di Ivano Alteri – Con l’intervento di Piercamillo Davigo contro la corruzione politica, sembra essere tornati indietro di vent’anni; o di non essersi mai mossi da lì. Davigo ha dichiarato che i politici non hanno smesso di rubare, ma di vergognarsene. Vero. Ha poi dichiarato che il politico che delinque fa più danni di qualsiasi delinquente di strada. Vero anche questo. E con queste due verità ha già convinto molti italiani. Così, improvvisamente, è tornata in auge la figura del giudice, che per una parte dei cittadini assurge al rango di “giustiziere”, per l’altra precipita nell’ignominia di “giustizialista”. Entrambe, ci sia consentito dirlo, ci paiono posizioni un tantino urticanti e niente affatto convincenti; poiché la prima dimentica che la via giudiziaria al risanamento morale e politico del Paese non ha dato alcun frutto, se è vero quel che dice Davigo; la seconda, invece, dimentica che se i politici continuano a rubare, vuol dire che la politica non ha risolto questo insopportabile problema da sé, e che quindi è essa stessa la causa dell’asserito giustizialismo di Davigo.
È difficile non essere d’accordo con Davigo. Ma le sue dichiarazioni, e la sua strategia, porteranno al risultato sperato? Se dovessimo giudicare dalle sue stesse parole, dovremmo dire di no; anzi, dovremmo temere la sua iniziativa come la peste. Infatti, dopo l’esperienza di Mani Pulite, e ad oltre vent’anni da quei fatti, egli stesso afferma che non solo i politici continuano a rubare, anche più di prima, ma hanno anche smesso di vergognarsene. Non ci pare un risultato entusiasmante; né promettente, per la verità.
È difficile, quindi, non essere d’accordo con chi grida al giustizialismo. Ma il pulpito da cui giunge tale infamante accusa è degno della predica? Non dovrebbe prima smentire nel merito le affermazioni di Davigo? E se non può farlo, perché è l’evidenza a confermarle, non dovrebbe astenersi dal giudicare le azioni altrui e preoccuparsi un po’ di più delle proprie?
Non ci sono scorciatoie per combattere la corruzione
Per evitare ancora una volta di ritrovarci con un groviglio in testa, quindi, forse converrebbe smettere davvero di cercare scorciatoie, come ci pare facciano i sostenitori di Davigo; e smettere anche di infilare la testa sotto la sabbia, come fanno invece i suoi detrattori, più o meno interessati.
Molti pensano che, con un nuovo massiccio intervento della magistratura sull’andazzo politicante, si affronti finalmente quella “questione morale” di cui si discuteva quando la politica volava alta, ed era fatta da persone rispettabili. Ma è soltanto un’illusione, il pio desiderio di trovare scorciatoie che facciano risparmiare sudore e sangue, l’ingenuità imbarazzante di un popolo che non sa di essere popolo. Infatti, finché della corruzione politica dovrà occuparsene, in via esclusiva, la Magistratura, avremo a che fare con una questione miseramente “moralistica”, che al massimo ci farà scoppiare di rabbia, ma non certo trovare una soluzione al problema. Solo l’apporto della politica può trasformarla, invece, in una vera “questione morale”, con tutti i significati che la locuzione riassume in sé, e con la concreta possibilità che il problema si risolva.
Ma se il problema è proprio nella politica, quale politica potrà mai trasformare la questione moralistica in questione morale, e quindi affrontarla? I politici corrotti dovrebbero risolvere il problema dei politici corrotti? Sicuramente no. Allora, forse, bisognerebbe abbandonare l’idea che la Politica debbano farla, in via esclusiva, i politici. Se riuscissimo in questa impresa, molte apparenti contraddizioni si risolverebbero, e il necessario intervento della Politica potrebbe essere opera nostra, del Popolo.
Invece, il popolo sembra accontentarsi dell’indignazione moralistica, senza preoccuparsi davvero di risolvere il problema; sembra considerare la cosa pubblica non come cosa di tutti, ma di nessuno; sembra voler disertare ogni appuntamento in cui si adombri l’assunzione di una qualche responsabilità; sembra disposto a vendere ogni propria prerogativa per molto meno di un piatto di lenticchie; sembra completamente indisponibile ad adoperare il proprio tempo per gli interessi collettivi, del popolo medesimo. Ma, cosi facendo, il Popolo non ha alcuna speranza che qualcuno gli risolva alcun problema; è condannato a condurre una vita da minorato civile; è condannato alla sudditanza perenne; è destinato a vivere di stenti e umiliazioni.
Senza partecipazione poplare non si fanno miracoli
Ma senza una massiccia partecipazione dei cittadini alla vita politica, ogni sforzo, pur meritorio, sarà vano; poiché la democrazia della delega è al tramonto, e bisogna inserirne nella storia una nuova, con nuove ulteriori istituzioni, che garantiscano quella partecipazione dentro e fuori i partiti, se non vogliamo restare senza democrazia. Ogni astensione al voto e alla partecipazione equivale ad una diserzione dalle proprie responsabilità, troppo deleteria per troppi, per essere sopportata. È necessario, invece, tornare ad occupare gli organi di rappresentanza sociale e politica, i sindacati e i partiti, deputati dalla stessa Costituzione a dare voce alle aspettative dei cittadini e a rendere la loro azione politicamente efficace.
I nostri Padri non erano degli sciocchi; oggi ci è molto chiaro di quale fosse la loro caratura. Se hanno inteso edificare e istituzionalizzare tali organi, avranno avuto le loro buone ragioni; e vista la dignità del pulpito da cui parlavano, la Resistenza, ci sarà certamente da fidarsi. Si potrebbe dire che, alla luce della storia, le istituzioni da loro edificate non fossero sufficienti; ma certamente si sono mostrate necessarie. Ed allora è da lì che bisognerebbe ripartire: dal ripristino delle loro funzioni. Dopodiché, una volta tornati ad incidere sulle decisioni di quegli organi di congiunzione tra cittadini e istituzioni, al fianco di queste ultime potremmo edificarne di nuove, che impediscano agli organi di rappresentanza di degenerare pericolosamente, come sta avvenendo da qualche decennio a questa parte. Davigo, per questo, può fare molto poco, non potendosi sostituire alla politica e a tutti noi.
Siamo noi a doverci avviare. La strada è molto lunga. Ma non ne abbiamo un’altra.
Frosinone 27 aprile 2016
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