di Ivano Alteri – Viviamo un tempo in cui la sinistra è rimasta senza guida, da noi, in Italia e nel mondo. Ognuno di noi, perciò, deve sapere da sé cosa fare. È un compito arduo, ma anche affascinante ed entusiasmante. È importante che ognuno si senta impegnato in questo compito, anche quando pensa di non essere all’altezza; è vitale che non manchi alcun contributo, ne va delle cose future.
La nostra condizione è certamente paradossale, almeno in apparenza: vi sono ormai interi popoli che chiedono ciò che la sinistra ha insegnato per secoli, ma questa volontà collettiva non trova rappresentanza politica.
Vi sono milioni di italiani che vogliono una scuola pubblica e combattono per essa, ma trovano in Parlamento soltanto una sparuta rappresentanza. Eppure, anche coloro che vorrebbero privatizzarla non osano dichiararlo esplicitamente in pubblico, e sono costretti a mentire e fingere di voler migliorare quella pubblica; ad evidente riprova della egemonia culturale conquistata dall’idea stessa di scuola pubblica.
Milioni di italiani vogliono e combattono per una proprietà e una gestione pubblica dell’acqua, della sanità, dei trasporti e di tutti i servizi essenziali, ma solo gruppi e gruppuscoli di buona volontà ne raccolgono le istanze. Eppure, neanche coloro che desidererebbero ardentemente impossessarsene osano dichiarare esplicitamente l’obiettivo, ad ulteriore riprova che l’intero concetto di “pubblico” ha conquistato la propria egemonia culturale.
Milioni di italiani si sono battuti per la difesa dell’articolo 18, tanto da aver caratterizzato un’epoca, mentre la sinistra lasciava operare quella progressiva svalorizzazione del lavoro che consente oggi anche la sua più estrema smonetizzazione; e quell’articolo è stato oggi (quasi) cancellato proprio da quel partito sedicente erede della sinistra. Eppure, anche coloro che fremono con tutto il portafogli di sottomettere i lavoratori hanno dovuto ricorrere all’imbroglio linguistico delle “tutele crescenti”, poiché è ormai parte del senso comune rifiutare l’idea di un lavoro ridotto a merce; ad ulteriore e definitiva riprova di un’effettiva egemonia culturale persistente delle ragioni della sinistra nella società italiana.
Ma allora, perché accade tutto questo? La risposta probabile è che le classi dirigenti della sinistra abbiano via via perduto la fiducia nella realizzabilità di quanto elaborato e proposto culturalmente ed efficacemente nel tempo, sin dalle origini. L’impatto problematico con la storia, anziché fornire ulteriori elementi di riflessione ed elaborazione politica, ha fiaccato gli spiriti e distrutto le volontà, sottomettendo queste e quelli al pessimismo della ragione. E tutto questo non può che condurre rovinosamente alla rinuncia.
Ma le questioni che la sinistra ha posto originariamente al mondo, avevano carattere necessario. Il problema non è mai stato se porle o non porle (se non, forse, per chi ha partecipato alla sinistra come ad un gioco di società), ma soltanto “come” porle per renderle storicamente efficaci. Esse, perciò, continueranno a rumoreggiare nelle nostre menti come entità irrisolte ma altresì ineliminabili. Rinunciarvi, dunque, non è sbagliato, ma impossibile.
È quindi soltanto il “come” che ci tocca indagare, in questa dolorosissima diaspora; è il “come”, il nostro compito quotidiano. Ed è forse proprio questa la differenza che passa tra le classi dirigenti che hanno dato vita alla sinistra e quelle che l’hanno condotta al declino: le prime si chiedevano senza requie “come”; le seconde si chiedevano e continuano a chiedersi titubanti “se”.
Frosinone 20 agosto 2015
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