di Valerio Ascenzi – La “Buona scuola” è l’ennesimo annuncio da parte di un Governo che continua a inviare slogan, che fa norme per le lobby, che non fa l’interesse dei cittadini e della società. La buona scuola è l’ennesima fumata nera di un Governo che non sa che pesci prendere in materia di diritto allo studio.
Il Consiglio dei Ministri che avrebbe dovuto dare una prima forma a quella che si continua a spacciare per riforma, non si farà entro febbraio. Rimandato a data da destinarsi. Si continua solo a fare annunci per quel che concerne la parte della scuola che riguarda i docenti, ma al solo scopo di far arrivare all’Ue il proposito di adeguare la professione docente a quella degli altri stati membri dell’Unione. Si continua a parlare di dignità dei docenti lavoratori, ma non si tiene in effetti conto che la scuola italiana non prevede livelli di avanzamento di carriera – con il solo livello docente e quello di dirigente. Ma c’è ben altro che Renzi non intende toccare: gli scatti di avanzamento e gli scatti retributivi bloccati dai governi Berlusconi, non sono stati rimossi. Non sono state abolite le riforme Gelmini e Moratti. Tutto questo perché non si vuole fare nulla del genere.
Si continua a fare annunci riguardano solo i docenti ma delle difficoltà reali della professione non se ne parla. Nonostante tutto però, dopo aver parlato per circa un anno di professione docente, i dilettanti allo sbaraglio mollano sulla riforma. Almeno per ora. Torneranno alla carica? Certo che si, altrimenti perché si sono fermati? Semplicemente perché non hanno capito un tubo finora e non sanno cosa dire.
Ci sono questioni irrisolte ben più gravi però che non sono mai state sviscerate. Parlare dello stipendio e delle carriere, parlarne dicendo che solo una piccola percentuale dei docenti vi accederà (senza dire però come, chissà forse a sorteggio) ha distolto l’attenzione di docenti e popolazione da qualcosa di ben più importante. Ad esempio la questione dei precari: molti ritengono che sia questo governo ad assumere i precari. Ma è il governo precedente e quello ancora prima, con Monti ad aver stabilito il contingente dei precari da inserire a tempo indeterminato nella scuola. Ma c’è altro: si sono accorti che i precari sono molti di più di quelli che avevano contato. I conti, e questo per colpa dei funzionari, non se li sanno proprio fare.
Parliamo degli insegnanti “quota 96” che sarebbero dovuti andare in pensione qualche anno fa, ma non sono potuti andare perché non è stato mai fatto un decreto di modifica della legge Fornero? In due parole: la Fornero stabilisce che si va in pensione il primo gennaio. Ma i docenti, ci vanno il primo settembre: non possono lasciare la cattedra a metà anno. Così, quando ai “quota 96” si apriva la finestra per il pensionamento, qualche anno fa, non sono andati in pensione e sono ancora in servizio. Dall’opposizione (il che è tutto dire) qualche parlamentare ha chiesto lumi al ministro Madia (come chiedere a Paperoga). Risposte evasive, con linguaggio burocratese, ma di concreto nulla.
Tornando al discorso sulla dignità dei lavoratori della scuola. Ma di quale dignità parla Renzi se non viene fatta una contrattazione collettiva nazionale dal 2006? I docenti hanno un contratto – ovvero le norme basilari del loro lavoro – che risale al 2006, attualmente in deroga. Sono cambiate le esigenze, è cambiata la società, ma il contratto è lo stesso. Sul piano economico, la mancanza di contrattazioni, la mancanza di una ridefinizione della retribuzione dei docenti, ha fatto perdere potere di acquisto agli stipendi di questi lavoratori. Si parla di circa 7 mila euro (lordi!) annui, per ogni docente. Non è affatto poco, considerata la crisi. Se non ci sono scatti retributivi e di anzianità, non si può parlare di restituire la dignità.
Si parla di meritocrazia. Ma come si fa a darla se non c’è chiarezza su come si accederà ai diversi livelli di carriera, una volta divenuti docenti?
Come si fa a parlare di dignità della professione docente, di dignità degli studenti se si continua a dichiarare che lo Stato non ce la fa a garantire, a tutti, il diritto allo studio? Ma come si possono fare dichiarazioni, implicite ed esplicite, del genere? Come si può andare, così, contro l’erogazione di un diritto Costituzionale?
Purtroppo tra gli addetti ai lavori c’è chi queste domande se le pone.
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