di Fausto Pellecchia* – Le manifestazioni del tifo calcistico sono forse la più illuminante metafora del nostro carattere nazionale . La vicenda dei tifosi (napoletani, romanisti, milanisti ecc.) che hanno goduto della sconfitta della Juventus nella Champions League, mi hanno riportato alla mente le parole di Umberto Saba:
«Vi siete mai chiesti perché l’Italia non ha avuto, in tutta la sua storia – da Roma ad oggi – una sola vera rivoluzione? La risposta-chiave che apre molte porte è forse la storia d’Italia in poche righe. Gli italiani non sono parricidi; sono fratricidi. Romolo e Remo, Ferruccio e Maramaldo, Mussolini e i socialisti, Badoglio e Graziani… “Combatteremo – fece stampare quest’ultimo in un suo manifesto – fratelli contro fratelli”. (Favorito, non determinato, dalle circostanze, fu un grido del cuore, il grido di uno che – diventato chiaro a se stesso – finalmente si sfoghi). Gli italiani sono l’unico popolo (credo) che abbiano, alla base della loro storia (o della loro leggenda) un fratricidio». Si tratta di un odio fraterno, che invidia e gelosia proiettano in un quotidiano delirio: «Se le cose vanno male, è colpa di quell’altro che non sembra soffrirne come me». Anche le eventuali alleanze, le simpatie e gli ammiccamenti di complicità si producono quasi come la piega, negativa e complementare, di un originario risentimento. Esse sfociano, comunque, nel vicolo cieco della paranoia o nel labirinto delle passioni tristi che l’antipsichiatria di R.D.Laing sintetizzò efficacemente così: «Io odio te che odi me e vorrei distruggerti con l’aiuto di quegli altri, che però odiano entrambi». In questo senso, la misura del bene comune si staglia appena come l’ombra proveniente dalla rovina dell’avversario.
Ma nell’analisi di Saba, c’è un elemento ulteriore che definisce l’anomalia italiana rispetto agli altri popoli europei. L’odio fratricida consegue da una inibizione profonda, dall’ incapacità di uccidere il padre, liberandosi del passato. Alla nostra storia appartengono infatti i tumulti, sedizioni e guerre civili, ma non le rivoluzioni. Ed anzi tumulti e pubbliche rappresaglie si alternano innanzitutto per compiacere la benevolenza del Padre (che sia il Papa o l’Imperatore dei guelfi e ghibellini, o anche l’anonima sovranità dell’Unione europea o dei mercati finanziari). Il padre resta la figura di riferimento per il cui favore i fratelli competono. E se il Padre , accecato da parzialità di giudizio o da inconfessabili inclinazioni, mostra di preferire uno dei fratelli, l’odio degli altri si conferma nel proprio fraterno fondamento, e tenta di rovesciarne con tutti i mezzi le predilezioni.
In questo senso, il fanatismo del tifo calcistico, variante post-moderna dell’antica guerra dei campanili, è la cifra più evidente della perversione edipica della cultura politica italiana, ipocritamente ancorata al perpetuarsi della tradizione, alla Legge del Padre, del quale si cerca di nascondere l’impotenza. Un altro grande interprete del carattere nazionale, Alberto Savinio, diceva che per quanto sembrino animati da feroci odi e passioni, «gli italiani sono incombustibili come il tegamino di coccio refrattario». Per noi, in fondo, nonostante lo strepito e le urla, tutto è immutabile. «La verità è che se gli Italiani dovessero vivere secondo la loro vera natura, essi vivrebbero inerti, impassibili e in istato di perfetta vegetatività…». Conflitto permanente e immobilismo, rancori e lagnanze protestatarie profferite col tono di un’astuta captatio benevolentiae , invidia e moralismo di facciata: sono queste le note contraddittorie dell’anima italiana che affiorano anche nella passione del gioco del calcio, della quale, peraltro, Umberto Saba è stato epico cantore. Per questo, nella testimonianza partecipe del poeta, solo nell’istante magico del goal, gioia e disperazione, odio e amore si fondono in una ritrovata, infantile innocenza. E solo nella sospensione del gioco, che al goal consegue, quella contraddittoria composizione sembra finalmente scindersi e cristallizzarsi nei suoi elementi emozionali puri : «II portiere caduto alla difesa/ultima vana, contro terra cela/ la faccia, a non vedere l’amara luce./Il compagno in ginocchio che l’induce,/con parole e con la mano, a sollevarsi,/scopre pieni di lacrime i suoi occhi./La folla – unita ebbrezza- par trabocchi/nel campo: intorno al vincitore stanno,/al suo collo si gettano i fratelli./Pochi momenti come questi belli,/a quanti l’odio consuma e l’amore,/è dato, sotto il cielo, di vedere.»
*pubblicato su L’Inchiesta del 10 giu 2015
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