Multiservizi 17apr14 350-260

Multiservizi 17apr14 350-260di Valerio Ascenzi – In questi ultimi tempi si sente parlare del lavoro come priorità. Politici a tutti i livelli, dai sindaci agli eletti nelle istituzioni più alte, parlano del lavoro. Pare sia l’unica urgenza di cui questa provincia abbia bisogno. Ma la verità che c’è bisogno di ben altro: i cittadini del frusinate hanno necessità del benessere, non di certo inteso come la possibilità di poter spendere soldi nei negozi di abbigliamento. Per benessere intendiamo la possibilità di vivere degnamente, in un territorio pulito, sano, con le necessarie assistenze di tipo sociale e sanitario. Inoltre ci sarebbe bisogno di un livello di istruzione degno di questo nome.
A ben vedere la questione occupazionale, pare che i politici locali si affannino alla ricerca di un metodo per poter dare lavoro, chissà, magari ricreando anche sistemi clientelari che in questa provincia sono duri a morire da più di un secolo… forse anche di più. Come abbiamo più volte affermato la crisi economica è arrivata prima: la Ciociaria ha risentito relativamente di quella globale, perché qui da circa dieci anni siamo in un pantano dal quale non si esce. A questa crisi si sono aggiunte altre necessità. Questa provincia è stata smantellata in quelli che sono i servizi, sia di tipo assistenziale sia di tipo sanitario.

La sanità frusinate
Non entriamo nel merito di quel che potrebbero fare i servizi sociali, qui, ma se pensiamo alla sanità possiamo tranquillamente metterci le mani in testa. Il nuovo piano aziendale promette un Dea di secondo livello a Frosinone. Ma cos’è questo Dea? Ve lo siete mai chiesto voi lettori? Dea è l’acronimo di Dipartimento d’emergenza e accettazione (detto anche Deu, ovvero dipartimento emergenza-urgenza), che nella nostra penisola sta ad indicare un dipartimento ospedaliero inteso come evoluzione ed aggiornamento di un pronto soccorso: comprende varie unità operative incentrate sulla cura del paziente in “area critica”. Quello di primo livello dovrebbe garantire, oltre alle prestazioni fornite dagli ospedali sede di pronto soccorso, anche le funzioni di osservazione e breve degenza, rianimazione (attraverso appositi spazi noti come “sala rossa”) e interventi diagnostico-terapeutici di medicina generale, chirurgia generale, ortopedia e traumatologia, cardiologia con Utic (Unità di Terapia Intensiva Cardiologica). Sarebbero garantite anche prestazioni di laboratorio di analisi chimico-cliniche e microbiologiche, di diagnostica per immagini, e trasfusionali. Quello di secondo livello, oltre alle prestazioni fornite dai Dea di primo, dovrebbero assicurare di più alta qualificazione legate alle emergenze, tra queste: neurochirurgia, cardiochirurgia, terapia intensiva neonatale, chirurgia toracica e chirurgia vascolare, reparto grandi ustionati, unità spinali, secondo quelle che sono le indicazioni stabilite dalle programmazioni regionali.
Stando a quanto si evince dai comitati di cittadini per la salvaguardia della sanità a livello provinciale, Frosinone non avendo un Dea di primo livello, non potrebbe assicurare le prestazioni di base per il Dea di secondo livello.
La Regione promette case della salute, che di fatto ancora non si sa cosa siano, mentre si paventa la chiusura di altri ospedali, anche in zone limitrofe alla provincia di Frosinone, come ad esempio quello di Colleferro. Il concetto di rinnovo della sanità fondato sui meri numeri inaugurato dalla Polverini, non viene smentito. Nessun dietrofront. Così è accaduto negli anni precedenti che un macchinario per qualsiasi tipo di diagnosi poteva essere spostato in un ospedale romano, poiché in alcuni quartieri della capitale può essere di aiuto anche a più di quattrocentomila persone (queste le cifre dei residenti di un quartiere romano). Ci chiediamo se in Regione, hanno compreso le difficoltà di chi dovrebbe scendere da Viticuso a Cassino per curarsi. Ci chiediamo se sanno che i circa cinquecentomila residenti del frusinate, sono dislocati su 91 comuni, molti dei quali difficilmente raggiungibili e da cui difficilmente si raggiungono i maggiori centri.
Ci si ostina a non voler realizzare questo maledetto registro tumori e a non voler prevedere uno screening periodico e gratuito sui tumori, per i cittadini dell’area ciociara avvelenata da chissà cosa. Forse quando arriveremo tutti ad avere un problema di salute grave, almeno uno per famiglia, ci arrabbieremo a tal punto da farci realmente sentire.

