di Ivano Alteri – Qualche giorno fa, come riportato da questo giornale, i lavoratori del Comitato Promotore per la Vertenza Frusinate sono stati puntualmente e cordialmente ricevuti dal vescovo di Frosinone, Mons. Ambrogio Spreafico, nell’ambito del loro giro di contatti con le varie istituzioni locali. Da quest’incontro è scaturito un impegno da parte della Chiesa locale di organizzare un sistema solidaristico capillare con il coinvolgimento della Caritas, per far fronte all’emergenza dei moltissimi disoccupati ciociari e loro famiglie; di coinvolgere gli altri vescovi della provincia in questa opera di sostegno solidaristico; e di sensibilizzare tutti gli altri attori territoriali sull’urgenza della stessa Vertenza Frusinate.
Tale sollecitudine da parte del vescovo ci ha indotto a riflettere, da uomini di sinistra, sul nostro rapporto con la Chiesa, individuale e collettivo, e sulla necessità di una profonda revisione delle nostre opinioni, nonché delle auspicabili e conseguenti strategie politiche. Il primo pensiero, ovviamente, non può che andare alle parole e alle azioni che Papa Francesco I ha immesso nel dibattito politico e morale mondiale, anche suscitando le ire di quei potentati della finanza avvezzi alla sopraffazione dei popoli; in ultimo con la pubblicazione della sua potente enciclica “Laudato si’” (di cui questo giornale si è occupato con un importante intervento di Paolo Ciofi) e il suo viaggio in Sud America. Durante quest’ultimo, Francesco ha parlato di un sistema economico “che non regge più”, dominato dal denaro, della necessità di un “vero cambiamento”, di un “amore fraterno che si ribella contro l’ingiustizia sociale”.
Mentre prima ancora aveva detto: “questa economia uccide”, “quando al centro del sistema non c’è più l’uomo ma il denaro, quando il denaro diventa un idolo, gli uomini e le donne sono ridotti a semplici strumenti”, “cerchiamo di costruire una società e un’economia dove l’uomo e il suo bene, e non il denaro, siano al centro”, “non possiamo più aspettare a risolvere le cause strutturali della povertà”, “i mercati e la speculazione finanziaria non possono godere di un’autonomia assoluta”, “senza una soluzione ai problemi dei poveri non risolveremo i problemi del mondo”, “la proprietà privata non è un diritto assoluto ma è subordinata al bene comune”, “bisogna lottare per il lavoro e la dignità”, “il denaro è lo sterco del diavolo”. A queste, vanno aggiunte tante altre dichiarazioni dello stesso tenore, che suonano come una sinfonia nelle orecchie di ogni persona intimamente di sinistra. In base a tale descrizione, tuttavia, potrebbe sembrare che solo Papa Francesco sia l’artefice di quest’azione di contrasto ai sopraffattori del mondo, a quelli che già papa Ratzinger definiva “briganti”, e che il resto della Chiesa ne sia invece estranea. Ma a noi pare che le cose non stiano esattamente così. Ci sono, è vero, nel clero e tra i credenti, coloro che si scandalizzano per le parole di questo papa presunto “comunista”; ma sono loro ad aver smarrito la retta via, più o meno consapevolmente, in nome di ideologie niente affatto cristiane ed anzi scandalose agli occhi di Dio. Basterebbe ricordar loro le encicliche cosiddette “sociali” che la Chiesa ha ininterrottamente elaborato dal 1891 ad oggi (Rerum Novarum, Quadragesimo anno, Mater et magistra, Pacem in terris, Populorum progressio, Octogesima adveniens, Laborem exercens, Sollicitudo rei socialis, Centesimus annus, Caritas in veritate) per fornirgliene luminosa prova; senza dimenticare la predicazione di Gesù narrata nei vangeli e le molteplici prese di posizione dei Padri della Chiesa, e di altri cristiani, a favore dei poveri e sfruttati nel corso dei secoli.
Certo, non dimentichiamo neanche il millenario connubio della stessa Chiesa col potere di ogni tempo, a partire dal Concilio di Nicea voluto da Costantino; le sue complicità, o almeno i suoi silenzi, di fronte alle feroci e ininterrotte sopraffazioni “dei pochi” sull’intera umanità; ma speriamo vivamente che i detrattori di papa Francesco non per questo soffrano di nostalgia. Noi riteniamo, perciò, che se si è resa oggi possibile l’elezione di un papa come Francesco I (dopo le non consuete dimissioni di Papa Ratzinger) ciò sia dovuto al fatto che all’interno della Chiesa Cattolica fossero già presenti le sensibilità necessarie allo scopo, confermandoci nella nostra opinione di una Chiesa una e plurima in tutto il corso dei secoli. Si potrebbe dire, dunque, non senza fondamento ma con una certa spocchia, che la Chiesa sia passata finalmente dalle parole ai fatti. Ma, ci chiediamo noi: tutto ciò, oltre che ad offrirci la stura per le nostre piccole vendette contro i bigotti e gli ipocriti, non dovrebbe, anche e soprattutto, sollecitare una analoga conversione a sinistra? Abbiamo noi riflettuto a sufficienza sulla divergenza tra le nostre parole e i nostri fatti?
