di Achille Migliorelli – Mi sono chiesto, nel corso degli anni, in “cosa” consista la sinistra e se, ancora oggi, abbia ragione di esistere e sia un bene richiamarsi ad essa. Per me la sinistra non è stata, certamente, un fatto ideologico. Nella mia attività politica, ormai più che cinquantennale, non si rinviene neppure un momento di contrapposizione ideologica. Non ho, peraltro, mai letto uno dei libri in cui si analizza e si spiega l’essenza del marxismo-leninismo. Non ho, inoltre, mai apprezzato i regimi ispirati al cosiddetto “socialismo reale”. Ho, invece, guardato con favore ai sistemi politico-economici instaurati nei paesi occidentali dai partiti socialisti e democratici. Non a caso, insieme allo sviluppo delle mie capacità intellettive ed al manifestarsi della volontà di stare al fianco dei ceti più deboli, ho sentito nascere e crescere il bisogno di dedicare ogni energia alla difesa ed all’affermazione dei diritti sociali e dei valori di libertà, giustizia e uguaglianza. In questi diritti e valori, perciò, ho identificato la sinistra democratica e progressista.
Uno degli episodi, in cui ho avvertito i primi segnali di questo modo di concepire i rapporti umani, risale a quando, appena undicenne, nel 1949, portato a mano dal mio patrigno – poi eletto Sindaco di San Giorgio a Liri – e da un amico di famiglia – poi divenuto Sindaco di Viticuso –, ho sentito l’impulso a solidarizzare con i cittadini sangiorgesi, che protestavano contro le ingiustizie subite nella ripartizione dei danni di guerra. Nel 1956 ho pianto di fronte all’aggressione portata dall’Unione Sovietica al popolo ungherese. Allo stesso modo, anni dopo, nel 1973, ho provato profondo dolore nel vedere la caduta del governo socialista in Cile e la morte del Presidente Allende ad opera di un colpo di Stato della destra nazionalista, culminato con l’attacco al “Palazzo de La Moneda” dell’esercito di Pinochet. Nel 1968 avevo, invece, salutato con favore il fiorire della “Primavera di Praga”. Con amarezza, perciò, ho dovuto constatare, successivamente, il ripristino di un regime antidemocratico per volere dell’Unione Sovietica, pronta a negare libertà ed autonomia al popolo ceco, in nome della divisione del mondo in due blocchi contrapposti. Cosa dire della partecipazione entusiasta alle manifestazioni ed ai cortei di milioni di persone, che si tenevano a Roma al grido “Vietnam libero” e “Giù le mani da Cuba”?
Intanto, andavano avanti gli studi e le letture. Dovendo studiare storia e letteratura italiana, invece di utilizzare i testi indicati dalle autorità scolastiche, mi “abbeveravo” alle letture ed agli approfondimenti contenuti nei libri di Armando Saitta per la storia e di Luigi Russo per la letteratura. Relativamente poco mi interessava il ruolo svolto dagli eserciti (le loro vittorie e le loro sconfitte nelle varie guerre). Non apprezzavo, oltre il giusto, le narrazioni dei “Promessi Sposi”. Tantissimo, invece, mi importavano le condizioni economiche e sociali dei popoli e delle persone, il loro progresso e sviluppo, le lotte per raggiungere condizioni di vita sempre più rispettose della umanità e delle aspirazioni della gente: aspetti che mi colpivano nella lettura di quei testi preferiti.
Quindi, mi sono iscritto al PCI nel 1960 ed il 25 aprile di quell’anno ho tenuto il primo comizio. Con straordinaria emozione ho celebrato l’anniversario della Liberazione dal fascismo, prendendo a prestito le parole pronunciate da Calamandrei in occasione dell’inaugurazione del monumento dedicato, nella cittadina di Boves, ai condannati a morte della Resistenza. Le lotte che hanno accompagnato la Resistenza al nazi-fascismo ed il varo della Costituzione hanno costituito, per me, la fonte privilegiata di quei valori-guida. Mi sono, infatti, convinto – sin dai primi contatti avuti con la Carta costituzionale – che, nella sua attuazione piena, si sarebbero potuti inverare i valori della sinistra.
Nel 1976 si è chiusa la prima fase di questo percorso. La sinistra politica era, in prevalenza, rappresentata dal PCI – il più grande partito comunista del mondo occidentale – e dal PSI, che, alleato – dal 1962 – della DC nei governi di centro-sinistra –, aveva esaurito ogni spinta riformista e chiesto, nelle elezioni politiche di quell’anno, la nascita di “equilibri politici più avanzati”. Il che avrebbe dovuto significare l’associazione del PCI al governo del Paese. Era, in fondo, la linea del “compromesso storico” di Berlinguer. Linea, però, che io non condividevo, apparendomi come espressione di una politica consociativa e comportando essa, sostanzialmente, la rinuncia a quella “unità della sinistra” da me sostenuta e ritenuta, la sola, in grado di assicurare l’alternativa di sinistra al governo dell’Italia.
Le scelte da me indicate avrebbero, però, comportato più democrazia nel Partito e la ricerca dell’unità tra PCI e PSI. Ciò non avvenne, anche perché – dopo una prima esperienza di governo favorita dalla “non sfiducia” del PCI – le diverse, configgenti e concorrenziali opzioni di Berlinguer e Craxi (nel frattempo diventato il dominus del Partito Socialista) portarono alla nascita del governo di pentapartito, quindi alla formazione involutiva del governo del CAF (Craxi, Forlani, Andreotti) e, da ultimo, alla fine della Prima Repubblica con la vicenda di “Tangentopoli”.
Nel frattempo, però, era caduto il “Muro di Berlino”, si era avuta la “Svolta della Bolognina” ed erano iniziati i balletti dei nomi del Partito (da PCI, a PDS, a Ds): sono cambiati i nomi, ma vi è stata la sostanziale continuità del gruppo dirigente. La cosa più stupefacente si dimostrò, però, un’altra: di fronte alla necessità di cambiamento della linea politica ed alle scelte compiute in tal senso, a gestire questa nuova fase furono i dirigenti che prima avevano sostenuto la linea opposta. E, con la Seconda Repubblica, invece di realizzare più unità della sinistra e più sinistra nelle scelte di governo, una deleteria occupazione del potere e la ricerca di vittorie elettorali ad ogni costo hanno trasformato il partito post-comunista in un partito di governo dal profilo essenzialmente moderato, per niente riformista e, dopo la “conquista” del PD da parte di Renzi, in un partito personalizzato, autoritario, che vive mediaticamente con promesse ed annunci, e, in nome di una sbandierata “rottamazione”, sta imbarcando i peggiori protagonisti della prima e della seconda Repubblica.
Ma la sinistra, quantomeno quella che ho cercato di disegnare in questo intervento, ancora serve al Paese. Per la sua affermazione conviene combattere. Vedremo prossimamente come e per fare cosa.
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