La questione culturale
Al di là di quelle che sono le belle e interessanti iniziative culturali della provincia, Frosinone e l’intera area circostante possono vantare un livello del servizio istruzione che lascia molto a desiderare. Non solo per quel che riguarda il livello della conoscenza (il livello culturale qui segue l’andamento nazionale), ma soprattutto per l’offerta formativa. La riorganizzazione degli istituti scolastici, lasciata in mano a chi di scuola ne sapeva e ne sa poco, ha prodotto dei veri e propri mostri. La non presenza di quello che poi diviene un servizio alle famiglie nella scuola primaria – ovvero il tempo pieno – risulta un’altra nota negativa, non solo per i vantaggi che nega alle famiglie ma per l’occupazione: pensate a quanti docenti non impiegati in questa provincia sono migrati altrove; pensate alle mense scolastiche che funzionerebbero a pieno regime, assumendo più personale. Ma come si fa tutto questo? Beh… dovremmo chiederlo agli eletti in questa provincia e a coloro i quali continuano ad organizzare iniziative pubbliche, inconcludenti, sulla “buona scuola”, probabilmente finalizzate solo a creare visibilità per qualcuno rapito dalle velleità di una carriera politica futura.

 Lavorare a Frosinone
Lavorare oggi, in tutta la penisola è un’utopia. Qui, di creare nuovi posti di lavoro e di realizzare quelli che sono i percorsi per una economia alternativa, non sembra esserci la benché minima intenzione. Complice una realtà che non ha una cultura imprenditoriale vera, la Ciociaria si impoverisce sempre di più e non investe in quelle che sono le sue peculiarità. Possiamo parlare di turismo ed eventi, di prodotti tipici fino a domattina, ma se non cambia la mentalità – anche attraverso una programmazione, perché no, pure di tipo pedagogico – della popolazione, non avremo mai una vera e produttiva piccola imprenditoria.
Non si può pretendere che dall’oggi al domani questa provincia cambi la sua vocazione: per farla diventare un’area industrializzata, da area prettamente agricola che era, ci sono voluti relativamente pochi anni. Per farla tornare agricola ci vogliono anni di bonifiche, anche se alcune aree sono state preservate dall’inquinamento. Mentre queste aree possono iniziare a produrre qualcosa di nuovo, cosa si fa? Si dovrebbe quanto minimo riavviare il comparto industriale con aziende il più possibile ecocompatibili. Far ripartire l’industria significherebbe ridare lavoro a coloro i quali sono andati in mobilità, ma anche creare nuovi posti di lavoro. Utopia? Se continuiamo solo a parlarne sicuro. Ma una cosa è certa: i problemi di questa provincia non possono ridursi alla mera ricerca di un modo per far partire l’economia. Non vi sono problemi prioritari: tutti i problemi elencati rappresentano delle emergenze. È bene che la politica, smetta di parlarsi addosso, smetta di pensare ai congressi e a chi dare una poltrona, ed inizi a svolgere il suo vero compito: quello di risolvere i problemi. Se i politici di questa provincia non sono capaci e non hanno idee, la smettano di candidarsi nelle pubbliche istituzioni.

