di Nadeia de Gasperis – É necessario armarsi di una affilata lucidità mentale, per uccidere il proprio aguzzino. Un colpo di spugna che cancelli le tracce di un retaggio culturale retrivo, per sottrarsi a quello che pensavamo, o ci hanno fatto credere, un destino ineluttabile.
Nelle rare occasioni in cui la verità della nostra libertà individuale venga a galla, con il corpo tutto intero e in grado ancora di respirarla, questa libertà, occorre che ci sia una mano che disarmi il nostro rancore e ci conduca, attaverso i percorsi della giustizia, alla salvezza, e a una implacabile pena per il carnefice. Ci vorranno anni per ripristinare, anzi, allestire ex novo, una rete di sostegno che ci trattenga dal baratro. Nella migliore delle ipotesi dobbiamo confidare nel nostro coraggio.
Quanto è stato frainteso, lo slogan femminista che gridava “il corpo è mio, e lo gestisco io”! Tacciate di egosimo, disamore per la vita, con la vocazione di un destino di solitudine. Ma quanta vita, c’era dietro quelle parole. Perchè solo un corpo libero, affrancato dalla schiavitù della grettezza, dalla violenza, è in grado di pro_creare vita. Ecco perchè una donna può morire prima ancora di abbandonare per sempre il proprio corpo, e anche nella estrema condizione in cui versa, essere capace di profondo altruismo, nel lasciare germogli di vita, proprio in virtù di quel profondo connubio tra corpo e anima che la arma di coraggio. La giovane donna, offesa a morte nel corpo e nel pensiero, è stata punita con l’atto estremo di essere cancellata dalla faccia della terra, per essersi ribellata alla violenza, per se stessa e per il destino a cui ha sottratto altre donne, che avrebbero subito la violenza di quell’uomo che voleva sturparla.
Reyhaneh Jabbari, giovanissima donna iraniana, commette l’ultimo estremo atto di altruismo, depositando la sua volontà di rinascere in ogni parte di se a una nuova vita, come un albero dopo il passaggio del fuoco. Questo è il coraggio, questo è il riscatto dal male, lasciare che da ogni parte di noi, ogni pezzetto offeso a morte, nasca la speranza di una nuova vita. Così ci moltiplichiamo, lasciando tracce di noi negli altri, non solo dando alla luce nuova vita, ma restituendo alla luce chi vive nell’ombra di un destino che sembrava ineluttabile. Con esempi di coraggio, con la generosità, con l’amore per la vita. Nella lettera che la giovane donna iraniana scrive alla madre, ricorda quanto lei le abbia insegnato a lottare per i propri valori, “anche fino alla morte”. Ma Reyhaneh Jabbari, scrivendo nel suo testamento la volontà di donare gli organi dopo la sua morte, ci ha lasciato l’eredità di un estremo esempio di altruismo: “concepire” la vita oltre la propria esistenza, anche quando questa sia stata offesa, vituperata, violentata nel corpo e nell’anima, da un mondo incapace di concepire la bellezza.Ma non barrichiamoci, dietro quella cortina che chiamiamo “democrazia occidentale”, baluardo di fortificazione delle nostre ragioni, della religione, della nostra cultura, sugli altri, se poi non partecipiamo attivamente alla guerra di indifferenza, armando primi fra tutti, i nostri uomini, degli strumenti adatti a combattere una delle più cruente battaglie del genere umano ai danni del genere umano: la violenza sulle donne. Che non ha colore politico, religioso, culturale, sociale, è viola, viola di vergogna e lividi.
Le manifestazioni contro la violenza, sono prerogativa delle donne per le donne, talvolta in discutibili esibizioni della femminilità, serate in rosa con sfumature di superficialità di cui potremmo francamente fare a meno. Il lavoro duro e serio è portato avanti da molti, certo, ma troppo poche le voci fuori dal coro, maschili, che dovrebbero manifestarsi, piuttosto, in orchestrate forme di condanna.
Non parliamo di solidarietà, la violenza sulle donne è un problema degli uomini, le donne sono le vittime, così come la violenza sugli uomini, è un problema delle donne e le donne dovrebbero farsene carico. Ristabilita la dovuta parità di genere, lasciatemi dire che la bilancia del crimine pende da un lato e tra le pendenze vorrei pesare il fatto che meno di un mese fa la sentenza della Cassazione non escludeva la possibilità di applicare l’attenuante di minore gravità ad un marito che ha più volte stuprato la consorte, a pochi giorni dall’entrata in vigore della Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, andando così in senso diametralmente opposto a quanto questa stabilisce.
Ma non è necessario risalire a qualche anno fa, quando si discuteva se una violenza perpetrata ai danni di una donna fosse più o meno grave in base alla facilità con cui le si potessero sfilare i jeans attillati. In dicembre, tanto per citarne in giudizio uno, la corte d’Appello di Catanzaro ha annullato il processo contro un uomo di 60 anni trovato a letto con una bambina di 11 anni che gli era stata assegnata in tutela dai servizi sociali, perché non è stata esaminata l’ipotesi dell’attenuante dell’accondiscendenza della vittima, in “relazione d’amore”, con l’imputato.
Quando la violenza è condannata dagli uomini ha un effetto devastante sul male. In quale misura potete fare qualcosa? nella misura in cui, metro alla mano, prendete le distanze, dal cavallo dei pantaloni di un criminale a voi.
ci sono molti modi di condannare la violenza, l’azione concreta nella direzione ostinata e contraria al “malamore”, coltivando la bellezza in ogni espressione, che sia arte, musica, poesia, un piatto prelibato, un muretto a secco.
Ma la condanna alla violenza ha bisogno di parole asciutte, chiare, perchè non rimanga nulla nell’ombra, e dure, lapidarie, senza panegirici, se non quelli che accerchino i violenti.
La cura, l’abnegazione, senza negazione di se stessi, ma come negazione di quella condizione di solitudine o abbandono, tra tutte quelle percettibili, a costo di forzare la percezione, sono forme di condanna della violenza. L’attenzione, e l’esaltazione del genio femminile, dimenticando il genere, anzi del genere esaltare l’esclusività, sono forme di condanna della violenza.
Insomma, non abbiamo bisogno di essere salvate, ma salvaguardate, perchè la violenza non se la va a cercare nessuno. Insomma, caro uomo, dì soltanto una parola e tu sarai salvato.
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