di Fausto Pellecchia – Profitto nostro, che sei in terra, assegna a noi il nostro debito….Amen
In un breve e penetrante frammento del 1921, intitolato Capitalismo come religione (tr.it.Genova, Il melangolo, 2013) Walter Benjamin si sofferma sull’identità strutturale tra il sistema capitalistico e una “religione puramente cultuale”:
«Nel capitalismo va individuata una religione; il capitalismo, cioè, serve essenzialmente all’appagamento delle stesse preoccupazioni, tormenti, inquietudini a cui in passato davano risposta le cosiddette religioni.
[…] In primo luogo, il capitalismo è una religione puramente cultuale, la più estrema forse che mai si sia data. Tutto in esso ha significato soltanto in rapporto immediato con il culto; non conosce nessuna particolare dogmatica, nessuna teologia. L’utilitarismo acquisisce, da questo punto di vista, la sua coloritura religiosa. A questa concretizzazione del culto è connesso un secondo tratto: la durata permanente del culto. Il capitalismo è la celebrazione di un culto “senza tregua e senza pietà”. Non ci sono “giorni feriali”; non c’è giorno che non sia festivo, nel senso spaventoso del dispiegamento di ogni pompa sacrale, dello sforzo estremo del venerante. Questo culto è, in terzo luogo, colpevolizzante e indebitante (verschuldend). Il capitalismo è il primo caso di un culto che non consente espiazione, bensì produce colpa e debito. Ed è qui che questo sistema religioso precipita in un movimento immane. Una terribile coscienza della colpa (Schuldbewusstsein) che non sa purificarsi, ricorre al culto non per espiare in esso la colpa, bensì per renderla universale, per conficcarla nella coscienza, e infine e soprattutto, per coinvolgere in questa colpa il dio stesso e alla fine rendere lui stesso interessato all’espiazione. […] È nell’essenza di questo movimento religioso – che è il capitalismo – resistere fino alla fine, fino alla finale e completa colpevolizzazione di Dio, al suo indebitamento, fino al raggiungimento dello stato di disperazione del mondo, in cui si arriva persino a sperare.»
Nel testo, Benjamin fa segno alle fonti del suo pensiero: tanto Max Weber in Etica protestante e lo spirito del capitalismo, quanto Friedrich Nietzsche nella Genealogia della morale e Sigmund Freud nel Disagio della civiltà, si erano esplicitamente esercitati nel reperire profonde analogie tra il concetto teologico-morale di colpa e il rapporto tra debito e credito., che peraltro la lingua tedesca unisce nel significato originario del termine Schuld.
Ma una fonte non meno importante – e tuttavia meno notata dagli interpreti- che traspare nella pagina di Benjamin è il Marx del Capitale che, nel libro I, sez.VI, capitolo XXIV, dedicato all’accumulazione originaria, scrive:
«Quest’accumulazione originaria ha nell’economia politica una parte pressoché identica a quella del peccato originale nella teologia. Adamo dette un morso alla mela, e allora il peccato si estese al genere umano. […] Tuttavia la leggenda del peccato originale teologico ci narra come l’uomo sia stato condannato a guadagnare il pane col sudore della fronte; la storia del peccato originale economico ci mostra invece come mai esistano delle persone che non hanno assolutamente una tale necessità»
Marx traccia qui un parallelo tra la dannazione eterna, conseguente al peccato originale, che costringe a procurarsi il pane col sudore della fronte, con la leggenda economica di un peccato originario secondo la quale una parte attiva e parsimoniosa della popolazione avrebbe accumulato il capitale, mentre l’altra, composta da “fannulloni” dissipatori avrebbe dilapidato quel poco che aveva, restando così in possesso unicamente della forza-lavoro delle proprie braccia e della proprio cervello. Questa situazione di ineguaglianza dipende dunque da una “colpa originaria” che di per sé stessa è anche un “debito”. Secondo Marx, la divisione tra lavoro salariato e capitale, ha poi determinato il fatto che i mezzadri abbiano potuto usufruire dei terreni demaniali o dei feudatari, utilizzando la forza lavoro dei braccianti. L’accumulazione è il frutto del reinvestimento di gran parte dei profitti nelle manifatture, che il colonialismo provvide a incrementare. Questo processo viene raccontato in termini teologici:
«Esso divenne il “dio straniero” che fu posto sull’altare vicino ai vecchi idoli d’Europa e che un certo giorno, dando un colpo improvviso, li fece precipitare tutti assieme e proclamò che il plusvalore è il fine supremo ed esclusivo dell’umanità.»
