di Valerio Ascenzi – In questi ultimi tempi si sente parlare del lavoro come priorità. Politici a tutti i livelli, dai sindaci agli eletti nelle istituzioni più alte, parlano del lavoro. Pare sia l’unica urgenza di cui questa provincia abbia bisogno. Ma la verità che c’è bisogno di ben altro: i cittadini del frusinate hanno necessità del benessere, non di certo inteso come la possibilità di poter spendere soldi nei negozi di abbigliamento. Per benessere intendiamo la possibilità di vivere degnamente, in un territorio pulito, sano, con le necessarie assistenze di tipo sociale e sanitario. Inoltre ci sarebbe bisogno di un livello di istruzione degno di questo nome.
A ben vedere la questione occupazionale, pare che i politici locali si affannino alla ricerca di un metodo per poter dare lavoro, chissà, magari ricreando anche sistemi clientelari che in questa provincia sono duri a morire da più di un secolo… forse anche di più. Come abbiamo più volte affermato la crisi economica è arrivata prima: la Ciociaria ha risentito relativamente di quella globale, perché qui da circa dieci anni siamo in un pantano dal quale non si esce. A questa crisi si sono aggiunte altre necessità. Questa provincia è stata smantellata in quelli che sono i servizi, sia di tipo assistenziale sia di tipo sanitario.
La sanità frusinate
Non entriamo nel merito di quel che potrebbero fare i servizi sociali, qui, ma se pensiamo alla sanità possiamo tranquillamente metterci le mani in testa. Il nuovo piano aziendale promette un Dea di secondo livello a Frosinone. Ma cos’è questo Dea? Ve lo siete mai chiesto voi lettori? Dea è l’acronimo di Dipartimento d’emergenza e accettazione (detto anche Deu, ovvero dipartimento emergenza-urgenza), che nella nostra penisola sta ad indicare un dipartimento ospedaliero inteso come evoluzione ed aggiornamento di un pronto soccorso: comprende varie unità operative incentrate sulla cura del paziente in “area critica”. Quello di primo livello dovrebbe garantire, oltre alle prestazioni fornite dagli ospedali sede di pronto soccorso, anche le funzioni di osservazione e breve degenza, rianimazione (attraverso appositi spazi noti come “sala rossa”) e interventi diagnostico-terapeutici di medicina generale, chirurgia generale, ortopedia e traumatologia, cardiologia con Utic (Unità di Terapia Intensiva Cardiologica). Sarebbero garantite anche prestazioni di laboratorio di analisi chimico-cliniche e microbiologiche, di diagnostica per immagini, e trasfusionali. Quello di secondo livello, oltre alle prestazioni fornite dai Dea di primo, dovrebbero assicurare di più alta qualificazione legate alle emergenze, tra queste: neurochirurgia, cardiochirurgia, terapia intensiva neonatale, chirurgia toracica e chirurgia vascolare, reparto grandi ustionati, unità spinali, secondo quelle che sono le indicazioni stabilite dalle programmazioni regionali.
Stando a quanto si evince dai comitati di cittadini per la salvaguardia della sanità a livello provinciale, Frosinone non avendo un Dea di primo livello, non potrebbe assicurare le prestazioni di base per il Dea di secondo livello.
La Regione promette case della salute, che di fatto ancora non si sa cosa siano, mentre si paventa la chiusura di altri ospedali, anche in zone limitrofe alla provincia di Frosinone, come ad esempio quello di Colleferro. Il concetto di rinnovo della sanità fondato sui meri numeri inaugurato dalla Polverini, non viene smentito. Nessun dietrofront. Così è accaduto negli anni precedenti che un macchinario per qualsiasi tipo di diagnosi poteva essere spostato in un ospedale romano, poiché in alcuni quartieri della capitale può essere di aiuto anche a più di quattrocentomila persone (queste le cifre dei residenti di un quartiere romano). Ci chiediamo se in Regione, hanno compreso le difficoltà di chi dovrebbe scendere da Viticuso a Cassino per curarsi. Ci chiediamo se sanno che i circa cinquecentomila residenti del frusinate, sono dislocati su 91 comuni, molti dei quali difficilmente raggiungibili e da cui difficilmente si raggiungono i maggiori centri.
Ci si ostina a non voler realizzare questo maledetto registro tumori e a non voler prevedere uno screening periodico e gratuito sui tumori, per i cittadini dell’area ciociara avvelenata da chissà cosa. Forse quando arriveremo tutti ad avere un problema di salute grave, almeno uno per famiglia, ci arrabbieremo a tal punto da farci realmente sentire.
