Sergio Cofferati 350 260

Sergio Cofferati 350 260di Ignazio Mazzoli – Sergio Cofferati lascia il Partito Democratico: “Non posso più restare, questo silenzio è vergognoso”. La notizia rimbalza di giornale in giornale, da Tg a Tg e tiene banco. Non sarà per poco. E’ destinata a durare la eco di questa scelta e forse porterà novità. Abituato da oltre quarant’anni alla disciplina di partito le numerose segnalazioni di irregolarità e non solo, rivelate da molte interviste di chi è stato pagato per andare a votare in un determinato modo, per forza, deve aver fatto saltare qualcosa in lui. “In un partito così non posso più stare” – attacca – direttamente il segretario del PD: “Renzi – dice – non ha avuto neanche il garbo di aspettare la fine dei lavori della commissione”. Quella commissione che secondo Debora Serracchiani avrebbe verificato tutto. Mah? Dichiarazioni che hanno il sapore di cinismo cialtrone.

{tab=A chi parla?}

Perché terrà banco questa scelta di Cofferati? Perché è un segnale che si rivolge immediatamente a quell’area di astensionismo (62% in Emilia Romagna) che si forma e si è formata nel disagio anche di tanti che hanno dato fiducia al Pd e sono stati traditi dalle sue politiche di destra al servizio del potere economico e di riduzione progressiva via via sempre più grave degli spazi di democrazia reale dentro un organismo che dovrebbe decidere con i pareri di chi lo sceglie come guida.
Scelte politiche, quali interessi difendere, come vivere la propria democrazia interna non sono cose da poco per una formazione politica. Ecco perché quello che è accaduto a Genova lascerà un segno.
Da queste colonne già più volte e più firme hanno detto come le primarie si erano deteriorate dall’ispirazione originaria. Oggi sono una giungla dove per eleggere anche il segretario del partito è aperto l’accesso a tutti compresi coloro che con le idee di quella formazione non hanno nulla in comune. L’inquinamento prezzolato per votare determinate candidature impedisce la scelta più coerente con le impostazioni politiche, ma semplicemente premia chi in quel momento ha più mezzi per sostenere la propria candidatura.
La primarie, inoltre, non possono sostituire il voto di preferenza. Con le prime, chi condivide le posizioni di un partito sceglie la donna o l’uomo che deve rappresentare quel partito. Le seconde sono indispensabili per dare voce a tutti gli elettori ed alle loro convinzioni. Ma è la dialettica fra questi due momenti che garantisce la piena democrazia. Negare le preferenze e promuovere questo tipo di primarie attribuendole valore universale di legittimazione è una turlupinatura voluta solo da chi può avere in mente un partito unico. Dentro lo stesso contenitore non c’è spazio per le esigenze dei più deboli. Lo stiamo vedendo. Come nelle politiche delle larghe intese non c’è spazio per chi soffre in questa società e non c’è spazio per i diritti del lavoro perché tutto viene finalizzato ad un economicismo finanziario senza tenere conto dei bisogni.