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In questi ultimi tempi si sente parlare del lavoro come priorità. Politici a tutti i livelli, dai sindaci agli eletti nelle istituzioni più alte, parlano del lavoro. Pare sia l’unica urgenza di cui questa provincia abbia bisogno. Ma la verità che c’è bisogno di ben altro: i cittadini del frusinate hanno necessità del benessere, non di certo inteso come la possibilità di poter spendere soldi nei negozi di abbigliamento. Per benessere intendiamo la possibilità di vivere degnamente, in un territorio pulito, sano, con le necessarie assistenze di tipo sociale e sanitario. Inoltre ci sarebbe bisogno di un livello di istruzione degno di questo nome.

A ben vedere la questione occupazionale, pare che i politici locali si affannino alla ricerca di un metodo per poter dare lavoro, chissà, magari ricreando anche sistemi clientelari che in questa provincia sono duri a morire da più di un secolo… forse anche di più. Come abbiamo più volte affermato la crisi economica è arrivata prima: la Ciociaria ha risentito relativamente di quella globale, perché qui da circa dieci anni siamo in un pantano dal quale non si esce. A questa crisi si sono aggiunte altre necessità. Questa provincia è stata smantellata in quelli che sono i servizi, sia di tipo assistenziale sia di tipo sanitario.

La sanità frusinate

Non entriamo nel merito di quel che potrebbero fare i servizi sociali, qui, ma se pensiamo alla sanità possiamo tranquillamente metterci le mani in testa. Il nuovo piano aziendale promette un Dea di secondo livello a Frosinone. Ma cos’è questo Dea? Ve lo siete mai chiesto voi lettori? Dea è l’acronimo di Dipartimento d’emergenza e accettazione (detto anche Deu, ovvero dipartimento emergenza-urgenza), che nella nostra penisola sta ad indicare un dipartimento ospedaliero inteso come evoluzione ed aggiornamento di un pronto soccorso: comprende varie unità operative incentrate sulla cura del paziente in “area critica”. Quello di primo livello dovrebbe garantire, oltre alle prestazioni fornite dagli ospedali sede di pronto soccorso, anche le funzioni di osservazione e breve degenza, rianimazione (attraverso appositi spazi noti come “sala rossa”) e interventi diagnostico-terapeutici di medicina generale, chirurgia generale, ortopedia e traumatologia, cardiologia con Utic (Unità di Terapia Intensiva Cardiologica). Sarebbero garantite anche prestazioni di laboratorio di analisi chimico-cliniche e microbiologiche, di diagnostica per immagini, e trasfusionali. Quello di secondo livello, oltre alle prestazioni fornite dai Dea di primo, dovrebbero assicurare di più alta qualificazione legate alle emergenze, tra queste: neurochirurgia,  cardiochirurgia, terapia intensiva neonatale, chirurgia toracica e chirurgia vascolare, reparto grandi ustionati, unità spinali, secondo quelle che sono le indicazioni stabilite dalle programmazioni regionali.

Stando a quanto si evince dai comitati di cittadini per la salvaguardia della sanità a livello provinciale, Frosinone non avendo un Dea di primo livello, non potrebbe assicurare le prestazioni di base per il Dea di secondo livello.

La Regione promette case della salute, che di fatto ancora non si sa cosa siano, mentre si paventa la chiusura di altri ospedali, anche in zone limitrofe alla provincia di Frosinone, come ad esempio quello di Colleferro. Il concetto di rinnovo della sanità fondato sui meri numeri inaugurato dalla Polverini, non viene smentito. Nessun dietrofront. Così è accaduto negli anni precedenti che un macchinario per qualsiasi tipo di diagnosi poteva essere spostato in un ospedale romano, poiché in alcuni quartieri della capitale può essere di aiuto anche a più di quattrocentomila persone (queste le cifre dei residenti di un quartiere romano). Ci chiediamo se in Regione, hanno compreso le difficoltà di chi dovrebbe scendere da Viticuso a Cassino per curarsi. Ci chiediamo se sanno che i circa cinquecentomila residenti del frusinate, sono dislocati su 91 comuni, molti dei quali difficilmente raggiungibili e da cui difficilmente si raggiungono i maggiori centri. 