La questione culturale
Al di là di quelle che sono le belle e interessanti iniziative culturali della provincia, Frosinone e l’intera area circostante possono vantare un livello del servizio istruzione che lascia molto a desiderare. Non solo per quel che riguarda il livello della conoscenza (il livello culturale qui segue l’andamento nazionale), ma soprattutto per l’offerta formativa. La riorganizzazione degli istituti scolastici, lasciata in mano a chi di scuola ne sapeva e ne sa poco, ha prodotto dei veri e propri mostri. La non presenza di quello che poi diviene un servizio alle famiglie nella scuola primaria – ovvero il tempo pieno – risulta un’altra nota negativa, non solo per i vantaggi che nega alle famiglie ma per l’occupazione: pensate a quanti docenti non impiegati in questa provincia sono migrati altrove; pensate alle mense scolastiche che funzionerebbero a pieno regime, assumendo più personale. Ma come si fa tutto questo? Beh… dovremmo chiederlo agli eletti in questa provincia e a coloro i quali continuano ad organizzare iniziative pubbliche, inconcludenti, sulla “buona scuola”, probabilmente finalizzate solo a creare visibilità per qualcuno rapito dalle velleità di una carriera politica futura.
Lavorare a Frosinone
Lavorare oggi, in tutta la penisola è un’utopia. Qui, di creare nuovi posti di lavoro e di realizzare quelli che sono i percorsi per una economia alternativa, non sembra esserci la benché minima intenzione. Complice una realtà che non ha una cultura imprenditoriale vera, la Ciociaria si impoverisce sempre di più e non investe in quelle che sono le sue peculiarità. Possiamo parlare di turismo ed eventi, di prodotti tipici fino a domattina, ma se non cambia la mentalità – anche attraverso una programmazione, perché no, pure di tipo pedagogico – della popolazione, non avremo mai una vera e produttiva piccola imprenditoria.
Non si può pretendere che dall’oggi al domani questa provincia cambi la sua vocazione: per farla diventare un’area industrializzata, da area prettamente agricola che era, ci sono voluti relativamente pochi anni. Per farla tornare agricola ci vogliono anni di bonifiche, anche se alcune aree sono state preservate dall’inquinamento. Mentre queste aree possono iniziare a produrre qualcosa di nuovo, cosa si fa? Si dovrebbe quanto minimo riavviare il comparto industriale con aziende il più possibile ecocompatibili. Far ripartire l’industria significherebbe ridare lavoro a coloro i quali sono andati in mobilità, ma anche creare nuovi posti di lavoro. Utopia? Se continuiamo solo a parlarne sicuro. Ma una cosa è certa: i problemi di questa provincia non possono ridursi alla mera ricerca di un modo per far partire l’economia. Non vi sono problemi prioritari: tutti i problemi elencati rappresentano delle emergenze. È bene che la politica, smetta di parlarsi addosso, smetta di pensare ai congressi e a chi dare una poltrona, ed inizi a svolgere il suo vero compito: quello di risolvere i problemi. Se i politici di questa provincia non sono capaci e non hanno idee, la smettano di candidarsi nelle pubbliche istituzioni.
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In questi ultimi tempi si sente parlare del lavoro come priorità. Politici a tutti i livelli, dai sindaci agli eletti nelle istituzioni più alte, parlano del lavoro. Pare sia l’unica urgenza di cui questa provincia abbia bisogno. Ma la verità che c’è bisogno di ben altro: i cittadini del frusinate hanno necessità del benessere, non di certo inteso come la possibilità di poter spendere soldi nei negozi di abbigliamento. Per benessere intendiamo la possibilità di vivere degnamente, in un territorio pulito, sano, con le necessarie assistenze di tipo sociale e sanitario. Inoltre ci sarebbe bisogno di un livello di istruzione degno di questo nome.
A ben vedere la questione occupazionale, pare che i politici locali si affannino alla ricerca di un metodo per poter dare lavoro, chissà, magari ricreando anche sistemi clientelari che in questa provincia sono duri a morire da più di un secolo… forse anche di più. Come abbiamo più volte affermato la crisi economica è arrivata prima: la Ciociaria ha risentito relativamente di quella globale, perché qui da circa dieci anni siamo in un pantano dal quale non si esce. A questa crisi si sono aggiunte altre necessità. Questa provincia è stata smantellata in quelli che sono i servizi, sia di tipo assistenziale sia di tipo sanitario.
La sanità frusinate
Non entriamo nel merito di quel che potrebbero fare i servizi sociali, qui, ma se pensiamo alla sanità possiamo tranquillamente metterci le mani in testa. Il nuovo piano aziendale promette un Dea di secondo livello a Frosinone. Ma cos’è questo Dea? Ve lo siete mai chiesto voi lettori? Dea è l’acronimo di Dipartimento d’emergenza e accettazione (detto anche Deu, ovvero dipartimento emergenza-urgenza), che nella nostra penisola sta ad indicare un dipartimento ospedaliero inteso come evoluzione ed aggiornamento di un pronto soccorso: comprende varie unità operative incentrate sulla cura del paziente in “area critica”. Quello di primo livello dovrebbe garantire, oltre alle prestazioni fornite dagli ospedali sede di pronto soccorso, anche le funzioni di osservazione e breve degenza, rianimazione (attraverso appositi spazi noti come “sala rossa”) e interventi diagnostico-terapeutici di medicina generale, chirurgia generale, ortopedia e traumatologia, cardiologia con Utic (Unità di Terapia Intensiva Cardiologica). Sarebbero garantite anche prestazioni di laboratorio di analisi chimico-cliniche e microbiologiche, di diagnostica per immagini, e trasfusionali. Quello di secondo livello, oltre alle prestazioni fornite dai Dea di primo, dovrebbero assicurare di più alta qualificazione legate alle emergenze, tra queste: neurochirurgia, cardiochirurgia, terapia intensiva neonatale, chirurgia toracica e chirurgia vascolare, reparto grandi ustionati, unità spinali, secondo quelle che sono le indicazioni stabilite dalle programmazioni regionali.
