di Nadeia De Gasperis – Da piccola pensavo che le due celebrazioni, quella del 25 aprile e del primo maggio, fossero “gemelle di intenzioni”, come quelle stelle binarie, “compagne” che brillano come un unico puntino luminosissimo, ma in realtà sono due entità distinte che orbitano intorno a un centro di massa. E la massa, quella, era popolare.
Questa suggestione, non era evocata solo dalla vicinanza temporale tra le due ricorrenze, ma da quella atmosfera partigiana che si respirava il 25 aprile, che se ne prendevi una gran sorsata, dava fiato alla volontà di percorrere, insieme alle compagne e ai compagni di tutta la provincia, il corteo del primo maggio, che da Isola Del Liri, si snodava fino a Sora.
Con il tempo, queste stelle gemelle hanno preso a somigliarsi sempre di più, la resistenza partigiana somiglia molto alla fatica di resistere ai tempi del Lavoro Precario, questo demone.
Ma la distanza dal primo maggio al giorno della liberazione è di un anno, quando tutto va bene, quando con le armi della volontà, del sacrificio, della fortuna, si torna a vivere di nuovo.
Un anno di praticantato: “ti sto insegnando un mestiere, vuoi anche essere pagato!?”
Un anno di tavoli delle trattative, con le gambe sghembe: “per fare un tavolo ci vuole un fiore… e questo è il fiore del partigiano…“
Un anno che ho imparato l’inglese, un anno che sono lontano da casa, da quando la fabbrica ha chiuso: ma la sera il linguaggio consueto dell’amore, al telefono con mia moglie e mia figlia, è quello che mi fa resistere.
Un anno che è nato mio figlio e sono stata licenziata: uno scarabocchio su un foglio bianco che mi liquidava, questa la prima immagine di mio figlio, e poi “oh bella ciao, oh bella ciao, oh bella ciao ciao ciao… ”
Un anno che hanno chiuso i cancelli: “una mattina mi son svegliato e ho trovato l’invasor… ”
Un anno di sciopero della multiservizi: l’immagine di un uomo al centro della piazza, la gente intorno, i vigili del fuoco, la paura di aver capito bene cosa stesse succedendo.
Un anno di vetrini e provette: sono un ricercatore e non ho visto un soldo neppure al microscopio.
Un anno che ha lasciato moglie e figli, per la distrazione di un secondo, dopo una vita di attenzione e premura, “e questo è il fiore del partigiano morto per la libertà”
Un anno che vorrei strapparmi la pelle dal corpo: il sole delle dune di Sabaudia non è lo stesso che mi brucia le giornate nei campi di pomodori, le urla dei caporali non hanno la voce del mare.
Un anno che interrogo i miei alunni, e interrogo me stesso sul mio futuro: ma mi trovo sempre impreparato.
Un anno di contributi mancati e avrei potuto andare in pensione: dovrò aspettare altri sette anni.
A chi è bastato un anno di resistenza, fino alla liberazione dalla schiavitù del non lavoro, del lavoro usurante, sfruttato, malpagato.
A chi non è bastato.
A tutti voi, che questo sia l’anno giusto: buona festa del lavoro, buona resistenza.
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