Ci si ostina a non voler realizzare questo maledetto registro tumori e a non voler prevedere uno screening periodico e gratuito sui tumori, per i cittadini dell’area ciociara avvelenata da chissà cosa. Forse quando arriveremo tutti ad avere un problema di salute grave, almeno uno per famiglia, ci arrabbieremo a tal punto da farci realmente sentire.

 

La questione culturale

Al di là di quelle che sono le belle e interessanti iniziative culturali della provincia, Frosinone e l’intera area circostante possono vantare un livello del servizio istruzione che lascia molto a desiderare. Non solo per quel che riguarda il livello della conoscenza (il livello culturale qui segue l’andamento nazionale), ma soprattutto per l’offerta formativa. La riorganizzazione degli istituti scolastici, lasciata in mano a chi di scuola ne sapeva e ne sa poco, ha prodotto dei veri e propri mostri. La non presenza di quello che poi diviene un servizio alle famiglie nella scuola primaria – ovvero il tempo pieno – risulta un’altra nota negativa, non solo per i vantaggi che nega alle famiglie ma per l’occupazione: pensate a quanti docenti non impiegati in questa provincia sono migrati altrove; pensate alle mense scolastiche che funzionerebbero a pieno regime, assumendo più personale. Ma come si fa tutto questo? Beh… dovremmo chiederlo agli eletti in questa provincia e a coloro i quali continuano ad organizzare iniziative pubbliche, inconcludenti, sulla “buona scuola”, probabilmente finalizzate solo a creare visibilità per qualcuno rapito dalle velleità di una carriera politica futura.

 

Lavorare a Frosinone

Lavorare oggi, in tutta la penisola è un’utopia. Qui, di creare nuovi posti di lavoro e di realizzare quelli che sono i percorsi per una economia alternativa, non sembra esserci la benché minima intenzione. Complice una realtà che non ha una cultura imprenditoriale vera, la Ciociaria si impoverisce sempre di più e non investe in quelle che sono le sue peculiarità. Possiamo parlare di turismo ed eventi, di prodotti tipici fino a domattina, ma se non cambia la mentalità – anche attraverso una programmazione, perché no, pure di tipo pedagogico – della popolazione, non avremo mai una vera e produttiva piccola imprenditoria.

Non si può pretendere che dall’oggi al domani questa provincia cambi la sua vocazione: per farla diventare un’area industrializzata, da area prettamente agricola che era, ci sono voluti relativamente pochi anni. Per farla tornare agricola ci vogliono anni di bonifiche, anche se alcune aree sono state preservate dall’inquinamento. Mentre queste aree possono iniziare a produrre qualcosa di nuovo, cosa si fa? Si dovrebbe quanto minimo riavviare il comparto industriale con aziende il più possibile ecocompatibili. Far ripartire l’industria significherebbe ridare lavoro a coloro i quali sono andati in mobilità, ma anche creare nuovi posti di lavoro. Utopia? Se continuiamo solo a parlarne sicuro. Ma una cosa è certa: i problemi di questa provincia non possono ridursi alla mera ricerca di un modo per far partire l’economia. Non vi sono problemi prioritari: tutti i problemi elencati rappresentano delle emergenze. È bene che la politica, smetta di parlarsi addosso, smetta di pensare ai congressi e a chi dare una poltrona, ed inizi a svolgere il suo vero compito: quello di risolvere i problemi. Se i politici di questa provincia non sono capaci e non hanno idee, la smettano di candidarsi nelle pubbliche istituzioni.

 