A noi non pare. A fronte della condizione di estremo disagio in cui i lavoratori disoccupati e disperati della Vertenza Frusinate, e tanti altri in Italia, si trovano ormai da anni, ci si sarebbe aspettati, infatti, un impeto solidaristico della sinistra, sull’intera provincia e sull’intero territorio nazionale. La sinistra, le sue organizzazioni, sono nate esattamente su questo: la Solidarietà. Questo erano in origine le “società di mutuo soccorso”: organizzazioni solidaristiche, nate per consentire ai lavoratori sfruttati di sostenersi vicendevolmente nei momenti di difficoltà e difendersi uniti dalla ferocia degli affamatori; questo sono stati i sindacati italiani; questo sono stati i partiti della sinistra per lunghi decenni della storia d’Italia. Ma di questo solidarismo, per quei lavoratori, non vi è stata traccia alcuna fino ad ora; solo rivendicazioni alle istituzioni per ulteriori ed aridi sussidi statali (pur necessari). Ed è proprio questo il punto. Dice Edgar Morin, filosofo e sociologo francese contemporaneo, che quando la sinistra ebbe l’opportunità storica di strutturare statualmente una rete di protezione per le fasce più deboli della popolazione, il welfare state, non seppe evitare il fenomeno della “burocratizzazione” della solidarietà. In altre parole, da allora in poi le singole persone, pur originariamente solidali, anziché continuare a chiedersi: “cosa posso fare io per il mio prossimo?”, iniziarono a domandarsi: “cosa fa lo stato per me e il mio prossimo?”, inaridendo progressivamente e inesorabilmente la radice solidaristica propria e della classe d’appartenenza.
Ecco allora che, ad esempio, quella carità cristiana tanto vituperata dalla sinistra, e che noi stessi abbiamo spesso definito pelosa e ipocrita, ci appare sotto una luce completamente nuova: non più come inganno, come finzione della falsa coscienza; ma come nobilissimo moto dell’animo umano, da coltivare con ogni cura e preservare nei secoli da ogni intemperie della storia. Quella che auspichiamo, quindi, è una riflessione di cui sentiamo la massima urgenza, poiché temiamo di vedere affogare tutte le nostre energie nell’ansia quotidiana di essere sopraffatti, definitivamente, rischiando così di arrivare davvero alla fine della storia. E, se vuole essere utile, essa non può che partire, coraggiosamente, dalla realtà concreta, senza che l’ottimismo ne ottunda la ragione e senza che il pessimismo ne irretisca la volontà. Senza di essa, senza la sua apertura culturale, senza il suo coraggio, ogni nostro sforzo potrebbe risultare disperatamente vano. Già Gramsci ci metteva in guardia dai “costruttori di soffitte”, cioè coloro che pensavano, e pensano, di fare rivoluzioni (le soffitte, appunto) senza partire da un’analisi concreta della realtà concreta (le fondamenta), quando invitava i suoi compagni di lotta, italiani e non, a considerare la presenza storica in Italia della Chiesa Cattolica. Egli, infatti, sapeva bene che, nell’influenza di questa sulla “cultura popolare”, non vi erano soltanto caratteri di “dominio” derivanti dalle frequentazioni col potere, bensì una evidente e radicata “egemonia” pregna di consenso.
Sentiamo il bisogno di aggiungere, inoltre, che in lui, a nostro parere, tale esigenza non si manifestava, e non si manifesta, in termini strumentali o opportunistici, bensì con onestà intellettuale, sincerità e apertura. Esattamente ciò che servirebbe a noi. Oggi, forse, possiamo iniziare a mettere in atto quella predicazione e il nostro stesso pensiero, per operare in direzione di quell’anelito di giustizia che spinge tutti gli uomini di buona volontà. Ma a condizione che riusciamo a chiederci onestamente, noi di sinistra: sarebbe oggi possibile una liberazione dell’uomo senza l’apporto della “lettera”, ed ora anche dello “spirito”, della predicazione cristiana? Chi riuscirebbe a fermare i “briganti” sopraffattori senza la parola del Dio cristiano che, primo fra tutte le divinità adorate dagli uomini, ha posto nel suo cuore innanzitutto “gli ultimi”?
Frosinone 1° agosto 2015.
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