{tab=Due questioni}

Ci sono alcune questioni che meritano di essere poste sul tappeto e che non possono più aspettare.
Che cos’è la sinistra interna del PD, la cosiddetta minoranza (in Italia)?
Nella sinistra interna c’era anche Cofferati. Nella sinistra interna ci sono figure di ogni età che hanno mantenuto una propria coerenza, ma non solo purtroppo. La logica delle correnti spinge ad identificarsi con le aree disponibili per avere spazio anche elettorale e questa condizione produce effetti devastanti. Oggi chi, nel PD, vuole essere riconosciuto quale erede di un tradizione di sinistra ed in particolare del Pci ha creato un grande imbarazzo a questa area. Non solo per aver divorato il patrimonio di credibilità ricevuto dalla sua precedente esperienza in quegli schieramenti, ma anche per averlo tradito gareggiando per accreditarsi come affidabili difronte ai potentati economici da cui trarre i mezzi necessari alle proprie sorti elettorali. In questa realtà abbiamo conosciuto i “monopoli” dei rifiuti e della loro gestione, le operazioni ecumeniche per nominare il presidente della provincia, la ricerca di voti di preferenza senza badare a chi si chiedevano. Da Sergio Cippitelli a Franco Fiorito, ma mai andandoseli a cercare stando fra la gente e operando per rispondere ai drammi della crisi economica, sociale e dell’occupazione. Per dirla con il Papa: “senza sentire l’odore delle pecore”, appunto perché Il pastore deve stare dentro al suo gregge. Ci piace questa espressione, ne cogliamo tutto il senso anche se non ci sentiamo gregge perché nessuno vogliamo che sia pecora.
Abbiamo già descritto da queste colonne come nel PD frusinate non ci sia una destra ed una sinistra ma solo due facce della stessa medaglia, Questo è assolutamente vero se si guarda al comportamento degli organi dirigenti ed ai loro massimi esponenti quali sono individuati nella mentalità comune e in certa stampa locale. C’è tuttavia anche in questo partito una componente, non di poco conto elettoralmente, fermamente convinta della sua collocazione a sostegno dei valori della solidarietà, dei diritti sociali e del lavoro, della lotta per il riscatto sociale. Lasciamo tutti questi obiettivi questo solo sulle generose spalle di Papa Francesco?

{tab=No politiche di destra con voti di sinistra}

Fino ad oggi questa area è stata solo utilizzata come riserva di voti. E’ ora che queste donne e uomini non siano più derubati delle loro posizioni. Il PD frusinate va verso un congresso straordinario (il secondom in meno di due anni) che non potrà rinnovare alcunché. Lo abbiamo già detto, i giochi sono fatti per due ragioni: 1) il meccanismo degli schieramenti interni costringerà ogni presunta novità a stare dentro i recinti dell’appartenenza alla propria corrente; 2) Non ci sono reali alternative a chi ha già gestito questo partito fino ad oggi. Infatti senza battaglie alla luce del sole e senza rifiuti netti di accordi a perdere non nascono gli outsider.
Nel PD (in quello ciociaro in particolar modo) succede quello che accade nel Paese, che è paese di nominati, Renzi si autoproclama grazie alle primarie, Berlusconi è padrone inossidabile, ma nessuno dei due è in parlamento e il primo neppure mai eletto dal voto popolare. Partiamo dell’esempio più clamoroso dei nominati per il Parlamento poi passiamo alle decine o centinaia di rappresentanti nelle regioni italiane approdati nei Consigli grazie ai cosiddetti “listini dei presidenti” quindi senza la valutazione personale di alcun voto popolare. Poi magari ora sono alla ricerca di una straccio di elettorato e alcuni si improvvisano di sinistra visto che la corsa a destra ha troppi concorrenti.
Caro PD non ci si rinnova con gli iscritti on line se questi non prendono posizione e non fanno le battaglie. Il risultato saranno sempre le due solite facce della stessa medaglia. Ecco perché sarebbe stato necessario un lungo commissariamento, qui in Ciociaria.

Da ultimo, per ora. Che cosa si aspetta chi lavora, chi studia chi, ha difficoltà a vivere la propria vecchiaia da un partito?
Sulle colonne di unoetre.it è aperto uno spazio di confronto: “Il Partito che vorrei”. Io dico subito che non c’è quello che vorrei. Tutte le formazioni attuali sono inquinate dall’individualismo più esasperato, rifiutano la collegialità e l’organizzazione condivisa. Come si fa a stare fra la gente a cui si vuole fornire un servizio senza collegialità, circolazione delle idee e senza una precisa organizzazione?
Bisogna lavorare per avere un partito che abbia queste caratteristiche. Chissà forse è più vicino di quanto si possa pensare.

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