i conti con la forza organizzata dei cittadini. In un ambiente così è più facile che si manifestino pubblicamente onestà, competenza e merito. In un ambiente così può sorgere, o risorgere, una buona, bellissima ed efficacissima Politica; con la partecipazione di molti. Di tutti, possibilmente.
Questi sono, sommariamente, gli ostacoli che a nostro parere bisognerebbe affrontare in via preliminare, per procedere celermente all’avvio del auspicato, ulteriore, processo di aggregazione. Per altro, un processo aggregativo fra diverse esperienze è già in corso, naturalmente, come si è potuto notare anche con l’iniziativa di Anagni, “La primavera del Lavoro”, organizzata da UNOeTRE.it, dall’Inchiesta e dal comitato promotore della Vertenza Frusinate. Ve ne sono altre che ne sono seguite e seguiranno. A nostro parere, questa dovrebbe essere, quindi, la discussione del 13, questi gli argomenti da affrontare. Da affrontare con determinazione, ma, soprattutto, con la volontà di giungere a conclusione entro pochissimo tempo; decidendo esplicitamente per la creazione di un Insieme che renda organica l’azione di ognuno, che garantisca ad ognuno la propria autonomia, e che ognuno tratti come preziosissimo bene comune.
Facciamo della Ciociaria un laboratorio politico. Qui da noi più che in altri luoghi, viviamo un’emergenza democratica, in cui la democrazia delegata sta mostrando tutte le sue debolezze, condannando migliaia di famiglie agli stenti. L’obiettivo non è sostituirla, ma sostenerla con la creazione di una democrazia partecipata, di cui le associazioni aggregate diverrebbero le nuove istituzioni. Noi ne abbiamo maggior bisogno e noi dovremmo farlo. Non dovendo rinunciare a niente, bensì assumendo la consapevolezza di guadagnarci tutti qualcosa. E sapendo soprattutto che, come si diceva una volta, lottare per realizzare tutto questo, è un impegno che può riempire degnamente una vita.
Frosinone 12 maggio 2016
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