Il tiro alla fune 350 260

Il tiro alla fune 350 260di Fausto Pellecchia – La risposta polemica che il Sindaco di Cassino e la sua friabile maggioranza hanno rivolto alla dichiarazione di contrarietà di Don Potenza sul progetto di funivia appare davvero circonfusa da un’atmosfera lunare, in assenza di “forza di gravità” e di serietà di argomenti. Incuranti delle numerose obiezioni di merito – più volte riferite dalla stampa locale e ripetute da ultimo nell’aula del Consiglio Comunale da Vincenzo Durante, con un documento stilato dal Comitato NO CAB PRO PARK- il Sindaco e i suoi si sono uniti nel coro di un nostalgico amarcord sulla Cassino prebellica.

Aggirando, perciò, allegramente tutte le problematiche di carattere tecnico-ambientale e amministrativo elencate nel predetto documento, hanno scandito all’unisono quelle impalpabili ragioni della memoria, che la ragione non conosce o che, piuttosto, non vogliono sentire ragione: “Funivia c’è stata, funivia deve esserci”. Anche l’ex-sindaco, dott. Mario Alberico, non ha voluto privare l’attuale amministrazione del suo autorevole soccorso, ricordando l’assenso (probabilmente pronunciato in una sede conviviale e mai confermato in una comunicazione pubblica) che il precedente abate, Mons. D’Onorio, avrebbe espresso sull’ipotesi di una funivia di collegamento con Montecassino. Peccato che, dissipando l’intenzionale confusione tra ricordi e progetti , non abbia potuto far a meno di precisare che anche l’assenso di Mons. D’Onorio sulla funivia recava la clausola velenosa “solo patto che sia fatta dov’era e com’era”. E cioè, come nella Cassino prima della distruzione, con la stazione di partenza, ben lontana dalle sorgenti del Gari, e situata nei pressi della Stazione ferroviaria (quando era possibile pagare con un unico biglietto il costo della corsa in treno e quello del trasporto in funivia), e quando la strada per l’Abbazia era poco più di una mulattiera, con un traffico automobilistico simile a quello dei carovanieri nel Sahara.
Al contrario, la piccata reazione del Sindaco Petrarcone all’hastag di Don Potenza, che ironizza sulle velleità restauratrici (e sulle pretese ricadute benefiche per il turismo cittadino) affidate al nuovo progetto di funivia (con la stazione di partenza ubicata nella Villa Comunale), si avventura in sottili distinguo teologico-politici : “Devo ritenere che il pensiero che egli (Don Potenza) ha espresso, sia quello intimamente maturato dall’uomo e non dal religioso” .

Quindi, per annullare il punto, prosegue con la seguente chiamata in fuorigioco: “Quando afferma #helivesonthemoon (egli vive sulla luna) Don Antonio Potenza di fatto si spoglia dei panni di monaco benedettino per schierarsi apertamente con una fazione politica. Ancora una volta (…) egli torna ad intromettersi in questioni che competono alla politica. Non è certo mia intenzione mettere il bavaglio a Don Potenza, anzi…”
E se, invece, Don Potenza parlasse proprio da monaco benedettino, direttamente coinvolto nella gestione dei flussi turistici per Montecassino, o più semplicemente da “cittadino residente” nell’Abbazia? Non si tratta forse dell’avvertimento, dettato da semplice buon senso, di chi teme la minaccia di ‘profanazione’ dell’austera sacralità del Monte contenuta in un progetto turisticamente inutile, se non controproducente, che compromette altresì l’integrità dell’ambiente e del paesaggio? E da quando ai monaci benedettini o ai religiosi in genere non sarebbe lecito esprimere un parere su un progetto che li tocca così da vicino, senza essere tacciati di indebita intrusione negli affari della politica?
A proposito di amarcord, l’Amministrazione cassinate dovrebbe forse rammentare che il non expedit con il quale Pio IX nel 1868 dichiarò inaccettabile la partecipazione dei cattolici alla vita politica è stato abrogato quasi un secolo fa, nel 1919, da Papa Benedetto XV. Il che naturalmente non implica alcuna “infallibilità” dei cattolici e degli uomini di Chiesa in questioni che riguardano la vita pubblica, ma semplicemente concede loro il diritto di esprimersi liberamente e di essere eventualmente confutati in un pubblico dibattito democratico, sulla base di precise ragioni di merito e non con subdole argomentazioni ad hominem.
È assai spiacevole perciò constatare che, anche da parte di coloro che condividono la sostanza delle preoccupazioni espresse da Don Potenza, ci si mostri tuttavia scandalizzati per la pretesa invadenza della Comunità abbaziale e che, con un laicismo di facciata e un po’ retrò, si finga di sollevare una questione di principio per non (saper) entrare negli effetti di merito di un progetto che, anche ad avviso di chi scrive, appare piuttosto compromesso con la “malapolitica”.
23 dicembre 2014

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