di Matteo Gaddi – La notizia che è partito il percorso che porterà alla nascita di una “coalizione sociale” lanciata dalla Fiom è un fatto molto positivo, innanzitutto per il mondo del lavoro oggi come mai sotto attacco, sia da parte di Confindustria che da parte del governo Renzi. Anzi, a dirla tutta il governo Renzi sembra essersi Fatto diligente esecutore proprio delle richieste di Confindustria.
Per comprendere la fondatezza e la portata reale di questa affermazione è necessario riportare alcuni passaggi di un documento di Confindustria del maggio scorso, intitolato “proposte per il mercato del lavoro e la contrattazione”. in esso Confindustria è come se avesse dettato le scelte al governo.
I passaggi non lasciano spazio a equivoci: “introduzione di un contratto di lavoro a tutele progressive e crescenti nel tempo” che, tuttavia “non può comunque essere considerata come sostitutiva di tutte le altre tipologie contrattuali attualmente esistenti”: cioè mantenere tutte le forme possibili di contratti precari. ma non basta: visto che a quei tempi il “Decreto Poletti” era imminente, i padroni pensarono bene di confermare le loro preferenze per una totale liberalizzazione dei contratti a termine; desiderio prontamente soddisfatto con la cancellazione della “causale”.
L’elenco di ordini da parte del documento della Confindustria proseguiva con la “flessibilità delle mansioni” e “limitare la tutela della reintegrazione ai soli casi di licenziamento discriminatorio o nullo”. E’ impressionante evidenziare la quasi sovrapponibilità tra i testi di legge definiti dal governo Renzi e il documento di Confindustria, come se la legge sul Jobs Act e i decreti attuativi siano stati scritti a viale dell’Astronomia… per questo, come per un lungo elenco di decisioni già assunte o in calendario (privatizzazioni, attacchi al pubblico impiego, contro-riforma della scuola, politiche di austerità e liberiste).
Landini ha perfettamente ragione nel sottolineare il carattere di classe del governo Renzi e a ribadire che “per la prima volta dal dopoguerra ad oggi c’è un governo che fa le leggi che cancellano i diritti del lavoro senza nessun confronto non solo con le organizzazioni sociali ma nemmeno con le persone che i diritti ce li hanno”. Questo pone il sindacato generale di classe di fronte alla necessità, urgente, di assumere delle scelte. Come rispondere all’attacco frontale mosso da Confindustria e governo, come reggere nel breve periodo difendendo i diritti che ci vogliono strappare, come costruire prospettive di medio-lungo periodo e sulla base di quali progetti complessivi di società.
Il documento approvato dal direttivo nazionale della Cgil del 18 febbraio è molto positivo, con la previsione di iniziative su Jobas act, nuovo statuto dei lavoratori, ripresa della vertenza sulle pensioni, legge di iniziativa popolare sugli appalti ecc. ma, concretamente, ben poco si sta muovendo con il rischio che si rimanga solo sul terreno dei buoni propositi. Per questo l’iniziativa della coalizione sociale colma anche un vuoto confederale: la Cgil, pur ben consapevole delle difficoltà nelle quali si dibatte oggi il sindacato confederale, non sembra avere intenzione di dare vita ad una propria, consistente, riforma. Anzi, le prime notizie che si hanno della imminente conferenza di organizzazione, che avrebbe dovuto ridefinire la struttura e le modalità di funzionamento della Cgil per rendere più aderenti ai bisogni dei lavoratori e delle loro lotte, non sono certo incoraggianti: sembra che la Cgil voglia ulteriormente ripiegarsi su sé stessa anziché darsi una struttura corrispondente al ruolo di punto di riferimento che le ultime grandi manifestazioni le avevano consegnato.
Sarebbe impensabile per la Cgil continuare come se niente fosse, immaginando di poter “galleggiare” nei prossimi anni: anche in questo caso Landini ha reso l’idea con una frase netta sostenendo la necessità di “rinnovare il sindacato per evitare la cancellazione”.
La coalizione sociale, quindi, è uno dei modi per contribuire a far uscire il sindacato di classe nell’isolamento nel quale intendono mantenerlo la Confindustria e i suoi governi, costruendo alleanze sociali ampie con importanti pezzi di società quali associazioni, movimenti, collettivi che si muovono sul terreno dei diritti sociali e del lavoro. con uno sguardo ampio, che da concretezza al concetto di sindacato “generale” da contrapporre ad una visione corporativa o “di mercato” dello stesso.
Quindi mettere assieme tempi indeterminati e precari, giovani e pensionati, delegati sindacali e associazioni del territorio “serve a superare le divisioni, il frazionamento, le solitudini collettive e individuali e coalizzarsi insieme” per sostenere iniziative quali il contrasto al Jobs Act, contro la precarietà, per la difesa della costituzione. una coalizione, quindi, che mette assieme soggetti collettivi (come le associazioni) e i tanti individui altrimenti costretti ad una resistenza individuale.
Sono assai preoccupanti, quindi le reazioni di chi (segretaria nazionale) ha negato persino di essere a conoscenza dell’iniziativa (falso! all’assemblea Fiom di Cervia era presente, in presidenza, un autorevole esponente della segreteria confederale nazionale) o di chi (segreteria regionale lombarda) accusa la proposta di “coalizione sociale” di spostare su “un altro terreno la discussione e l’azione sindacale, ridimensionando il ruolo e l’azione contrattuale e mutando, oggettivamente, anche le iniziative di piazza delle prossime settimane. Desta veramente preoccupazione l’idea della Segreteria lombarda della Cgil che sembra contrapporre la dimensione delle alleanze sociali all’obiettivo di “rafforzare la rappresentanza generale e confederale del lavoro” ritenuta “innanzitutto terreno di iniziativa sindacale”. Come se terreno sindacale e sociale fossero due cose diverse.
fonte, www.sinistralavoro.it
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