Il capitalismo si è dunque liberato d’un sol colpo dei vecchi idoli – le forme di produzione precedenti, sopravvissute in misura residuale – proclamando la produzione di plus-valore come scopo ultimo ed unico dell’umanità.
Il metodo di Benjamin, che consiste nell’usare il linguaggio teologico per parlare di politica, e il linguaggio politico per parlare di teologia, trova in queste osservazioni marxiane una sua lontana radice. E se Benjamin all’epoca della stesura del frammento non conosceva direttamente il Capitale, conosceva certamente il Manifesto del 1848, nel quale le iperboli di stile biblico sono molto presenti.
Ma il punto decisivo e straordinariamente attuale, per valutare queste ascendenze marxiane di Benjamin, sta proprio nella correlazione tra l’indebitamento economico e la produzione del senso di colpa come elementi strutturali del capitalismo. Più specificamente Marx delinea un parallelo tra l’indebitamento nel bilancio dello Stato e il “peccato originale” in senso religioso:
«Il sistema del credito pubblico, ossia i debiti dello Stato, le cui origini possono essere rintracciate a Genova e Venezia, si estese nel periodo della manifattura per tutta l’Europa. […] Il debito pubblico, vale a dire l’alienazione dello Stato –dispotico, costituzionale o repubblicano – imprime il suo marchio all’era capitalistica. L’unica parte della ricchezza nazionale che entri realmente nel possesso collettivo dei popoli moderni è il loro debito pubblico. Donde, in modo assolutamente conseguente, la moderna dottrina che un popolo diventa tanto più ricco quanto più si indebita. Il credito pubblico diviene il “credo” del capitale. E con l’indebitamento dello Stato, il peccato contro lo spirito santo, che non può essere estinto, cede il posto alla mancanza di fede verso il debito pubblico. »
Anche in questo testo, sul piano terminologico, i concetti di colpa e di debito coincidono: Marx parla di Staatsschuld che certo significa “debito dello Stato”, ma che non può non richiamare il concetto di “colpa”. Del resto quando Marx parla di “credito pubblico” come “credo” del capitale, postula una “fede” che Benjamin, a ragione, svilupperà nel suo frammento in una religione puramente cultuale dal rito ininterrotto. La metafora di cui si serve Marx si estende agevolmente al processo di indebitamento e alla produzione del senso di colpa che caratterizza tutto il sistema capitalistico. Il debito inestinguibile si presenta come un circolo vizioso nel quale non solo lo Stato, ma tutte le imprese capitaliste e tutti i cittadini sono infine coinvolti in un debito continuamente rinnovato nei confronti delle banche , indipendentemente dalle loro spese e dal loro tenore di vita. Tutti sono in debito: un debito che cresce nella pur disperata e impossibile ricerca di un “pareggio di bilancio”; ma tutti sono altresì vittime di un debito-colpa nei confronti dello Stato, delle banche, e anche del dio-denaro sempre esposto sulla china della “svalutazione”. Infine è la stessa esistenza che si risolve da ultimo in un permanente essere-in-debito.
È ancora Marx che individua nel debito pubblico un volano dell’accumulazione capitalistica. Questo dispositivo non vale soltanto per l’accumulazione originaria, ma a maggior ragione nell’epoca del capitalismo finanziario: il debito pubblico si rivela infatti il mezzo più potente per sottrarre tutte le risorse al ceto medio e spostarle nell’attività degli agenti finanziari. La colpa – ciò che Marx chiama “il peccato originale”- è inestinguibile. Nietzsche parlerà della “grazia” che Dio concede solo agli eletti. Ma il debito è inestinguibile perché il sistema economico e sociale funziona solo attraverso il continuo indebitamento innanzitutto dello Sato e delle imprese, coinvolgendo poi anche tutti i cittadini. Questo circolo vizioso ha le caratteristiche di una religione: il sistema può esprimersi compiutamente solo nell’indebitamento del capitale che crea una società interamente ” a sua immagine e somiglianza”.
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