A cura dell’Arch. Anita Mancini e dell’Ing. Antonio Olmetti – Urbanistica partecipata contro la mafia del cemento: l’esperienzadel piano programma per il centro storico di Palermo nel libro “Il Progetto Khalesa”, dell’ architetto Giancarlo De Carlo.
«Quando ci hanno chiesto di organizzare un incontro-dibattito sull’architettura partecipata per il comitato elettorale di Manuela Maliziola, non ci saremmo mai aspettati che potesse dare luogo ad un momento così intenso di discussione sull’urbanistica della nostra città in un clima così vivace e stimolante.
L’occasione è la pubblicazione ad opera di Edizioni di Storia e studi Sociali, a dieci anni dalla scomparsa del grande architetto italiano, di una nuova edizione del libro scritto da De Carlo nel 1995: “Il progetto Kalhesa”.
Va dato atto all’architetto Daniele Presutti dell’Università di Roma La Sapienza, di aver saputo trasmettere a tutti, con competenza e passione, la sua profonda conoscenza ed ammirazione per un maestro dell’architettura italiano che è stato un punto di riferimento per l’urbanistica e l’architettura internazionale e considerato il “padre” della progettazione partecipata.
Giancarlo De Carlo è figura “scomoda” nel panorama dell’architettura non solo italiana ma internazionale, che rompe con i principi “astratti” dell’International style e di Le Corbusier – soprattutto dell’urbanistica assoggettata ai deleteri criteri dello “zoning” – e fautore di un nuovo tipo di architettura attenta alle condizioni sociali e ambientali locali, in cui l’uomo non sia ridotto ad una figura astratta o un insieme di misure standard, che si definisce attraverso la partecipazione degli utenti nelle fasi di progettazione.
Quando il RoyalInstitute of BritishArchitects gli conferisce la Royal Golden Medal nel 1993 la motivazione è “Non costruisce monumenti ma comunità”.
“Il progetto Kalhesa” rievoca l’esperienza di De Carlo in seno al “Comitato di consulenza dei quattro saggi” – insieme a GiuseppeSamonà, Umberto Di Cristina e Anna Maria Sciarra Borzì – incaricati di redigere il “Piano Programma” del centro storico di Palermo, dal 1978 – 1981. L’autore scrive con lo pseudonimo di IsmèGimdalcha parlando di una città di fantasia (Kalhesa è in realtà Palermo) e con un’ironia che conferisce al libro una cifra stilistica leggera e fruibile anche dai “non addetti ai lavori”.
A Palermo, quelli erano gli anni di Vito Ciancimino: il “piano programma” era semplicemente uno “studio” ed evitava al Comune di procedere alla redazione di un vero strumento urbanistico. Le regole vigenti nel centro storico restavano perciò quelle del piano regolatore del 1957, che fu funzionale al “sacco della città”, con la spinta all’edificazione massiva nelle periferie ed al progressivo svuotamento del centro storico.Dapprima fiducioso e, via via che il piano procedeva, sempre più disilluso,De Carlo ci fa capire che il “piano programma” si rivelò semplicemente un grande bluff che non interessava minimamente agli amministratori della città che volevano che le cose rimanessero esattamente come stavano, nella migliore tradizione dei “gattopardi”.
De Carlo racconta di un progetto urbanistico apparentemente grandioso, che ha coinvolto per quattro anni urbanisti, intellettuali, architetti, collaboratori, politici, funzionari e che non ha avuto alcuna conclusione. Non è la storia di Palermo, ma dell’Italia intera, in cui un potere prevaricatore (nel libro l “Organika”, la mafia) ha impedito qualsiasi politica di sviluppo dei territori.
Immediato, a questo punto, un parallelo con l’urbanistica di Ceccano.
Il piano regolatore di Ceccano viene approvato (in giunta Regionale) in data 7 aprile 1993. Il problema è che l’incarico per la redazione del prg era stato conferito alla fine degli anni Settanta. L’iter per l’approvazione ha richiestoben più del “progetto Kalhesa”: non quattro anni ma quasi quattordici. Quattordici anni in cui si è assistito ad un’edificazione “sostenuta” dallo “spettro” dell’imminente entrata in vigore di un vero strumento urbanistico.
Dal dopoguerra al 1993, di fatto, si è continuato ad operare, dunque, in assenza di una seria pianificazione urbanistica, e dal 1993 si è adottato un piano che riflettevaesigenze e numeri degli anni Settanta, e, per di più, impostato sullo zoning, cioè uno strumento di per sé anacronistico, e su una previsione di crescita degli abitanti che non verrà mai raggiunta. Il brutto è che quello strumento urbanistico ancora oggi, nel 2015 continua a dettare le regole per il cosiddetto governo del territorio.
La “recita” si ripete, sindaco Antonio Ciotoli, nel 2009. La Legge Regionale 38/99 impone ai Comuni l’adozione-aggiornamento degli strumenti urbanistici generali ed attuativi comunali (ora si chiamano PUGC e PUOC): in un incontro al Cinema Antares viene presentato il”Documento Preliminare di Indirizzo” che avrebbe dovuto contenere le linee guida del nuovo Piano Urbanistico Generale Comunale e dei Piani Urbanistici Operativi Comunali.In realtà non contiene molte delle indicazioni che i cittadini si aspettavano: niente sulla mobilità, sul Fiume Sacco, sul centro storico ecc. ma l’incontro tanto atteso c’è e questo basta.Da allora se ne sono perse le tracce. In compenso ancora prima della presentazione ufficiale (è bastato ventilare l’ipotesi di un imminente cambiamento delle regole)abbiamo assistito ad nuova corsa alla cementificazione ed al sorgere di nuovi insediamenti sempre più lontani dalla città, sia in termini urbanistici che di servizi. Il ritardo nell’adozione di un nuovo piano regolatore ha consentito, ancora una volta, di rifarsi alle indicazioni, del vecchio PRG,che ha consentito la realizzazione di una quantità enorme di metri cubi di cemento. La Regione emana la legge nel 99, nel 2009 viene presentato il Documento Preliminare di Indirizzo e poi? Poi niente: tutto rimane come prima. E’ evidente, come lo era Kalhesa – Palermo, che non si procederà mai al recupero del centro storico finché ci saranno condizioni per cui continuare ad edificare nelle zone periferiche della città sarà più conveniente.
A questa febbre cementificatoria viene dato un clamoroso “stop” durante il mandato del sindaco Manuela Maliziola, che insiste perché venga riaperto il dibattito sull’urbanistica e finalmente adottato un nuovo strumento urbanistico, sostenibile ed adeguato ai tempi. Sappiamo anche chenon è stato possibile, evidentementea causadi interessi che andavano in altre direzioni.
Le tante domande poste dalla platea riguardano la possibilità della reale partecipazione dei cittadinialla formazione del nuovo strumento urbanistico, il recupero del centro storico, non solo quale importante ereditàculturale ma come attivatore di processi di sviluppo economici virtuosi. Sui punti del programma politico, Manuela Maliziola, presente in sala, fornisce ampie delucidazioni, ma appare chiaro che il dibattito su urbanistica, architettura e partecipazione a Ceccano interessa e molto.
Ci riproponiamo di organizzare una nuova tavola rotonda in merito ad un importante processo di partecipazione che coinvolgerà non solo Ceccano ma un territorio ben più vasto e problematico: il Contratto di Fiume del bacino del Sacco, perché costruire una comunitàè l’unica risposta ai problemi economici, sociali ed ambientali della Valle del Sacco.»
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