di Ivano Alteri – Come già stigmatizzato da questo giornale, per la penna del direttore Mazzoli, consideriamo completamente fuori luogo gli interventi trionfalistici di alcuni politici locali a proposito degli investimenti della Sanofi di Anagni legati all’accordo di programma.
La Sanofi investe complessivamente una sessantina di milioni di euro (tra investimento proprio e finanziamento dell’accordo di programma) e con ciò assumerebbe sessanta unità: oltre un milione di euro per ogni posto di lavoro. Considerando i nostri centoquindicimila disoccupati, per risolvere il loro problema con questo ritmo occorrerebbero centoquindici miliardi di euro (miliardi!). Pur considerando qualche ricaduta occupazionale nell’indotto, è evidente l’esiguità del risultato in termini sociali. Cosa ci sia da esultare è davvero un mistero.
Si dirà che l’investimento della Sanofi è ad alto tasso tecnologico e quindi ad impatto occupazionale per sua natura ridotto; non è in questo, perciò che andrebbe rintracciato il suo valore. E noi condividiamo perfettamente, non avendo la minima intenzione di sminuire quel che la Sanofi sta facendo sul nostro territorio; anzi.
Tuttavia, ciò non ci esime dal constatare l’evidente impossibilità di riuscire a mettere mano alla questione occupazionale del territorio con soluzioni di questo tipo. Vi sono, è vero, altri comparti industriali in cui l’impatto occupazionale degli investimenti è maggiore; ma sono quelli a minor tasso tecnologico, che ci metterebbero in concorrenza diretta non con l’industria d’avanguardia ma con quella più brutalmente schiavistica. Non possiamo pensare che sia questa la soluzione per i nostri concittadini.
A noi pare evidente perciò che l’attesa messianica di finanziamenti per l’industria, provenienti da chissà chi e da chissà dove, sia del tutto vana. Soprattutto, riteniamo che non potrà essere il settore industriale a risolvere i nostri problemi. La presunta vocazione industriale di questa nostra terra è del tutto presunta e mai confermata dai fatti, se è vero che la quasi totalità delle imprese industriali locali sono mono-cliente, cioè a dire che dipendono direttamente ed esclusivamente da questa o quella multinazionale presente sul territorio. Fatte le rare e lodevoli eccezioni, se chiudessero queste ultime (come già accaduto) di industria, da noi, resterebbe ben poco. Ostinarsi su questa via potrebbe risultare perciò fatale.
Ciò non vuol dire, ovviamente, abbandonare all’incuria ciò che abbiamo, bisogna al contrario far tutto per preservare quel che c’è; soprattutto considerando che la nostra esperienza industriale, per quanto esogena, mantiene pur sempre il suo buon valore. Ma proprio poggiando su di essa dovremmo iniziare ad indagare altre vie che tengano meglio e più conto del territorio e la sua gente; che lo rendano attraente non per i bassi salari e la facilità di inquinare, bensì per le sue bellezze, la sua cultura, la sua arte, le sue tradizioni, la sua cucina, la sua capacità d’accoglienza.
Iniziare ad immaginare la Ciociaria come un giardino anziché come una fogna, forse potrebbe aiutarci a svegliarci dall’incubo, molto più di un pizzicotto alle guance.
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