Di Valerio Ascenzi

Sono nato ad Anagni il 25 giugno del 1977. Dal 1998 seguo la cronaca locale e provinciale. Dal 2001 sono iscritto all'ordine dei Giornalisti, elenco pubblicisti. Ho iniziato a lavorare per Ciociaria Oggi, per poi passare a Il Messaggero (cronaca di Frosinone), il Tempo (sempre di Frosinone) e poi al Quotidiano di Frosinone, giornale che ha avuto vita brevissima, esperienza a tratti positiva, ma conclusasi male a causa del fallimento del giornale. In ambito giornalistico e comunicativo ho lavorato in alcune iniziative editoriali romane e nazionali, accostandomi anche al mondo del foto-giornalismo.Ho alle spalle un percorso di studi lungo, poiché "travagliato". Era il 1997. I primi due anni di università li ho trascorsi nella facoltà di Farmacia presso La Sapienza. Già dopo il primo anno ho avvertito l'esigenza di cambiare. L'ho fatto poi iscrivendomi a Scienze della Comunicazione, sempre alla Sapienza, facoltà in cui avevo trovato la mia dimensione. Ma dovendo lavorare contemporaneamente – supplenze nella scuola pubblica e incarichi presso il Convitto Principe di Piemonte di Anagni - ho rallentato gli studi e li ho interrotti un paio di volte. Studiando e lavorando ho preparato due concorsi di abilitazione all'insegnamento – vinti entrambi. Oggi insegno nella scuola primaria, in provincia di Roma. Dopo aver preso il ruolo nel 2007, ho deciso di concludere il percorso universitario. Ho una laurea magistrale in Teorie e tecniche della comunicazione e dell'informazione, conseguita nel 2013 con una tesi in semiotica narrativa e storytelling: un lavoro meticoloso portato avanti per circa diciotto mesi, iniziato (e lasciato aperto) per garantire a me stesso una sorta di riqualificazione in un diverso settore della scrittura (la narrativa e lo screenwriting: la sceneggiatura). Del resto il giornalismo in questa provincia non dà più da mangiare a nessuno. In questi ultimi anni ho compreso che una formazione superiore non basta. Non basta neanche una laurea. Per questo ho ripreso a studiare di nuovo, iscrivendomi ad un master e non so se mi fermerò dopo.Scrivo per passione e da più di dieci anni faccio politica per passione. Dopo aver preso la tessera dei Democratici di Sinistra, sono divenuto per un paio di anni segretario di Anagni. Un traghettatore: nel 2007 siamo entrai nella fase costituente del PD. Avendo aderito alla mozione critica promossa da Gavino Angius, all'ultimo congresso dei DS, per restare coerente con la nostra linea (quella di lavorare per un PD iscritto al PSE) sono uscito con tutto il gruppo, dopo la totale indifferenza per le nostre proposte da parte dell'allora maggioranza guidata da Fassino. Il percorso politico da allora è stato sempre più difficile. Un'area politica, socialista democratica, realmente di sinistra, in Italia non è ancora nata. Nel 2008 ho seguito Angius nella costituente del PSI. Sono stato candidato alle elezioni politiche lo stesso anno. Il PSI non raggiunse neanche l'1%. L'esperienza con i socialisti non è stata positiva, non ne conservo un buon ricordo, soprattutto per il fatto che la struttura di quel partito non aveva nulla a che fare con la nostra cultura politica, fatta di partecipazione, discussione, analisi dei problemi e condivisione delle idee. Siamo rientrati a metà del 2009, insieme a Gavino Angius nel PD. Essendo noi una voce critica, ma piccola piccola, ci siamo resi conto del fatto che nel frattempo quel partito, i DS, non c'era più ed era stato sostituito da qualcosa che ancora oggi non sembra essere un partito. Gavino Angius rientrò con la volontà di lavorare per l'adesione al PSE. Ma ben presto si è capito che il PD andava in una direzione diversa. Nonostante tutto oggi il PD è un partito del socialismo europeo. Ma solo sull'etichetta. Di fatto, le sue politiche non sono di impronta socialista.Molti problemi annunciati dall'allora mozione Angius, sono ancora nodi da sciogliere nel PD nazionale e, a caduta, in quello regionale e provinciale. I circoli cittadini poi, lasciamoli perdere.Ho raccolto l'invito di Ignazio Mazzoli e di unoetre.it per cercare di coniugare la passione per la scrittura, per il giornalismo e per la politica. Per questo cerco di scrivere e commentare, sempre cercando di essere obiettivo, e allo stesso tempo critico, trattando i fatti della politica provinciale nell'area nord della provincia di Frosinone, in particolare ad Anagni.

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