di Gennaro Lopez* – Quale idea di scuola si intende affermare con la legge 13 luglio 2015, n. 107 (“Riforma del sistema nazionale di istruzione e formazione e delega per il riordino delle disposizioni legislative vigenti”)? Un’idea di scuola se non opposta a quella della Costituzione, quanto meno con essa contrastante (e di molto).
E’ passato esattamente un secolo da quando il filosofo e pedagogista statunitense John Dewey dava alle stampe una delle sue opere più note, a giusto titolo considerata un caposaldo del pensiero pedagogico del ‘900: Democracy and education. Democrazia e educazione, appunto; a sottolineare, fin dal titolo, un principio teorico che stava alla base di quel libro ed era destinato a diventare senso comune: l’esistenza di un nesso strettissimo tra ciò che si insegna e si impara a scuola, tra come lo si insegna e lo si impara e la vita (la sostanza) di una democrazia. Questo principio era ben presente a coloro che elaborarono la Costituzione della nostra Repubblica e che concepirono il nostro sistema scolastico come un vero e proprio pilastro della democrazia repubblicana (mi limiterò a citare il comunista Concetto Marchesi, il democristiano Aldo Moro, l’azionista Piero Calamandrei). Forse mi si considererà eccessivamente drastico nel giudizio, ma io penso che la legge 13 luglio 2015, n. 107 (“Riforma del sistema nazionale di istruzione e formazione e delega per il riordino delle disposizioni legislative vigenti”, furbescamente battezzata e propagandata dai suoi autori come “La buona scuola”) avrà come effetto (se attuata fino in fondo, comprese cioè le tante norme che il Parlamento ha delegato al Governo e che sono ancora in corso di elaborazione) una vera e propria “rottamazione” della scuola democratica prefigurata dalla Costituzione.
Astuzie del potere
Lasciamo pure da parte il non nobile baratto su cui si è voluta impostare la legge: facciamo entrare nei ruoli alcune migliaia di docenti precari (misura peraltro imposta al Governo dalla magistratura europea), ma con lo stesso provvedimento interveniamo sull’organizzazione complessiva del sistema scolastico. Astuzie del potere … Limitiamoci a qualche esempio. Spalancare le porte della scuola pubblica a finanziamenti privati (come fa la legge in questione) significa mettere in discussione l’unitarietà del sistema, perché si avranno inevitabilmente scuole ricche per ricchi e scuole povere per poveri, né serviranno a correggere significativamente le disuguaglianze le residuali quote di compensazione e riequilibrio che verranno gestite dal centro. Come non vedere, in questo, un riaffacciarsi di quella “scuola di classe” che pensavamo ormai retaggio di un non esaltante passato? Si vuole dunque mandare in soffitta quella scuola inclusiva, di tutte e di tutti, che ha svolto egregiamente la funzione di “ascensore sociale” nei decenni dell’Italia repubblicana? La scuola della Repubblica, al di là di limiti e difetti che certamente hanno caratterizzato il suo funzionamento, ha comunque tradotto in pratica effettiva il diritto universale di accesso ai saperi e all’istruzione, veri e propri beni comuni nella cosiddetta “società della conoscenza”. Il vulnus è esattamente a questo diritto. Altro esempio. La libertà di insegnamento (altro caposaldo del dettato costituzionale) è stata garantita, fino a ieri, non – come spesso un po’ tendenziosamente si tende a far credere – dalla facoltà concessa all’insegnante di insegnare quel che gli pare e come gli pare, ma dalla possibilità data al docente di partecipare liberamente e paritariamente (vale a dire: contribuendo con le proprie idee professionali e pedagogiche) alla realizzazione di un progetto formativo discusso e condiviso nell’ambito di un’istituzione, che trova la sua ragion d’essere nella capacità di affermarsi come “comunità educante” e – proprio perché tale – palestra di cittadinanza e di democrazia per i cittadini di domani.
Addio alla collegialità
Ora, con un bonus attribuito per “merito” a singoli docenti, sulla base della valutazione affidata ad una commissione interna (peraltro di ambigua composizione), col buono-spesa di 500 euro assegnato a tutti i docenti di ruolo (e solo ai docenti di ruolo!) per spese connesse alle esigenze di aggiornamento, la logica della collegialità viene ribaltata a favore di un’impostazione che esalta l’impegno individualistico (con qualche venatura consumistica) e competitivo: il collega non è più colui col quale collaborare per affrontare un’impresa comune, ma colui col quale devo “gareggiare” nella speranza di vedermi attribuire il bonus. Quali dinamiche potranno svilupparsi nelle scuole grazie a questo meccanismo è facile immaginare … Ancora un esempio. Eravamo abituati, in passato, a parlare di “presidi” e “direttori didattici”. Una legge – alquanto improvvida, a mio avviso – di qualche anno addietro trasformò gli uni e gli altri in “dirigenti scolastici”, con ciò offuscando l’indubbia specificità della scuola, che veniva in tal modo assimilata all’insieme della pubblica amministrazione, con una deriva di impronta burocratica della stessa autonomia scolastica. Ora, stando alle norme della cosiddetta “buona scuola”, il dirigente diventa, di fatto, il “capo”, l’”uomo solo al comando” (non casuali le assonanze con l’iter parallelo delle modifiche alla Costituzione …), con poteri debordanti, che arrivano fino alla possibilità di chiamata diretta dei docenti. In proposito, i documenti governativi sono prodighi di riferimenti alla capacità di leadership e alle attitudini manageriali che dovrebbero caratterizzare il “bravo dirigente”. Emerge, dunque, come si vede, un’idea di scuola-azienda, che è figlia della cultura d’impresa più che di quella pedagogica. Il “pensiero unico” neoliberista continua, evidentemente, a produrre danni: il suo affermarsi, nella seconda metà del ‘900, comportò il contestuale eclissarsi della filosofia e della pedagogia (le “dimissioni di Socrate”, come è stato detto da voce autorevole); grave è, però, che nel Paese che visse la nascita e la fioritura dell’Umanesimo ci si accodi a tendenze culturali che altrove sono quasi al tramonto e lo si faccia colpendo al cuore l’istituzione più delicata, per la missione che le è propria: la formazione del cittadino e della sua coscienza critica, dunque la cura delle radici stesse della democrazia.
8 aprile 2016 da malacoda.eu
*Gennaro Lopez già Senatore nell’XI legislatura (1992-1994) durante la quale si è occupato in particolare di riforma del sistema scolastico e di quello universitario, è presidente del Comitato tecnico-scientifico dell’Associazione professionale “Proteo Fare Sapere”. Laureato in Lettere classiche nel 1967, è stato docente di Lingua e Letteratura latina presso l’Università di Bari, La Sapienza Università di Roma e l’Università degli Studi di Roma Tre, dal 1967 al 2006. Della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Roma Tre è stato anche Preside vicario e Presidente del Corso di Laurea in Lettere. È componente del Consiglio di amministrazione della Fondazione “Mondo digitale”.
A più riprese e a diverso titolo si è occupato di problemi relativi al sistema pubblico di istruzione e, in particolare, all’educazione e alla formazione permanente. Negli anni 1985-1991, in qualità di Presidente dell’Istituto di ricerche della Provincia di Roma “Placido Martini” ha promosso studi e indagini sul sistema scolastico e sui bisogni formativi del territorio romano e laziale. E’ fra i fondatori dell’Associazione Futura Umanità per la Memoria e la Storia del Pci.
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