Stando a quanto si evince dai comitati di cittadini per la salvaguardia della sanità a livello provinciale, Frosinone non avendo un Dea di primo livello, non potrebbe assicurare le prestazioni di base per il Dea di secondo livello.
La Regione promette case della salute, che di fatto ancora non si sa cosa siano, mentre si paventa la chiusura di altri ospedali, anche in zone limitrofe alla provincia di Frosinone, come ad esempio quello di Colleferro. Il concetto di rinnovo della sanità fondato sui meri numeri inaugurato dalla Polverini, non viene smentito. Nessun dietrofront. Così è accaduto negli anni precedenti che un macchinario per qualsiasi tipo di diagnosi poteva essere spostato in un ospedale romano, poiché in alcuni quartieri della capitale può essere di aiuto anche a più di quattrocentomila persone (queste le cifre dei residenti di un quartiere romano). Ci chiediamo se in Regione, hanno compreso le difficoltà di chi dovrebbe scendere da Viticuso a Cassino per curarsi. Ci chiediamo se sanno che i circa cinquecentomila residenti del frusinate, sono dislocati su 91 comuni, molti dei quali difficilmente raggiungibili e da cui difficilmente si raggiungono i maggiori centri.
Ci si ostina a non voler realizzare questo maledetto registro tumori e a non voler prevedere uno screening periodico e gratuito sui tumori, per i cittadini dell’area ciociara avvelenata da chissà cosa. Forse quando arriveremo tutti ad avere un problema di salute grave, almeno uno per famiglia, ci arrabbieremo a tal punto da farci realmente sentire.
La questione culturale
Al di là di quelle che sono le belle e interessanti iniziative culturali della provincia, Frosinone e l’intera area circostante possono vantare un livello del servizio istruzione che lascia molto a desiderare. Non solo per quel che riguarda il livello della conoscenza (il livello culturale qui segue l’andamento nazionale), ma soprattutto per l’offerta formativa. La riorganizzazione degli istituti scolastici, lasciata in mano a chi di scuola ne sapeva e ne sa poco, ha prodotto dei veri e propri mostri. La non presenza di quello che poi diviene un servizio alle famiglie nella scuola primaria – ovvero il tempo pieno – risulta un’altra nota negativa, non solo per i vantaggi che nega alle famiglie ma per l’occupazione: pensate a quanti docenti non impiegati in questa provincia sono migrati altrove; pensate alle mense scolastiche che funzionerebbero a pieno regime, assumendo più personale. Ma come si fa tutto questo? Beh… dovremmo chiederlo agli eletti in questa provincia e a coloro i quali continuano ad organizzare iniziative pubbliche, inconcludenti, sulla “buona scuola”, probabilmente finalizzate solo a creare visibilità per qualcuno rapito dalle velleità di una carriera politica futura.
Lavorare a Frosinone
Lavorare oggi, in tutta la penisola è un’utopia. Qui, di creare nuovi posti di lavoro e di realizzare quelli che sono i percorsi per una economia alternativa, non sembra esserci la benché minima intenzione. Complice una realtà che non ha una cultura imprenditoriale vera, la Ciociaria si impoverisce sempre di più e non investe in quelle che sono le sue peculiarità. Possiamo parlare di turismo ed eventi, di prodotti tipici fino a domattina, ma se non cambia la mentalità – anche attraverso una programmazione, perché no, pure di tipo pedagogico – della popolazione, non avremo mai una vera e produttiva piccola imprenditoria.
Non si può pretendere che dall’oggi al domani questa provincia cambi la sua vocazione: per farla diventare un’area industrializzata, da area prettamente agricola che era, ci sono voluti relativamente pochi anni. Per farla tornare agricola ci vogliono anni di bonifiche, anche se alcune aree sono state preservate dall’inquinamento. Mentre queste aree possono iniziare a produrre qualcosa di nuovo, cosa si fa? Si dovrebbe quanto minimo riavviare il comparto industriale con aziende il più possibile ecocompatibili. Far ripartire l’industria significherebbe ridare lavoro a coloro i quali sono andati in mobilità, ma anche creare nuovi posti di lavoro. Utopia? Se continuiamo solo a parlarne sicuro. Ma una cosa è certa: i problemi di questa provincia non possono ridursi alla mera ricerca di un modo per far partire l’economia. Non vi sono problemi prioritari: tutti i problemi elencati rappresentano delle emergenze. È bene che la politica, smetta di parlarsi addosso, smetta di pensare ai congressi e a chi dare una poltrona, ed inizi a svolgere il suo vero compito: quello di risolvere i problemi. Se i politici di questa provincia non sono capaci e non hanno idee, la smettano di candidarsi nelle pubbliche istituzioni.